Il Romanticismo italiano inizia nel 1816 con la pubblicazione del provocatorio “Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni” di Madame de Staël sulla rivista Biblioteca Italiana: la scrittrice invitava i letterati italiani, accusati di provincialismo, a svecchiare la propria produzione, ad aggiornarsi, ad iniziare a tradurre e seguire i modelli tedeschi e francesi. La polemica classico-romantica, innescata dall’articolo, divise i letterati italiani tra coloro che sostenevano la tradizione classica italiana e chi si dimostrava aperto alle nuove influenze romantiche tedesche, francesi ed inglesi. Furono coinvolti nella discussione anche i grandi del secolo come Leopardi (“Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”) e Manzoni (“Sul Romanticismo”).

Madame de Staël and her lovers - Francis Henry Gribble (1907)

Madame de Staël and her lovers – Francis Henry Gribble (1907)

Poco conosciuta è la prima risposta indirizzata alla nobildonna francese, che, pubblicata sulle pagine della stessa rivista, compose il classicista Pietro Giordani (1774-1848), letterato piacentino, scopritore ed amico di Giacomo Leopardi. “Un italiano risponde al discorso di Madame de Staël”, riflessione letteraria che invita al traslato culturale in generale – sta parlando di letteratura, ma parla, in realtà, anche di società, economia e politica – inizia dalla domanda:

Sarà veramente arricchita la nostra letteratura adottando ciò che le fantasie settentrionali crearono? Così dice la baronessa, così credono alcuni italiani; ma io sto con quelli che pensano il contrario.

Giordani parte da un assunto: non tutto ciò che è nuovo è ipso facto migliore. All’idolatria della novità deve sostituirsi la riflessione critica: il nuovo è meglio del vecchio? La scienza cerca il vero, l’arte il bello. Come il nuovo per la scienza può essere accolto solo se è vero, così per l’arte può essere seguito solo se è bello. Le novità del Romanticismo europeo non devono essere aprioristicamente accettate in quanto novità, ma si deve analizzare con calma la loro valenza estetica: si dovrà, allora, ammettere che spesso i Romantici d’Oltralpe hanno insistito su cose […] false, o esagerate, e però brutte.

Il discorso di Giordani tocca corde profonde della sensibilità di coloro che si trovano a vivere nell’età dell’accelerazione continua, della ricerca/incubo a tutti costo del nuovo … (i puntini da riempire a piacimento: smartphone, tv, auto, coito, invenzione di fantasmagoriche identità di genere XYZ – ad libitum). Ma, dice Giordani, ammettiamo che la sensibilità del Romanticismo europeo sia nuova, ed anche bella. Non per questo, se qualcosa è bello ed appropriato in relazione ad un popolo, lo è, di nuovo automaticamente, in relazione ad un altro popolo:

O bisogna cessare affatto d’essere italiani, dimenticare la nostra lingua, la nostra istoria, mutare il nostro clima e la nostra fantasia, o, ritenendo queste cose, conviene che la poesia e la letteratura si mantenga italiana: ma non può mantenersi tale, frammischiandovi quelle idee settentrionali, che per nulla si possono confare alle nostre.

Pietro Giordani

Pietro Giordani

Un italiano può recarsi negli altri Paesi europei, ne può ammirare anche la cultura. Il problema nasce quando pretende di unire cose insociabili, imitando gli stranieri, scrivendo componimenti con incroci strani, simili alla natura ibrida dei centauri. Allo stesso modo:

Altro è andar nel Giappone per curiosità di vedere quasi un altro mondo dal nostro: altro è, tornato di là, volere fra gl’italiani vivere alla giapponese. Io voglio concedere a’ cinesi che abbia eleganza il loro vestire, abbia decoro il loro fabbricare, abbia grazia il loro dipingere. Ma se uno ci consigliasse di edificare e dipingere e vestire come i cinesi, […] quante ragioni addurremmo di non doverlo né poterlo seguire!

L’invito finale di Giordani ai letterati italiani è quello di continuare nel solco della propria tradizione, seguire la propria storia, non abbandonarsi ad una esterofilia d’accatto che snaturi le patrie lettere: se si vuole, begl’ innesti nella letteratura italiana si danno dalla letteratura greca e latina, poiché essa è ramo di quel tronco. I letterati italiani possono anche non seguir più la propria tradizione ed iniziare a seguire modelli esteri: il risultato sarà che perderanno i meriti del passato nel ludibrio di una scimmiottesca imitazione.

La ricerca del nuovo ad ogni costo aveva deturpato già la poesia seicentesca, ma almeno i seicentisti avevano una pazzia originale e italiana: la follia nostra è di scimie, e quindi tanto più deforme. L’italiano che esalta Milton e Klopstock, ma poi disprezza Dante, non conoscendolo, potrà solo suscitare il riso di inglesi e tedeschi, non la loro approvazione:

Se proseguiranno a cercare le cose oltramontane, accadrà che sempre più ci dispiacciano le nostre proprie (come tanto diverse) e cesseremo affatto dal poter fare quello di che i nostri maggiori furono tanto onorati; né però acquisteremo di saper fare bene e lodevolmente ciò che negli oltramontani piace; perché a loro il dà la natura, che a noi altramente comanda.

Questo Giordani. L’attualità della riflessione è disarmante.

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Un McDonald prospiciente una piazza rinascimentale, una signorina italiana che indulge nella pratica tribale del twerking, il connubio tra il Keynes della Costituzione italiana e il von Hayek dei trattati europei. La distopia della società contemporanea ne ha sbiadito la ridicolaggine, ma facciamo un esercizio di astrazione per rendercene pienamente conto. Questo è mischiare cose diverse, creando mostri terioantropici simili all’ircocervo oraziano, ricordato da Giordani: non va, non funziona. Mutatis mutandis, e concedendoci un anacronismo chiarificatore, Giordani sta denunciando l’illusoria libertà di poter essere chi vuoi, quando vuoi, dove vuoi; la stessa fittizia libertà accordata dal capitalismo consumistico-globalista, che te la concede dopo averti sottratto quello che, solo, possiamo considerare la proprietà inalienabile dell’uomo: l’identità. In Italia tutto ciò assume caratteri particolarmente virulenti poiché si associa alla secolare triolagnia di compiaciuto autorazzismo sottomesso dei “Signora mia, queste cose solo in Italia” o “Eh, cosa vuoi farci, siamo Italiani”.

Quella di Giordani è un’educata ed argomentata difesa dell’identità italiana che invita alla ragione i dogmatici che professano la fede nella superiorità, a prescindere, delle novità e di tutto ciò che viene dall’estero. È l’invito a riappropriarci della nostra tradizione e della nostra storia contro un ben noto provincialismo esterofilo. È vero, sembra difficile poiché dai dogmatici ne siamo accerchiati. In particolare, dobbiamo fare i conti coi più ferini, coloro che eseguono gli ordini che trapelano dalle tenebre della Mordor fiamminga a.k.a. Bruxelles. Sono ovunque e hanno facce varie: si va, in un crescendo di follia, dal ghigno scemo dell’amico che ti decanta “Leuropa” (™), con la saggezza della sua profonda esperienza di vita dei 6 mesi di Erasmus a Fantasilandia, ancora infatuato della callipigia estone, colà biblicamente conosciuta, sino al grado zero del Male, annidato nelle pieghe rugose sul viso di molteplici Quisling mangiaspaghetti con scranno parlamentare annesso, quelli del

ce lo chiede “Leuropa” (™).

All’irrazionalità pseudo-fideistica di cotali rozze imposizioni, nel solco della riflessione di Pietro Giordani, il tono sensatamente perentorio e strapaesanamente italiano di un non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo.