Massimiliano Parente è uno dei più stravaganti e metodici scrittori in circolazione, probabilmente il più serio. Ogni libro un sorso di cicuta. Difficile incontrare qualcuno in grado di prendere il mondo a calci così bene: perché i suoi sono calci assestati nei punti più deboli, più scoperti, di quelli che ti azzoppano per ore. Senza lo snobismo profetico da educatore delle masse e senza l’affettata bohème fuori tempo massimo. Essendo uomo di parola, nei suoi libri il primo a rimetterci è lo scrittore stesso, che può solo vivere nelle pagine e scarnificarsi in esse. Mai come nel suo ultimo Parente di Vasco, uscito per La Nave di Teseo, Parente ha trasfuso tutto il meglio e il peggio di se stesso in inchiostro fumante.

Dopo i primi deliranti romanzi, dopo la monumentale Trilogia dell’Inumano e due romanzi più pop e ironici, ecco presentarsi con un libro agile e leggero, cento pagine appena, in cui per la prima volta il Parente narratore e il Parente protagonista sono davvero la stessa persona. Tra la pagina e la mente dello scrittore non c’è filtro. È il più intimo dei suoi libri, il più disperatamente personale, pur mantenendo quel velo di divertente autoironia che lo rende ancora più delicato e commovente. Come afferma verso la fine del racconto, “ho scritto opere devastanti sulla realtà, solo sulla realtà, e contro la realtà”, e dopo averci abituati a libri travolgenti nella loro capacità distruttiva, qui Parente si ferma un attimo e si guarda dentro e dietro.

Dopo tanto furore il riposo, in un afoso agosto romano in cui Parente si mette in mente di rapire Vasco Rossi perché è sicuro che Vasco gli sarà un indispensabile amico come lui sarà indispensabile a Vasco, per spiegargli con precisione scientifica e occhio di scrittore tutte le verità che Vasco ha cantato ma di cui non ha consapevolezza. L’esito dell’operazione è discutibile, le motivazioni sono invece strazianti e assolute. Nel leggere certe pagine viene davvero da chiedersi se un lettore meriti tutta la franchezza e la sincerità che riserva a un amico stretto e il totale dispiegamento dei lembi più intimi e segreti di una persona.

Parente, scrittore che già si definì artificiale, inumano e postumo, è un monolite nella letteratura contemporanea. Senza clan, franchigie e conventicole ideologiche o salottiere, conduce da più di vent’anni la sua personalissima battaglia contro la mafia culturale italiana, contro editori scrittori critici giurie giornalisti e festival. Formidabile romanziere, polemista e stroncatore di libri altrui, ogni volta che pubblica un articolo lancia un siluro contro qualcuno o qualcosa. È come uno scrittore deve essere: libero, senza tessere né santini, compagni di merende o compagni di partito, sia pure ideali. Sarà per aver sbertucciato gli scrittori à la carte, per aver bombardato le case editrici e i loro pupilli che tanto vendono, tanto sono pubblicizzati, intervistati e recensiti quanto poco valgono, che di Parente non c’è traccia quasi da nessuna parte, nonostante sia pubblicato da grandi editori e le sue opere abbiano indiscusso valore letterario.

Con la sua stessa opera vivente, in un certo senso, Massimiliano Parente mostra anche tutti i limiti umani dell’editoria italiana, la differenza fondamentale tra chi scrive e pubblica per raccontare storie e farsi bello in società e chi scrive storie per raccontare il mondo e nel farlo è costretto ad alienarsi dal mondo e da se stesso, rimettendoci in successo, in salute e in rapporti personali. In una frase, Parente può essere definito come il cantore del disagio dell’autocoscienza dell’essere umano. Solo gli uomini e gli scimpanzé hanno la capacità di astrarsi e di avere autocoscienza di sé e della propria e dell’altrui morte e questo si trova nelle pagine di Parente, in prospettiva puramente scientifica, mischiato a quanto di più denso c’è nella vita degli uomini: le ossessioni, le perversioni, i sentimenti più repressi e lancinanti, la depressione e l’abbandono di sé.

Massimiliano Parente

Tale visione del mondo e dell’uomo si coagula letterariamente in Parente in romanzi privi di plot, complessi e scuri, anche se sottilmente ironici nel denunciare e rivendicare l’assurdità della vita e le mille possibilità che un uomo ha nel gestirsela, senza morale e senza senso. Qui, per la prima volta, i lettori abituati a protagonisti geniali ma duri e odiosi, incontrano un Parente che suscita anche tenerezza, un uomo che dichiara di essere solo, senza più la voglia di stare in mezzo agli altri esseri umani né di scrivere, tanto quello che doveva scrivere l’ha già scritto, senza più il padre, morto per sempre lasciando il figlio senza il suo pacato riferimento, con una donna che forse non lo ama più, nel bel mezzo di una vita che scorre e si consuma e non sa cosa farne.

Parente di Vasco trasuda tanto di questo dolore, il più intimo e tipico di Parente, in cui la disperazione è elargita a piene mani non per le fisime di un uomo annoiato, ma perché l’uomo che finalmente sa come è fatto l’universo non può che trovarsi sgomento e lucidamente, nichilisticamente, disperato. Una conoscenza scientifica dell’universo che giunge a sublimare l’essere umano nella sua essenza biologica, nella sua organicità di animale vivo per caso in un pianeta ai margini di una galassia ai margini dell’universo conosciuto. Come potersi occupare di sociale, di politica o di amenità mondane quando il conto alla rovescia è attivo dal primo vagito e la morte cancella tutto definitivamente? Non resta che provare a riacchiappare il filo della propria esistenza o almeno dei propri cari, quel poco che resta di amore e di sostentamento emotivo, di qui ed ora prima che sia il tempo a cancellare tutto e la vita stessa, sommo inganno della natura, a presentare il conto.

In Parente di Vasco, per la prima volta, questo tipo di uomo è alle prese con le goliardie antidepressive che inventa col suo unico amico, con l’amore sconfinato che riversa nella figlia, nonostante fosse contrario alla procreazione, con l’alcol amico che rende sopportabile la vita insieme ai propri simili, con l’idea geniale di rapire il cantante rock che solo potrebbe capire Parente e essere da lui capito. Come tutto ciò si tenga, in un cocktail di leggerezza e autoironia, lo lasciamo intendere ai lettori. Non possiamo che ringraziare Parente per averci fatto l’immeritato dono di un libro che ci ricorda che è inutile trovare un senso a questa vita, perché questa vita un senso non ce l’ha.