Il 25 giugno dell’anno scorso l’Europa era troppo occupata dalla chiacchiera sulla Brexit per accorgersi della morte di uno suoi figli migliori – quantomeno come artista, romanziere. Lo diciamo fra i migliori proprio perché traditore, onesto, perché morto in esilio volontario. Maurice G. Dantec si era trasferito in Canada alla fine del millennio, dopo essere cresciuto a Parigi e nato a Grenoble nel ‘59 in una famiglia di militanti comunisti. Quella G. puntata fra nome e cognome se l’era messa da solo, fin dagli esordi, per omaggiare la K di Philip K. Dick.

Si definiva scrittore nord americano di lingua francese ed è riduttivo considerare i suoi romanzi di mera fantascienza. Negli anni ‘90 della sua prima trilogia (La sirena rossa, Le radici del male, Babylon babyes, uniche sue opere che ci risultano tradotte in italiano, in edizioni Hobby & Work) fu arruolato nel sottogenere cyberpunk che, a ben considerare, gli sta stretto. Dantec lamentava infatti negli esponenti statunitensi di quel movimento la mancanza di un respiro metafisico, di un’apertura che accompagnasse le visioni e le riflessioni su come tecnica e media stanno trasformando l’essere umano. In effetti lui scriveva romanzi-mondo, generosi e strabordanti con le loro oltre quattrocento pagine, e dentro ci metteva di tutto: cabala ebraica, teoria del caos e del complotto oltre al complotto della teoria, psicopatologie della vita quotidiana e di quella più esoterica e cosmica, assassini seriali, fisica quantistica e stati alterati di coscienza, urbanistica e crimini sessuali. E metafisica, appunto, in maniera quasi ossessiva a partire dal fondamentale Villa Vortex del 2003, ma ben presente fin dal principio con riferimenti al Vangelo, in particolare al libro dell’Apocalisse. Tutte queste connessioni finivano confezionate magistralmente con quell’etichetta dai francesi chiamata polar in cui spesso la vicenda partiva da un crimine, da un’indagine, dal ruolo della polizia, della police nella polis ormai mondializzata e interconnessa. E poi si spalancava l’universo, letteralmente, e un vertiginoso spazio interiore che James Ballard – altro punto di riferimento di Dantec – avrebbe apprezzato. Il tono del racconto sempre rock, non solo alla Céline cyberpunk in dialoghi e monologhi ma anche nella scelta dei temi d’indagine: dalla stessa storia del rock al ruolo delle rockstar nella costruzione dell’immaginario collettivo occidentale. Non a caso era anche musicista: prima cantante e tastierista del gruppo postpunk parigino Artefact nei primi anni Ottanta poi, alla fine del decennio successivo, nel duo Schizotrope con il chitarrista d’avanguardia Richard Pinhas e infine, nel nuovo millennio, l’invenzione dei Trinity test con Lionel Pezzano.

Schizotrope – Les Racines du Mal

Fantascienza, dunque, focalizzata sull’invadenza della seconda natura nella tecnica, quasi un’altra elica che abbraccia quella del Dna umano. Una forza aliena giunta al culmine del suo potere con l’industria dello spettacolo, con i dispositivi mediatici, con la bioingegneria fisica e la programmazione neurolinguistica. Materia da magia nera, che forse può esserlo anche di quella bianca o comunque spingersi oltre il dualismo, per approdare non ad un’unità indistinta ma all’immagine della Trinità così cara all’ultimo Dantec.

Si era infatti convertito al cattolicesimo dopo aver abbandonato un’Europa secondo lui in piena decadenza, terreno di caccia per ambizioni imperiali russe, cinesi o peggio islamiche. Aveva scelto l’America, sebbene quella del Nord, e l’11 settembre 2001 lo aveva ancor più convinto della scelta. Al di là del reale mandante, quell’evento segnava la fine di un mondo, era apocalittico, mentre il continente oltre l’Atlantico rimaneva il vero crocevia dei fatti planetari e cosmici in quel passaggio d’epoca. Furono gli anni delle inevitabili polemiche con la stampa rossa francese. Lo avevano sempre considerato uno di loro, uno di sinistra, ma a partire dal suo diario reso pubblico il Journal métaphisique et polémique in tre abbondanti volumi, Dantec citava con troppo entusiasmo Joseph de Maistre, Pierre Drieu La Rochelle, perfino Mishima. Era diventato un reazionario, difendeva la Chiesa di Roma, pur considerandosi cristiano futurista, e peggio ancora un neocon. Sosteneva infatti l’amministrazione Bush, gli Usa in possesso di una kultur ancora efficace mentre il vecchio continente era ormai Zéropa-land. Vedeva un nemico immediato nell’Islam, a partire dal fondamento teologico che riafferma una lontananza, un dualismo, fra Creatore e creatura, nemmeno temperato dal ruolo del Figlio e dello Spirito che soffia dove vuole, al di là di ogni scrittura. L’Islam inoltre rappresentava ai suoi occhi, sempre coperti da occhiali neri, un nemico della libertà faustiana degli occidentali, finanche del loro arbitrio civilizzatore, un tentativo aggressivo di tornare indietro. In fondo mai aveva tradito le passioni giovanili per Marx e Debord, sapeva che le contraddizioni del capitalismo, del mercato globalizzato, dovevano arrivare al culmine. Negli anni di Obama aveva cominciato a guardare con interesse alla Russia di Putin, ma come può guardare in quella direzione un cinquantenne figlio del boom che cita nel suo ultimo romanzo i Depeche Mode, il filosofo Whitehead e dedica in epigrafe all’Angelo Custode. Sempre in quell’opera, il meraviglioso ed efferato Les Résidents del 2014, fra i protagonisti nella categoria “buoni” ci sono due anziani agenti segreti americani, consumatori compulsivi di cannabis con un passato ricco di nefandezze di Stato, compiute con raffinato distacco taoista.

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Per capire il Dantec politico, come anche la sua visione religiosa, è necessario tornare alle sue letture della coppia filosofica e schizo-analitica formata da Gilles Deleuze e Felix Guattari: i libri firmati dai due rimangono infatti un’influenza costante in tutto il suo lavoro. Considerando allora i concetti di micropolitica, rivoluzione molecolare e soprattutto di concatenazione, le idee di questo straordinario scrittore forse si chiariscono un poco. Dantec capisce che ormai non ci sono più due fronti distinti (se mai ci sono stati) definibili come Destra e Sinistra, come Reazione e Progresso. Concatenarsi con un autore cattolico e selvaggiamente tridentino come Léon Bloy può esser più liberatorio, più molecolarmente rivoluzionario del farlo con Wilhelm Reich. La rivoluzione sessuale ed ogni altro slogan della sinistra radical-chic può diventare occasione di ripiegamento identitario, di fascismo caratteriale, di controllo totalitario, di dominio biopolitico.

Ovunque macchine di macchine, scrivevano Deleuze e Guattari, intendendo macchina come ordigno, organizzazione temporanea di flussi per uno scopo, un atto di magia che può esser nera o bianca, concatenamento infelice o gioioso. Dunque Dantec ribattezzatosi anche machine à écrire (macchina per scrivere) si concatenava con autori di destra e di sinistra, con eventi e luoghi degli Usa, di banlieue, di cosmo intero e Canada, di Balcani in guerra per costruire ordigni di grande letteratura. Atti di magia veramente bianca, artefatti nel senso buono, fatti ad arte. Si chiede nel secondo volume del suo journal se si possa rovesciare un Heidegger che dice l’arte messa in opera della verità. Potrebbe essere il contrario: la verità come messa in opera dell’arte.

Maurice G. Dantec

Maurice G. Dantec

Di arte come costruzione di verità nei romanzi di Dantec ve n’è in abbondanza. Michel Houellebecq nel suo elogio funebre ha scritto che le sue opere sono fra le poche che la letteratura francese contemporanea lascerà al futuro. Si è però rammaricato del fatto che Dantec ha preferito forse la quantità alla qualità, non ha limato abbastanza quei romanzi enciclopedici in cui si trovavano pagine di pura meraviglia circondate da troppi dialoghi e digressioni poco digeribili e molto disorientanti per il lettore. Secondo Houellebecq l’amico Maurice non ha fatto in tempo a scrivere il suo vero capolavoro, l’opera ben calibrata, l’opera della vita. A noi sembra meglio così, ci pare più fedele al personaggio generoso, nietzschiano quanto Houellebecq è schopenhaueriano, eccessivo ed autodistruttivo fino al sacrificio di una vita non all’insegna del salutismo.

Il corpo di Dantec si è spento, malato da anni, per arresto cardiaco il 25 giugno del 2016, forse quella macchina non ha battuto sui tasti del computer il capolavoro secondo Houellebecq, ma ha composto romanzi seminali che speriamo di vedere prima o poi tradotti in italiano.