Quanto servirebbe anche a noialtri giovanotti d’oggi ( a trent’anni ci si può ancora considerare tali?) un Bourget che pensi a noi, che abbia a cuore la nostra anima, la nostra morale; che ci dedichi la sua prosa, che vivifichi la sua professionalità nel nostro nome.

Fortunati i nostri cuginetti d’oltralpe di fine ottocento, fortunati e messi sull’avviso, indirizzati, colmi d’attenzione come noi neanche possiamo immaginare. Le pagine de “Il discepolo”, dato alle stampe nel lontano 1889, sono state infatti, la giusta medicina per una generazione infranta, che ha dovuto subire l’onta del 1870 e ciò che ne scaturì.

Ieri come oggi, ditemi voi come si fa a credere al caso, il nemico, il germe da debellare è lo stesso. Ha cambiato nome e forma ma la sua natura non cambia: maledetto positivismo.

Lui sa che la parola materia non ha senso esatto, e alla fin fine è troppo intelligente per non ammettere che tutte le religioni hanno potuto essere legittimate allo loro ora. Soltanto, non ha mai creduto, non crederà mai ad alcuna, come non crederà mai a nessuna cosa, se non che al grazioso ingranaggio del suo spirito da lui trasformato in un utensile di perversità elegante.”

Questo il tipo umano di cui diffidare, questo il problema, morale, prima ancora che politico della propria nazione. La fine del secondo Impero, l’esperienza, seppur fugace, della comune parigina e l’instaurazione della repubblica “liberale”, il contesto sociale da purificare per poter tornare a parlare di anima nazionale, di spirito veramente libero, di dedizione, insomma, di romanticismo.

il discepolo bourget 3

La trama, ricalcante i primi accenni noir di un Balzac, risulta appassionante e coinvolgente ma sempre sottomessa al fine politico del nostro autore. I crimini del protagonista, Robert Greslou, commessi in nome di un egoismo smodato e di una malsana visione del mondo, retto da una amoralità congenita, sono solo l’artefizio letterario con cui mettere sotto accusa i “falsi profeti” di un’epoca che si accinge al salto nella modernità senza base alcuna. E’ proprio contro questi venditori di fumo che Bourget si scaglia, regalandoci una disamina, quasi sociologica, di questi soggetti: “Presentemente io vedo due tipi di giovani davanti a me, i quali sono anche per te come due forme di tentazione egualmente temibili e funeste. L’uno, è cinico…e la sua religione consiste in una solo parola: godere. Si occupi di politica o di affari, di letteratura o di arte non ha che sé stesso per dio, per principio e per fine. Ha preso dalla filosofia naturale di questo tempo la grande lezione della concorrenza vitale, e l’applica al lavorio della sua fortuna con un tale ardore di positivismo, che fa di lui un barbaro incivilito…” il secondo, invece: “ ha tutte le aristocrazie dei nervi, tutte quelle della mente, è un epicureo intellettuale e raffinato, come il primo era un epicureo brutale e scientifico… A venticinque anni ha fatto il giro di tutte le idee…” ma nessuna l’ha realmente fatto suo. Solo a se stesso rende conto e tutto ciò che colora il mondo lo usa solo come orpello, come galloni da sfoggiare in pubblico. “La sua corruzione è diversamente profonda da quella del gaudente barbaro; è diversamente complicata, e il bel nome di dilettantismo di cui l’adorna ne dissimula la fredda ferocia, la tremenda aridità.”

Un manifesto filosofico, più che un romanzo, un urlo angosciato alla propria società, un monito per una generazione che non ha avuto la possibilità di sfilare sotto l’arco di trionfo.

Un urlo, che più che dare risposte, sembra aumentare le domande: come far comprendere le parole di un Dumas a questa moltitudine di giovinetti lasciati allo sbaraglio?

Come far capire che “…non si tratta di esser spiritoso, leggero, libertino, beffardo, scettico e frivolo; basta di ciò, per qualche tempo almeno. Dio, la natura, il lavoro, il matrimonio, l’amore, il fanciullo, tutto ciò è serio, serissimo, e si erge dinnanzi a te. Bisogna che tutto ciò viva, o che tu muoia.”

Come far rivivere i versi del Banville nei cuori delle nuove generazioni così come sono vissuti in quello del nostro e dei suoi pari:

In voi saluto una novella aurora,

In voi che mi amerete,

O giovinotti dei tempi futuri,

O battaglioni sacri!

Come creare novelli Zarathustra invece che inetti maghi:

Falla finita! Gli gridava con risa di collera, o commediante! Falsario! Mentitore fin dentro l’anima!…Tu sei falso: che vai parlando di verità?

Uno degli ultimi moniti del vecchio mondo romantico all’umanità, ecco cos’è il romanzo di Bourget. Un monito, che fatte le dovute proporzioni, risulta ancora attuale, del resto la lotta tra spirito e materia continua, indefessa, ancora oggi.

Le due tipologie di falsi profeti non ci circondano quotidianamente? Le scelte che la vita ci pone d’innanzi non sono sempre contraddistinte da due strade, una semplice e l’altra più ardua? Non sta ancora all’uomo scegliere il proprio futuro, mettendo da parte o circondandosi del proprio io?

Non è forse vero che “…noialtri lo conosciamo troppo bene questo giovinotto; abbiamo tutti rischiato di essere lui, noialtri che fummo troppo deliziati dai paradossi dei maestri troppo eloquenti; lo fummo tutti un giorno, un’ora. E se ho scritto questo libro, l’ho fatto per mostrare a te, a te che non lo sei ancora, fanciullo di vent’anni la cui anima è ora in formazione, tutta la scelleratezza che quell’egoismo può nascondere in se!”