La cultura italiana stenta a liberarsi da cliché critici consolidati nel tempo. Giudizi e disamine relative a singoli autori o correnti di pensiero, tendono a perpetuarsi di generazione in generazione, grazie anche agli strumenti di cui dispone la comunicazione di massa. Tra essi un ruolo di rilievo è stato svolto dai manuali scolastici che, per definizione, hanno il tratto della sinteticità e della riduttività. Giorgio Colli, illustre filosofo e antichista, consigliava i propri studenti a dimenticare i manuali e a leggere direttamente gli autori. Facciamo un esempio: chiunque apra una qualsiasi storia della letteratura italiana, avrà modo di constatare come Giacomo Leopardi, genio indiscutibile, sia sempre contrapposto alla figura del padre, Monaldo Leopardi, ridotto al rango di conservatore codino, al ruolo di personaggio cinico e abietto. Recentemente, la OAKS editrice ha dato alle stampe un significativo volume del conte Monaldo, Autobiografia e dialoghetti, che smentisce questo luogo comune. Il libro è impreziosito dalla prefazione di Alessandro Zaccuri, che consente al lettore di contestualizzare l’opera.

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Dalla lettura emerge un Monaldo imprevedibile, sottratto ai giudizi radicalmente negativi di alcuni critici, ma distante, altresì, dalla generalizzazione semplicistica dei pochi che lo hanno presentato come il vero Leopardi. Per la verità, Giorgio Manganelli, che pur apertamente parteggiava per Giacomo, nella prefazione del carteggio intercorso tra i due, raccolto da Adelphi con il titolo Il Monarca delle Indie, descrisse Monaldo in toni diversi, uomo di una: delicatezza inattesa, in un continuo susseguirsi di slanci d’affetto, severità almeno in parte autoimposte e ingenuità palesi (p. 8). In qualche modo, la lettura dell’Autobiografia conferma questo giudizio. Il testo fu pubblicato nel 1883, a trentasei anni dalla morte del conte. È un libro che si legge con piacere, sostanziato da una prosa vivace e domestica, in qualche modo accattivante, capace di coinvolgere il lettore, tanto nelle faccende private del protagonista e dei suoi congiunti, così come nelle vicende storiche e amministrative di Recanati, nelle quali Monaldo fu coinvolto. Non c’è dubbio, e la cosa è pienamente confermata dai Dialoghetti: monumento portatile del conservatorismo nostrano […] sospeso tra la sprezzatura nobiliare e la compiaciuta grossolanità del buon senso popolare (p. 11), Leopardi senior fu un reazionario.

Un reazionario, si badi, di ampie vedute: permise ai figli, persino a Paolina, di leggere i libri proibiti dal Sant’Uffizio, cosa davvero impensabile a quel tempo. Ciò non gli impediva di proporsi in veste di giudice severo della Rivoluzione. Questo l’incipit dei Dialoghetti:

Manco male che anche questa è passata, […] Dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata (p. 169).

Fu, per tutta la vita, convinto che l’unico potere legittimo dovesse fondarsi sull’investitura divina, paladino dell’alleanza di trono e altare. Quando Napoleone fece la sua fugace comparsa nel «borgo selvaggio», si rifiutò sdegnosamente di affacciarsi alla finestra del Palazzo comunale, ritenendo non doversi a quel tristo l’onore che un galantuomo si alzasse per vederlo (p. 7). Il conte fu uomo che tenne, fin da giovane, alla dignità. Fu lontano dalle mode, dagli eccessi con i quali la borghesia emergente andava stravolgendo le consuetudini di vita della nobiltà. Decise di vestire sobriamente di nero, indossando abiti che, certamente, richiamavano la foggia clericale.

Targa commemorativa apposta sui portici di piazza Leopardi a Recanati

Targa commemorativa apposta sui portici di piazza Leopardi a Recanati

Poco più che diciottenne, divenne amministratore dei beni di famiglia, a causa della prematura dipartita del padre, del quale ci ha lasciato, nelle prime pagine del volume, un commosso e nostalgico ritratto. La funzione di amministratore gli provocò non pochi crucci. Fu infatti, sempre, eccessivamente prodigale. Lo dimostra l’episodio relativo alla stipulazione del contratto matrimoniale con una nobile fanciulla bolognese, alla quale fu indotto da una scelta affrettata e poco ponderata. Riuscì, infine, a liberarsi del contratto e della futura sposa non amata, attraverso un significativo rimborso pecuniario all’improbabile suocero. Sposò, dopo qualche tempo, Adelaide Antici, che divenne rigida custode dei beni del casato. Il carteggio con Giacomo, attesta la benevolenza paterna nei confronti del geniale giovane: Monaldo sottraeva piccole somme al controllo di Adelaide, per inviarle al poeta. Dal narrato emerge anche la bonomia dell’autore, sia nei confronti di parenti ed amici, quanto del popolo, dei contadini e degli umili di Recanati, che gli furono affianco durante i terribili giorni dell’arrivo dei francesi. La parte più commovente del racconto, va colta proprio nella vicinanza sentimentale dell’autore al piccolo mondo antico nel quale visse.

Dalla provincia, e senza alcun senso di inferiorità, Monaldo giudica il mondo e gli avvenimenti che lo stavano radicalmente cambiando, alla luce del pessimismo della ragione, mitigato e consolato dall’assoluta fiducia nella Provvidenza. Come emerge dal racconto, ma la cosa la si evince anche dalle scene cinematografiche del Giovane favoloso, del regista Mauro Martone, il conte visse un processo di identificazione con la propria biblioteca, per costituire la quale spese somme ingenti. In quelle sale Giacomo formò, fin dall’adolescenza, nei sette anni di studio matto e disperatissimo, la sua straordinaria erudizione. Al termine della fuga delle stanze della biblioteca, collocata al piano superiore di Palazzo Leopardi, c’è, ancora oggi, la scrivania imponente di Monaldo. Il nobile attendeva ai suoi studi e controllava quelli dei figli. Mentre Giacomo vedeva naufragare i propri progetti intellettuali e cercava di fuggire da Recanati, i Dialoghetti del padre incontravano un riscontro travolgente (p. 10). Il conte si prodigò nella diffusione di un quindicinale, La Voce della Ragione, che ebbe un certo successo, omonimo del foglio ultramonarchico al quale Stendhal allude nella Certosa di Parma. Monaldo ha, quindi, una sua dignità intellettuale. Oltre ciò è necessario riabilitarlo come uomo, visto che la vulgata lo ha presentato con le vesti del padre-padrone. Anche per Monaldo può valere l’ammonimento di Giacomo:

Le cose non sono mai quello che dicono di essere.