Ma che cos’è un poeta? Che cos’è un rivoluzionario? A ciascuno di noi queste parole rimandano immediatamente a modelli eroici e positivi, personaggi lontani nel tempo i cui ricordi giganteggiano nell’epoca attuale, orfana di poesia ed ancora di più di rivoluzione. Rimbaud, Baudelaire, Majakovskij: a chiunque questi nomi fanno affiorare maestosità e grandezza, echeggiano il sogno bruciante di immolarsi per una causa, per la gloria o per la storia… Ma è davvero così? Siamo sicuri che questa aura di magnificenza non celi dietro di sé una coltre ancora poco chiarita di ombre? Certo, le grandi vite e le grandi opere si fondano spesso su contraddizioni intime ed umane laceranti, e dicendo questo non si scopre nulla: ma siamo sicuri di aver davvero compreso la natura di quelle contraddizioni? Siamo sicuri di aver davvero colto la loro potenziale pericolosità?

Sono domande che sono suggerite da un libro straordinario, pubblicato in Francia nel 1973 e in Italia per l’Adelphi nel ’92 dello scrittore ceco Milan Kundera, intitolato La vita è altrove.

La vita è altrove è un romanzo enorme ma anche temibile; suscita un senso di compartecipazione e di tensione emotiva pari a quello dei più grandi libri, ma rispetto ad altri romanzi a volte leggendolo si ha il timore che si spinga perfino troppo oltre: forte della lezione di inizio novecento sull’importanza dell’inconscio, Kundera sviscera la sua storia in territori inconfessabili dell’animo umano, solitamente taciuti.

Il romanzo indaga la vicenda di un giovane ceco nella Praga nell’immediato post seconda guerra mondiale, nel periodo in cui in Repubblica Ceca la paura dei nazisti lasciò spazio alle sirene di una finta rivoluzione che si svelò presto come un’apripista all’instaurazione di un governo poliziesco e liberticida satellite dell’Unione Sovietica.

Tutta la vicenda del ragazzo, orfano del padre ucciso dai tedeschi durante la guerra, è letta attraverso il rapporto, intimo e morboso, con la propria madre. È la madre che sin da quando è bambino enfatizza la sua sensibilità e la sua mania di scrivere additandolo precocemente come “il poeta”; è la madre che lo allontana da tutto ciò che attiene alla vita e al ricordo del padre, ingegnere greve e materialista che lo avrebbe voluto abortire; è la madre che lo presenta ad un eccentrico pittore surrealista che crede di rintracciare nei suoi strani disegni e più tardi nelle sue criptiche poesie una sorta di ispirazione geniale, di affinità con i sibillini versi dei simbolisti europei.

Milan Kundera

La lontananza dal padre e da un sano mondo di riferimenti maschili, l’accento enfatico ed eccessivo posto sulla sua sensibilità, l’esaltazione sconsiderata della poesia intesa non come studio, fatica, eredità da raccogliere, ma solo come divinazione, ispirazione freudiana ed irrazionale, rendono Jaromil, così si chiama il protagonista del racconto, un ragazzo che si tiene di proposito lontano dal dispiegarsi della vita, almeno per come la vivono i suoi coetanei. Laddove gli altri si abituano a stare insieme, a giocare e confrontarsi, lui sin da ragazzino si abitua a fare i conti con la sua misteriosa eccezionalità, con la sua ingombrante sensibilità. Se a volte vede questa alterità come una condanna, più spesso si compiace di coltivarla, come un marchio di grandezza, come un segno di predestinazione. Si convince di essere un eletto, e rispetto ai suoi coetanei matura un sentimento di tacita, ma convinta, superiorità.

Non è che si disinteressi della vita, ma la attraversa in modo distratto, svagato, sempre un po’ assente. Lui cerca la vita ma trova che sia sempre da un’altra parte, altrove. Il fatto drammatico e grottesco, tuttavia, è che egli è poeta in un’epoca, come dice Kundera nella sua introduzione al libro, in cui questa attitudine da poeta, in cui questa particolare disposizione lirica (l’età lirica doveva essere il titolo del romanzo, poi bocciato dall’editore) aveva subito una clamorosa svalutazione; se vogliamo anche una demistificazione.

La sua convinzione che la vita sia altrove, nel sogno, nella poesia, nella solitudine non è indice di una sua soave superiorità, di una sua mistica destinazione, che lo renderebbe diverso dagli altri, come pretende la madre e in una prima istanza anche lui stesso e come si era creduto di tanti poeti in epoche precedenti.

Despair – Edvard Munch

Kundera nel libro mostra in modo impietoso come questa disposizione sia soltanto frutto del suo rapporto con la madre: non è un fatto di segni divini, ma di dinamiche affettive umane, troppo umane. In ogni situazione della vita, Jaromil vorrebbe vivere, vorrebbe afferrare la vita che si compie, qui ed ora, senza doverla sempre posticipare altrove, nella poesia, nel sogno o nel futuro: ma ad impedirglielo è il legame, invisibile ma ingombrante, diafano ma consistente, che lo stringe alla madre, che di volta in volta gli suscita insicurezza o paura, ansia o senso di colpa. Questo attaccamento lo inibisce terribilmente anche con le ragazze, la sua vera croce adolescenziale.

La compagna fu d’accordo con lui e disse che bisognava approfittare della situazione. Il bacio era sospeso nell’aria. Bastava chinarsi verso la ragazza. Ma il tratto di strada fino alle sue labbra gli sembrava infinitamente lungo e pieno di ostacoli; parlava, parlava e non la baciava.

Ma in questa situazione di stallo, di opprimente attesa della vita, c’è un elemento che viene in soccorso a Jaromil, un aiuto inaspettato e sorprendente: la Storia. Negli ultimi anni di liceo si iscrive al circolo giovanile marxista, e lì gli sembra finalmente di trovare la vita. Le sue opinioni sono ascoltate e grandemente prese in considerazione, ed anche se di fatto non fa altro che riciclare tutte le convinzioni del suo vecchio maestro, cioè del pittore che gli aveva presentato la madre, il riconoscimento che gli viene tributato, per le sue idee e per le sue poesie, gli conferisce una sicurezza nuova, un senso di tanto agognata rivalsa.

In questi circoli conosce anche una ragazza universitaria che, stupita dai suoi discorsi e della sua apparente autorevolezza, si fidanza con lui. Lei è più grande di lui e lo chiama efebo. È una parola accattivante per Jaromil: la sua seccante inesperienza in fatto di donne, la sua aria da ragazzino ancora giovane, ancora piccolo, ora non è più un fatto negativo, che lo penalizza: è un aspetto di lui attraente e proibito, che scuote ed intriga la ragazza. Finalmente baci, carezze, tenerezze. Finalmente la vita. Ma anche questo amore non è la meta, non è l’arrivo, non è la vera vita. Jaromil, per quanto si sforzi, non riesce a portare a letto la ragazza, i due presto si allontanano e più tardi lui verrà a sapere del suo fidanzamento con un compagno di università.

Milan Kundera

È in questo momento che la Storia dà un altro aiuto ad un ragazzo smarrito: la rivoluzione scoppia a Praga e in poche settimane il partito comunista ha occupato tutte le postazioni del potere. Jaromil, straziando la madre e scontrandosi con l’ostilità dello zio che era un ricco commerciante borghese, si iscrive al partito comunista e ne diventa un funzionario, il cui compito è saggiare la conformità degli insegnamenti dei professori universitari con la dottrina del partito. In nome dell’adesione al partito è disposto anche a sconfessare tutte le sue vecchie poesie surrealiste, incompatibili con il realismo socialista preteso dal nuovo regime:

Ma c’era una cosa ancora più preziosa delle sue poesie; una cosa che non possedeva ancora, che era lontana e che lui desiderava ardentemente: la virilità; sapeva che avrebbe potuto raggiungerla solo con l’azione ed il coraggio; e se coraggio significava avere il coraggio di essere abbandonato, abbandonato da tutti, dalla donna amata, dal pittore e persino dalle proprie poesie, ebbene, sì; voleva questo coraggio. (…). Era triste, ma anche bello: per un attimo, Jaromil perse la sensazione di essere un bambino.

Forte di questa nuova posizione sociale, di questa inebriante sensazione di virilità che gli aveva consegnato il fatto di detenere il potere, Jeromil conosce un’altra donna, stavolta una ragazzina operaia e modesta, neanche particolarmente piacente, in cui lui si imbatte inseguendo una sua amica, ma alla quale poi si lega dopo aver constatato la sua attrazione per lui.

L’amore con questa ragazza è il frutto di un calcolo, di un’occasione sfruttata in modo cinico ed opportunista. Con lei Jaromil riesce finalmente ad andare a letto, ma l’accondiscendenza della ragazza, spinta fino al servilismo, eccita i suoi istinti peggiori. Con lei Jaromil è violento, arbitrario, volutamente volubile, autoritario, spesso freddo, e soprattutto geloso – geloso poiché pretende da lei una devozione assoluta e senza pause, geloso poiché non ammette che lei abbia attenzioni per nessun altro che per lui, nemmeno per la famiglia o il fratello.

Jaromil vorrebbe da lei un amore esclusivo ed assoluto, come quello della madre – ma un amore così esclusivo ed assoluto pretende la rinuncia di tutto il resto, del mondo e della realtà, perfino della vita – un amore così pretende dall’amante soltanto la morte. Ed infatti è proprio in questo senso che Jaromil agisce: credendo ad una bugia della ragazza, che gli aveva detto che il fratello era intenzionato a fuggire dalla Repubblica Ceca perché avverso ai comunisti, segnala questa fuga alla polizia, ottenendo così che la ragazza che per lui era stata tanto devota finisse lei stessa incarcerata per i successivi tre anni. Non solo questo gesto non precipita Jaromil in un terribile senso di colpa, come ci si aspetterebbe, ma anzi gli dà un senso vertiginoso di onnipotenza, lo inebria dell’idea di aver davvero ricevuto dalla ragazza un amore assoluto, al punto tale di aver potuto determinare, con una sua parola, la sua sorte.

Non che credesse molto a queste possibilità estreme (…), ma la fantasia non si lascia mettere le briglie: instancabilmente la immaginava dentro la cella, stava seduta sul bugliolo, un estraneo la spaiava, oppure gli inquirenti le strappavano di dosso i vestiti; ma una cosa lo stupì: nonostante tutte queste fantasie, non provava la minima gelosia! Devi esser mia per morire sulla ruota della tortura, se lo vorrò!: il grido di Keats vola attraverso i secoli. Perché Jaromil dovrebbe essere geloso? Ora la rossa gli appartiene come mai prima: il suo destino è una sua creazione; è suo l’occhio che osserva mentre orina; sono sue le mani che la toccano in quelle delle guardie; lei è la sua vittima, è la sua opera, è sua, è sua.

Edvard Munch – Two Human Beings. The Lonely Ones (1905)

Giunto al culmine dell’abiezione, la vicenda di Jaromil ha l’unico epilogo possibile: una morte precoce ed ingloriosa, a causa di una febbre terribile contratta per colpa di una lite con un uomo che lui aveva fatto inalberare con la sua baldanza e che per punizione l’aveva chiuso su una terrazza a prender freddo per tutta una notte. Una morte grottesca, ancor di più se si considera che la lite avvenne in una festa a cui si era recato per cercare di sedurre una giovane cineasta che stava girando un cortometraggio su di lui, sul poeta, ma che forse in realtà voleva solo prendersi un po’ gioco della sua ingenuità amorosa… E sul letto di morte, al capezzale, resta solo la madre, che ora, con il figlio ormai moribondo, ha dentro di sé un inconfessabile ma lucido pensiero di gioia: ora ha quello che ha sempre voluto, che il figlio fosse suo, soltanto suo, sottratto al mondo, sottratto alla vita.

L’ultima pagina ha qualcosa di toccante ed insieme di straziante: ricorda le pagine più belle della letteratura sull’amore tra madre e figlio, ma ha in sé la nota stonata di una morbosità che guasta tutto, di un attaccamento che solo nella morte può trovare il suo assurdo e macabro compimento.

Jaromil si rende conto che la donna che gli sta parlando lo ha sempre amato, non gli è mai sfuggita, che non ha mai dovuto temere per lei e non ha mai dovuto esserne geloso. “Io non sono bello, mamma. Tu sei bella. Sembri una ragazzina”. Lei sente le parole del figlio e vorrebbe piangere di felicità: “Ti sembra che io sia bella? Ma tu mi somigli. Non hai mai voluto sentirtelo dire che mi somigli. Ma mi somigli, e io sono felice che sia così”. (…). Jaromil sente quanto è stanco. Non avrebbe più la forza di cercare un’altra donna; sono tutte così lontane, e la strada che porta a loro è così infinitamente lunga. “In realtà, nessuna donna mi è mai piaciuta”, dice “solo tu, mamma. Tu sei la più bella di tutte” (…). La mamma vede il mondo attraverso una grossa lacrima di felicità; tutto, intorno a lei, si confonde nell’umidore di quella lacrima (…).

Egon Schiele – Dead Mother, 1910

In questo straziante dialogo sta tutto il segreto di Jaromil, forse tutto il segreto del lirismo di ogni epoca. Il lirismo è esattamente il sentimento che la vita è altrove, che ogni cosa del mondo non è ancora la vita, che quindi occorre sempre cercare altrove, nel sogno, nella letteratura, nell’avvenire. È per questo che non è paradossale il clamoroso intreccio tra lirismo e rivoluzione, tra lirismo e violenza, tra lirismo e totalitarismo raccontato da Kundera nel libro. La rivoluzione è l’attesa messianica della vita, è una chimera illusoria posta nel futuro che giustifica tutte le aberrazioni del presente. La rivoluzione, nella storia, a ben vedere non è mai stata ritenuta compiuta e soddisfacente dai suoi assertori: andava sempre ancora perfezionata, ultimata, messa a punto. La rivoluzione è sempre un’attesa, una procrastinazione. La rivoluzione, come il lirismo, è l’incapacità di capire che la vita è qui, è ora, che il momento presente è il più importante, la persona più prossima e concreta è quella a cui dare maggiore attenzione.

Kundera nove anni dopo La vita è altrove scrisse il suo capolavoro, L’insostenibile leggerezza dell’essere, in cui rifletteva sul fatto che la vita di ciascuno è sospesa tra i due poli della leggerezza e della pesantezza; di chi passa la vita accarezzando molteplici realtà ed esperienze e chi invece si rifugia dietro falsi alibi o morali per rinchiudersi in un sostanziale immobilismo, in una soffocante staticità. Si tratta dei due poli già rintracciati da Nietzsche ne La Nascita della Tragedia, l’apollineo e il dionisiaco, il sogno e l’ebbrezza.

Per molto tempo abbiamo visto distintamente la vita di molti dividersi tra queste due polarità, ma solo ora ci sembra di vedere con chiarezza quanto questi poli, più che complementari, siano segretamente simili, sostanzialmente gemelli. A ben vedere, in entrambi i casi si tratta di preferire la possibilità alla realtà. In un caso l’incapacità di scegliere tra le varie possibilità della vita porta ad esitare alle sue porte, di arrestarsi alle soglie del sogno; nell’altro porta a sfiorare tutte le possibilità, lasciandosi inebriare da questa serie vorticosa di esperienze ed abbandoni, ma senza coglierne pienamente nessuna, senza portarne nessuna a vero compimento. Ed in entrambi i casi questo atteggiamento nasce dalla paura, ma non tanto dalla paura della morte, come potrebbe apparire in un primo momento, quanto dalla paura della fatica, del sacrificio che ogni scelta presa fino in fondo richiede.

Il problema è che la vita è inseparabile dalla fatica, per cui chi rifiutasse ogni fatica alla lunga finirebbe anche per rifiutare la vita – ed infatti preferire la possibilità alla realtà significa in sostanza preferire il nulla all’essere, tradisce un sentimento che fugge la morte ma inconfessabilmente la brama, che briga per la mancata realizzazione di sé e se ne compiace. Ma qual è il motivo che conduce al lirismo o alla rivoluzione, cos’è che fa diventare alienati, romantici o violenti, poetici o cinici, inattivi o febbrilmente attivi, statici o errabondi, impotenti o con sindromi di onnipotenza; che fa trascurare la vita reale per rifugiarsi nella suggestione letteraria o nell’utopia politica; cos’è che fa credere che la vita sia sempre altrove?

In questo libro Kundera ce lo svela: un rapporto irrisolto con gli affetti primari, un senso dell’amore equivoco nato da alcuni equivoci sui primi amori che abbiamo ricevuto nella vita, in cui in questo romanzo è dato particolare accento a quello materno. A Jaromil si presenta con forza il bivio che è davanti agli occhi di ciascuno di noi, la grande scelta da fare per orientare ed indirizzare la nostra vita: quello appunto tra l’essere e il nulla.

Edvard Munch – Kiss by the window (1892)

Questa scelta è quella di cui parlò una volta anche Chesterton, identificandola in quella tra cristianesimo e buddismo. Da una parte l’uno ci promette una vita carica di fatica, di croci e di sacrifici, ma ci assicura anche che ogni fatica prepara una gioia più grande, ogni croce prepara una resurrezione; dall’altra l’altro ci promette un avvenire libero da ogni fatica, croce o sofferenza, una grande pace che però non è tanto una gioia quanto appunto una pace perfetta e silenziosa, una quiete totale, un nulla pervaso da liquido amniotico… L’uno è la gioia a cui si approda dopo la fatica, l’altro è il godimento diffuso che procura un’anestesia che calma il dolore. L’uno è un lungo, tortuoso ed inebriante cammino verso la pienezza del proprio essere, l’altro è un ritorno ad uno stato precedente all’esistere, un nulla caldo e pacificato. In questo senso, il ruolo della madre è fondamentale: sta a lei lasciare il figlio libero di esistere pienamente oppure avvolgerlo con sé in un torpore che lo protegge ma lo opprime, lo rassicura ma lo soffoca.

In questo rapporto si gioca anche la capacità del figlio di amare. Se il figlio riceve un amore che lo fa essere pienamente, per lui amore significherà questo: ovvero far esistere pienamente l’altro. Ma se riceve un amore che sottilmente ambisce a diminuirlo, o che esige un’esclusività così totalizzante da pretendere la sua stessa vita – il figlio rovescerà sugli altri questo amore pretenzioso e folle, quest’amore che esige la morte dell’altro per provarsi. L’amore romantico è sempre un amore tragico, ma l’amore tragico è forse sempre un amore che ha dietro di sé un incesto irrisolto.

Pietà – William-Adolphe Bouguereau, 1876

Naturalmente, Kundera nel libro non parla di Gesù, ma non ci sembra di proferire un’inesattezza se diciamo che l’esempio più fulgido di un rapporto tra madre e figlio pulito da ogni bruttura sia proprio quello tra Maria e suo figlio. In tutto il Vangelo Maria è sempre tentata di prevaricare il figlio, le si presenta la tentazione latente in ogni madre di non lasciar esistere il figlio pienamente, di proteggerlo più del dovuto. Ed ogni volta Gesù si ribella alle sue invadenze quando sono eccessive, e queste ribellioni si posano nel cuore di Maria come delle spade. Ma alla fine, quando Gesù muore, Maria è ai piedi della croce.

In lei non c’è nessun morboso compiacimento, non c’è nessuna ambiguità di sentimento. Soffre per aver perso il figlio, ma sa che suo figlio è stato, è esistito pienamente, ha fatto tutto ciò che doveva fare. Gesù era da tempo uomo, Gesù è morto avendo vissuto, Gesù vivrà per sempre, perché ha desiderato sommamente essere. Per Gesù la vita è sempre stata presente, mai altrove, nemmeno un momento. Ecco il punto: come mostra la vicenda di Gesù, non è la madre a fare la differenza nella vicenda dell’amore materno – è il figlio. È il figlio che, quando si mostra cresciuto, non dà alla madre più alcuna scelta: deve andare, non ha senso resti lì, è diventato troppo grande per rinchiuderlo in una casa. È la scelta di Jaromil che alla fine segna la sua vita: poiché egli alla fine, intimamente, dentro di sé, preferisce la possibilità alla realtà, l’assenza alla presenza, il piacere piccolo ma gratuito alla gioia grande ma faticosa; in una parola: il non essere all’essere.

La presenza di una ragazza era una cosa da nulla (qualche carezza e molte parole insignificanti), ma la sua assenza totale era grandiosa; nell’immaginare una ragazza sepolta in un campo scoprì subitamente la nobiltà del dolore e la grandezza dell’amore. Ma nei suoi sogni di morte non cercava solo l’assoluto, cercava anche la felicità. Sognava di un corpo che si dissolve lentamente nella terra e gli sembrava che fosse uno splendido atto d’amore durante il quale il corpo, lungamente e voluttuosamente, si trasforma in terra. (…) Sì, la morte di Jaromil era una morte vissuta: somigliava stranamente al periodo in cui l’uomo non ha bisogno di entrare nel mondo perché è lui stesso un mondo e sopra di lui si inarca, come una tenera volta, la parete interna del ventre materno.

Profondamente essere, come venne detto a Maria; o profondamente morire, come implorò Jaromil alla madre – qui si gioca tutta la differenza tra la salvezza di Gesù e la tragedia di Edipo.


Queste considerazioni hanno, ovviamente, anche un chiaro corollario politico. Per uno come Jaromil, per cui la vita è altrove, quella perniciosa commistione tra vita e polizia doveva essere perfettamente normale. Se parteggiamo per il nulla contro l’essere, troveremo legittimo uccidere una persona concreta oggi, o farla incarcerare, per realizzare il mondo che non esiste, cioè il mondo di domani. Il messianismo rivoluzionario è un nobile alibi per chi vuole vivere una vita nell’attesa. Ma chi crede che il Messia sia già arrivato non ha motivo di aspettare più nulla e sa che il quotidiano è più importante della grande Storia: sa già ora cosa deve fare, cosa deve dire, e la vita sarà lì, non sfuggirà più, sarà dovunque egli riuscirà a portare la sua testimonianza. Questo non vuol dire che egli non crede alla rivoluzione. Significa che egli crede che la rivoluzione si debba fare non domani, ma oggi, ogni giorno, una persona alla volta, a partire dalla più prossima.