«Non riuscivo a immaginare […] Falcone scagliato in aria dalla deflagrazione, bensì come risucchiato da un gorgo. Come tutti noi d’altronde, soffocati e sommersi». È il 25 maggio 1992. A due giorni di distanza da uno dei più sconvolgenti attentati mai orditi dalla mafia, Marcello Benfante si ritrova davanti alla voragine apertasi sull’autostrada A29 a seguito dell’esplosione che ha ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della loro scorta. Quell’immagine luciferina, tellurica e ctonia, si imprime indelebile nella sua coscienza, così come nell’immaginario degli italiani tutti. Da quel momento nasce l’esigenza di scrivere e prende forma un racconto, un racconto del sottosuolo che ora, a distanza di venticinque anni, riemerge grazie alla pubblicazione nella collana Elamafiasaifamale della casa editrice (palermitana) il Palindromo.

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Le vicende del protagonista, Morello, e il contesto in cui si sviluppa questo dramma onirico ricalcano gli avvenimenti di un decennio ambiguo: gli anni Novanta. Un decennio di sangue e di rivolta, d’illusione e di rassegnazione per i siciliani e i palermitani in particolare. Dopo la strage di Capaci la ripulsa è generalizzata: nonostante la violenza ininterrotta operata dalla mafia in decenni di attività criminale, questo atto così brutalmente spettacolare genera una reazione incredibilmente forte. La città apatica e scettica si risvegliava improvvisamente, quasi per la rottura di un incantesimo, dal suo secolare sopore gattopardesco racconta Benfante nell’articolo “Di Falcone ed altre morti”, inserito in appendice.

Si assiste a un fiorire di riviste, associazioni, eventi culturali: un tentativo di aggregarsi, di riflettere, di incidere nella realtà sostenuto da un’inedita ansia di partecipazione. Si è parlato per questo di Rinascimento palermitano, dimenticando però la voce di un intellettuale come Sciascia, che già nel 1987 metteva in guardia rispetto ai rischi di professionalizzazione dell’antimafia: questa virtuosa ondata di partecipazione, infatti, si tramuta ben presto, più o meno silenziosamente, in mera spettacolarizzazione e bieco festivalismo, per poi ricadere nell’isolamento e nell’incomunicabilità degli enti e delle associazioni, nella passività e nel fatalismo dei cittadini.

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

La parabola di Vorago et vertigo, anche se priva di qualsiasi coordinata storica, ci parla dunque dell’impossibilità di essere palermitani, soprattutto dopo gli ottusi e infimi anni Duemila, anni di oblio e di regressione in cui la città, dopo la sua breve vertigine, sprofonda definitivamente e la mafia stessa cambia: si inabissa, si fa sotterranea. Benfante ne parla scegliendo il procedimento dell’allusione, non quello del realismo. La narrazione si apre con un grido, una richiesta di aiuto: un uomo (Mattia Sperandeo) è caduto improvvisamente in un cratere, una frattura del terreno creatasi senza motivi apparenti (un terribile boato, come un’esplosione). Per sua fortuna il protagonista, Pasquale Morello, si trova per caso nei paraggi e ne ode la voce. Il dialogo tra i due, dall’impronta magistralmente teatrale, avviene sempre senza che essi si vedano: dapprima per il buio della voragine che impedisce un riconoscimento, poi per l’oscurità insita nella dimensione onirica, l’unica in cui Sperandeo, ormai perduto, può ricomparire.

Questo incontro rappresenta il passaggio di testimone tra l’uomo del cielo (Sperandeo, pilota d’aerei: un Falcone che ebbe la forza di elevarsi al di sopra delle miserie della Sicilia per poterle sanare) e l’uomo legato alla terra, il protagonista, che diventa suo compagno. E se Sperandeo – il cui cognome riecheggia la speranza – si dichiara fuori tempo, la ricerca stessa di Morello, che corre verso la città per trovare aiuto, ci pare disperata, mentre assistiamo al suo inabissarsi in una situazione sempre più kafkiana, in cui lui stesso viene accusato di omicidio e di pazzia, perché delle voragini si nega l’esistenza. In poche pagine la situazione precipita, la polizia inizia a dubitare dell’identità del protagonista e la moglie lo disconosce come marito, la folla insorge e decreta la sua colpevolezza: in ogni dettaglio ritroviamo frammenti di Kafka, di Calvino, di Pirandello, de La vita è sogno. In questo sta la maestria di Benfante: in poche righe tratteggia una summa delle tematiche care al Novecento letterario (dalla crisi dell’identità dell’individuo alla volontà mutevole della folla, dalle valenze rivelatrici del sogno allo stigma della follia sotto cui si dischiude la verità) e le collega, riplasmate e rinnovate, al presente.

Black Red And Black - Mark Rothko (1968)

Black Red And Black – Mark Rothko (1968)

La voragine non è che l’epitaffio di un uomo assurto a simbolo, un ricordo che ancora squarcia il terreno e rischia di portare con sé nuovi nomi (come quello del bambino, che nel racconto rischia la morte): un sepolcro muto, richiuso troppo spesso nell’oblio, nel ventre più profondo di una coscienza collettiva. E quale sarà il destino di Morello? Morello è il testimone, è la Sicilia tutta che rimane sul crinale tra cielo e terra, tra redenzione e colpa: la vertigine e la voragine.

 Le voragini esistono. E ce ne sono di terra e di paura, di terra e di solitudine, di terra e di follia. Ed io non so quale sia la più abissale.

(Benfante, Vorago et vertigo)


Marcello Benfante nasce a Palermo nel 1955. Attualmente interviene sulle pagine del quotidiano “la Repubblica – Palermo” e collabora con diverse riviste (tra cui “Lo Straniero”, “Segno”, “Gli Asini”), alternando l’attività giornalistica a quella di narratore e saggista. Tra i suoi lavori più recenti il romanzo Cinopolis (Mobydick, 2006), la raccolta di racconti Cassata a orologeria (Gaffi, 2008), il romanzo L’uomo che guardava le donne (Avagliano, 2009), il saggio critico Leonardo Sciascia. Appunti su uno scrittore eretico (Gaffi, 2009) e il romanzo Il sentimento del male (Gaffi, 2014). Sue anche la Ballata triste della città dei topi, fiaba noir illustrata da Gianni Allegra (Coppola, 2004), e l’Autobibliografia del lettore da giovane (Plumelia Edizioni, 2015).