Pubblicato per la prima volta nel 1975, Il nostro quartiere (Hikāyat Hāritna) è un romanzo dello scrittore egiziano Premio Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz. L’opera descrive vividamente i personaggi di un quartiere ai margini del Cairo: siamo all’inizio Novecento, in un momento di lente ma inevitabili trasformazioni. I 78 capitoletti sono altrettante descrizioni di individui che popolano il quartiere, tutti visti attraverso gli occhi di un bambino ingenuo e curioso, la cui memoria (si tratta di quella dell’autore?) sembra talvolta vacillare e confondere il reale con l’onirico. Il romanzo si articola quindi sempre lungo quel sottile confine che, nella mente di un bambino, divide la realtà dalla fantasia.

A dominare il quartiere è un grande e misterioso monastero dove vive una confraternita sufi dedita alla preghiera e alla contemplazione. La piccola voce narrante ne è affascinata, rapita com’è dai dervisci che di tanto in tanto si aggirano nei pressi del giardino che circonda la struttura. Alla domanda ingenua del bambino a suo padre («Chi sono quegli uomini?»), l’uomo risponde:

Sono gli uomini del Signore. […] Maledetto sia colui che attenta alla loro felicità!

Ineluttabilmente, verso la fine del romanzo, e quindi cronologicamente più avanti rispetto alle prime pagine, un nuovo piano regolatore urbano prevede che il monastero debba essere abbattuto.

Il monastero sbarra lo sviluppo del quartiere come una diga, impedendoci l’espansione a nord,

sostiene un personaggio nonostante le proteste dell’intero quartiere.

La decisione alfine rimane sospesa, senza che nessuno decida cosa fare, ma il semplice fatto di aver avanzato una simile proposta è segno che l’antico equilibrio è stato spezzato e che qualcosa di esogeno avanza, strisciante, nella tradizionale società islamica: è la Modernità, introdotta dalla presenza inglese in terra d’Egitto puntualmente descritta nella prima metà del romanzo.

Uno dei personaggi presentati elabora addirittura considerazioni illuministiche:

Credere in Dio implica ammettere che Egli ci ha abbandonati e, parimenti, che noi dobbiamo fare tutto da soli. […] Un giorno l’uomo giungerà a perfezionare se stesso e l’organizzazione sociale.

Un altro significativo esempio della presenza della Modernità è presentato da uno studente che, seduto per strada, ride apparentemente senza un motivo. Infine spiega:

Io sono una creatura tra migliaia di altre, visibili e invisibili, su un pianeta posto in un sistema solare sul quale non ho alcun potere. Un sistema smarrito in una galassia gigantesca, che vaga in un universo infinito. La vita alla quale appartengo è come una goccia di rugiada sulla foglia di un albero con molti rami. E io devo sottomettermi a tutto ciò e interessarmi alle pene e alle gioie quotidiane. Per questo motivo non riesco a trattenermi dal ridere.

Una famiglia di dervisci

La Modernità ha spezzato un equilibrio sottile e invisibile, quello stesso antico equilibrio che vedeva nei folli altrettanti beneficiari di benedizioni e grazie dal cielo, e nei mendicanti persone misericordiose e degne di rispetto. La storia del monastero riassume in sé tale vicenda:

Una volta il monastero si ergeva nel deserto, infatti la confraternita predica l’isolamento e la lontananza dal mondo e dalla gente, ma con il passar del tempo l’abitato lo ha raggiunto e circondato di vivi e di morti. Così hanno deciso di chiudere le porte, come unico mezzo per preservare il loro ritiro.

La nostalgia che passa trasversalmente per tutti i capitoli lascia presagire che il mondo descritto non c’è più, o che è irrimediabilmente compromesso. La malinconia si mescola con l’eccitazione per il nuovo, e il protagonista viene a rappresentare il ponte fra due mondi. Nagib Mahfuz mette in scena così una realtà che sta svanendo e un’altra che sta avanzando; nel mezzo, il monastero chiuso e inaccessibile da cui provengono canti religiosi in lingue sconosciute: è il Sacro che arranca, sommerso dal rumore della Modernità, ma che è sempre presente seppur nel silenzio, nella discrezione e nella riservatezza.

Nagib Mahfuz

L’Egitto descritto da Mahfuz, esemplificativo del mondo islamico tout court, vive quello che il filosofo iraniano Daryush Shayegan ha definito lo sguardo mutilato. La modernità, infatti, è sorta in Occidente, in quell’Europa che stava uscendo faticosamente dal Medioevo e che stava sviluppando categorie concettuali e infrastrutture filosofiche inedite presso altre civiltà, ma che nel XIX e XX secolo si sarebbero prepotentemente imposte su tutto il globo. All’interno della mia cultura, sostiene Shayegan, nulla mi predisponeva a un cambiamento di quest’ordine, né me lo annunciava. E così la mentalità orientale, fortemente caratterizzata dalle dottrine metafisiche e dalle architetture dello spirito, si trovò improvvisamente a fare i conti con il razionalismo, il pensiero critico, il metodo scientifico e una politica secolare, atteggiamenti e idee di cui l’orientale non conosce né l’origine né lo sviluppo, e che quindi sovente finiscono per essere fraintese e distorte.

Tuttavia la modernità è oramai l’atmosfera in cui vive tutto il globo, lo si voglia o meno. Di conseguenza è impossibile sfuggirvi. Da questa duplicità – la volontà dei musulmani di sottrarvisi e l’impossibilità di farlo, la continua esposizione a un agente estraneo indesiderato – nascono atteggiamenti schizoidi e alienati – questa è, perlomeno, la diagnosi di Shayegan. Ad essere affetto da uno di questi atteggiamenti dissociati è proprio uno dei personaggi descritto da Mahfuz, quello studente che ride senza motivo.

La vita alla quale appartengo è come una goccia di rugiada sulla foglia di un albero con molti rami,

dice. E tutto ciò ricorda straordinariamente il pastore descritto da Nietzsche in Così parlò Zarathustra, il nascente superuomo, la nuova creatura:

Vidi un giovane pastore che si contorceva soffocato, col volto contratto; e dalla bocca gli pendeva un grosso serpente nero. Quando già avevo io veduto un’immagine di così triste ribrezzo e di sì livido orrore in un volto umano? […] La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sé — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: «Mordi con tutta forza: Mordi! Stacca coi denti la testa! Mordi con forza». […] Il pastore morse, come gli aveva consigliato il mio grido: egli morse per bene! Lontano da sé egli rigettò la testa del serpente: — e sorse in piedi. Non più un pastore, non più un uomo — ma un rinnovato, un illuminato, che rideva! Non mai ancora sulla terra uomo rise al pari di lui! O miei fratelli, io udii un riso che non era umano, — ed ora una sete mi divora, un desiderio che non ha tregua. Provo il desiderio di quel riso; e questo desiderio mi divora: oh, come posso sopportare ancora la vita? E come potrei ora acconciarmi a morire?