Il 14 maggio del 1977 è un pomeriggio di primavera milanese, tiepido nel clima dolce che accompagna all’estate e ai suoi sogni. Quel giorno, uno dei tanti di un anno indimenticabile, i milanesi un po’ intorpiditi dal sole del meriggio assistono annoiati all’ennesimo corteo. La solfa che si ripete da quasi un decennio oramai si compone degli stessi e ritriti riti: caschi, bastoni, striscioni rossi, cori minacciosi, passamontagna e dita della mano a formare, in un lugubre gesto di intimidazione, la p38 vendicatrice della rabbia proletaria.

Come di consueto, il serpentone rosso rifiuta di proseguire l’itinerario concordato e si indirizza verso le carceri di San Vittore per portare “ai compagni in galera” il tributo dovuto. Si cerca lo scontro, si invoca la violenza levatrice della storia e musa ispiratrice di quella generazione folle e terribile. Dalle chiavi inglesi alle pistole il passo è breve: qualcuno avvista la Celere caricare di lato, l’eccitazione come l’adrenalina scattano sui nervi e sui muscoli, la paura si mischia all’incoscienza. Partono una, due, tre molotov; la polizia risponde con i lacrimogeni, si intravede nel fumo il muro grigioverde dei questurini – terroni in divisa per fame e mancanza di alternative – che avanzano, pronti alla carica. Giuseppe viene sfiorato da una bottiglia incendiaria, perde il controllo, impugna la pistola e spara verso la folla, verso il mondo. Di lato, coperto quasi da un albero, una macchina fotografica chiude l’otturatore nell’istante perfetto: gli anni di piombo hanno trovato la loro drammatica icona, sintesi perfetta di un decennio interminabile e molto, forse troppo complesso.

Giuseppe Memeo mentre prende di mira la polizia (foto di Paolo Pedrizzetti)

Giuseppe Memeo mentre prende di mira la polizia (foto di Paolo Pedrizzetti)

Furono maledetti quegli anni Settanta? Si può racchiudere quella lunga decade che dall’autunno caldo porta al mundial di Spagna e allo sfavillante luccichio dell’edonismo reaganiano ricordando, oltre alla politica, il costume, la società, l’Italia e gli italiani di quel tempo? A questi interrogativi Nicola Ventura e David Barra hanno risposto con un libro denso e molto dettagliato, Maledetti ’70, figlio diretto della pagina Facebook gestita dai due e molto seguita sul social (a riprova che qualcosa di buono si può trovare anche tra gattini e arcobalenati je suis). Riprendendo i lunghi e popolari post pubblicati nel corso degli anni, infatti, i due hanno prodotto un’opera pregevole, capace di passare da Andreotti alla Fenech senza mai cadere nel banale. Diviso in sei parti, il libro affronta le tematiche chiave del periodo (la drammatica diffusione dell’eroina, la violenza politica, l’evoluzione del sistema dei partiti, il costume e lo sport, la musica) utilizzando un registro godibile, sospeso tra la cronaca e la narrazione storica, conseguenza di un pregevole lavoro di ricerca sulle fonti – giornali e testimonianze dirette – e di sicura passione per il tema trattato.

Il punto forte dell’opera, a parere di chi scrive, sta dunque nella capacità di tratteggiare compiutamente un’epoca assai complessa, troppe volte ridotta a una plumbea cappa che per due lustri abbondanti ha coperto di sangue e paura l’Italia. Gli anni Settanta furono certamente contraddistinti dal piombo, ma non va dimenticato che per gli italiani fu il vero momento del miracolo economico: grazie alle lotte operaie e alla nuova coscienza popolare diffusa dopo il Sessantotto, le famiglie del Belpaese conobbero una crescita esponenziale di reddito e risparmio, comprarono casa e mandarono i figli in un’università finalmente divenuta di massa. E furono quei figli a consumare tutti i formidabili prodotti di quell’era: dall’apogeo del rock alle grandi imprese sportive, dalla diffusione di nuove forme di espressione (la radio e il cantautorato) e di libertà (la rivoluzione sessuale), di cinema (la Hollywood di Taxi Driver e Il Cacciatore, la Cinecittà dei poliziotteschi e della commedia erotica), fino ad arrivare agli eccessi della ubriacatura politica e della disperazione tossicomane.

Non è un caso che gli scritti più crudi di Pasolini sulla trasformazione della società italiana riguardino proprio questo lasso temporale, contraddistinto da un passaggio formidabile e inedito di una nazione dallo stato rurale a quello industriale e da quest’ultimo, dopo il 1973, all’economia dei servizi. Trasformazioni maturate nel corso del Novecento vengono a sublimarsi tutte hic et nunc: l’apogeo e la crisi del politico, la fine della centralità operaia e della fabbrica, l’avvio del reflusso e del personale quale avanguardia dell’Italia da bere. Un’Italia al bivio, sospesa tra un passato sepolto per sempre e un futuro enigmatico che nemmeno la sbornia degli anni Ottanta riuscirà a svelare.

Ecco allora che come tante tessere di mosaico, i ritrattini e gli incisi sparsi lungo le oltre trecento pagine di Maledetti ’70 se osservati dalla giusta prospettiva consegnano al lettore un quadro d’insieme davvero originale, lontano dalle noiose trattazioni accademiche e dalle bolse cronache televisive. È la voce stessa di quel tempo che parla, e sono quelle atmosfere, quei volti e quelle scene che danno a chi legge la possibilità di tornare indietro di quarant’anni e assaporare l’atmosfera di un periodo unico, discusso, incompreso, che ancora oggi influenza senza soluzione di continuità la realtà contemporanea.