«Mi chiamo Céline, perché è il nome di mia madre, lei si chiamava Céline; l’ho ritenuto adatto per passare inosservato. Mi sono accorto che era molto difficile essere allo stesso tempo medico e scrittore». Così confessò Louis Ferdinand Destouches, alias Louis-Ferdinand Céline, a Radio Suisse-Romande nel 1955 rispondendo a Robert Sadoul. Firmare Céline era il primo tentativo di distinguersi dagli altri: una differenziazione che gli permetteva di vivere una doppia vita e di coltivare la leggenda di se stesso. Il Doppio era un passo da compiere per poter criticare liberamente la totalità della realtà contemporanea. Destouches, infatti, affrontava il quotidiano con il coraggio del medico, e lottava contro la vita nei panni dello scrittore Céline:

L’uomo non ha molto tempo per trovare qualcosa di straordinario, ha una vita troppo breve e non ha abbastanza forze… La natura gli ha concesso solo poco tempo.

Nel suo individualismo antipolitico, sognando l’Europa di Carlo Magno o il ritorno di Vercingetorige in Gallia, Céline finiva per incarnare il Male che lui stesso descriveva e condannava:

La vita è divenuta estremamente complicata… Scrivere, una specie di maledizione.

Au début était l’emotion e l’emozione viene dalla natura personale: è l’impazienza di esistere, è – nel caso céliniano – la vertigine che culmina nel cataclisma intimo. Nell’angoscioso disordine mentale del dottor Destouches non si celava il terrore dell’inferno materiale, bensì la paura del nulla. Forse il vero sogno di Céline era di sprofondare in una dolciastra catastrofe d’anima senza perdere il carattere e l’identità di un uomo in rivolta contro la modernità che uccide. Era il bisogno di vivere all’estremo, di odiare gli Accademici, piccoli castrati emotivi: era la selvatichezza di un uomo libero. Céline era trascinato nella rivolta dalle sensazioni, e la fedeltà a se stesso lo portava a rifiutare la normalità:

No, noi non parleremo dell’Apocalisse. Gli imbecilli vanno in vacanza nelle loro piccole vetture. Se ne fregano abbastanza della loro prossima fine e dei cinesi. Che aria ho io? Quella di un imbecille che vuole giocare al funambolo…

Nella sua interezza Céline provava una repulsione viscerale per il moderno, cresciuta e sviluppata in una filosofia ammantata di Max Stirner e di Georges Darien. In lui si nascondeva l’appetit de la liberté che lo guidava in una personalissima critica della civiltà e a chi credeva nella democrazia, rispondeva che era un’invenzione degli intellettuali che non rispecchia le aspirazioni umane essenziali. Dapprima il Progresso, incarnato nella guerra, poi l’Ebreo e dopo il cinese, diventarono le personificazioni della paura céliniana; lo stesso progresso morale e intellettuale per lui non esisteva: della modernità rimaneva la decadenza, l’ipertrofia critica, la decomposizione dello spazio e delle strutture, la morte. La cultura, per Céline, era divorata dagli interessi e dalla civilizzazione tecnica. Il mondo vanificava gli sforzi dell’uomo circondandolo di finte soddisfazioni e di bisogni inesistenti, soprattutto lo confondeva con la massa:

Il carattere sparisce dal mondo. Ci sono soltanto “sbruffoni”. Luigi XIV, Enrico IV, Saint Louis, Napoleone, Voltaire, La Bruyère, Saint-Simon, ognuno di loro ha un gusto che rimane, un colore assoluto. Ma tutti questi piccoli agitati… Pouah! Smidollati pretenziosi,

scriveva all’amico Albert Paraz.

Albert Paraz e Louis-Ferdinand Céline

Céline insorgeva per difendersi dalla degenerazione della specie umana e gridava il suo orrore per destare gli animi contro un mondo limitato e artificiale. L’uomo contemporaneo veniva tramutato dal Doppio Céline/Destouches in un sonnambulo errante, abbruttito dal lavoro e schiavo della perfezione, vittima delle circostanze, sensibile ai richiami della collettività, ripetitivo nei suoi vizi e nei suoi errori. Céline avrebbe voluto l’uomo animale, istintivo, capace di prendere una dimensione morale umana soltanto se sottomesso al consenso della mediocrità.

Io sono come te: un obiettivo sperimentale. È da capire. Non mi nutro di ipotesi,

sembrava ripetere al dottor Destouches, mentre in Mea Culpa affondava la lama nella sua angoscia individuale:

Io sono, come tu sei! Egli è! Noi siamo sfruttati.

Agli occhi di Céline, l’intellettuale diventava prostituta, si offriva al miglior offerente, si concedeva ai potenti piegandosi alle loro volontà. Destouches scriveva che l’uomo gli era indifferente, proprio perché l’Uomo è incapace di ribellarsi, non ha un’attitudine alla ribellione. Anche per Céline:

La forma non ha importanza, è l’indole che conta. Questo ci dimostra il pericolo del voler troppo bene agli uomini. È una vecchia lezione (ancora) oggi giovane

e di conseguenza

gli idioti sono la maggioranza

e

i poveri sventurati, essi non sono capaci di uccidere, di uccidere proprio niente, niente di niente, no essi sono troppo abbruttiti per uccidere alcunché.

Di fronte all’incapacità dell’umanità di reagire, Céline preferiva l’isolamento, la condizione per lasciar urlare il suo Io dolorante: il Je céliniano era la sintesi di un’aristocrazia dello Spirito che si trovava letterariamente nella scrittura e si rivelava solamente nell’opera, estrema sintesi di azione e scrittura.

Siamo giunti all’apice della civilizzazione del ventesimo secolo e ciononostante nessun regime resisterà a due mesi di verità. Sia la società marxista che le società borghesi e fasciste. L’uomo non può persistere con queste forme sociali totalmente brutali, tutte masochiste, senza la violenza di una menzogna permanente, sempre più massiccia, ripetitiva, frenetica, totalitaria

e le nostre società liberate da questo vincolo, sprofonderanno nella pura anarchia…, parole riportate da Robert Denoél nell’Apologie de Mort à crédit, suivi de «Hommage a Emile Zola» par Louis-Ferdinand Céline del 1936. In realtà Céline esaltava la sua rivolta contro tutte le forme di esistenza comune, contro tutti i riferimenti culturali e istituzionali dell’epoca. Lo stimolo della rivoluzione interiore di Céline/Destouches era la gioia dell’eccesso e una anarchia diversa e aristocratica:

Mi prendono per un primitivo, per un goffo, per un frustrato. Ora, io sono un raffinato, un aristocratico… Volete scherzare?

La sua personale guerra con il mondo era una malattia morale che lo portava a rifiutare qualsiasi schema o preconcetto, e lo accompagnava anche nel contestare la rivoluzione proletaria:

Il proletariato eroico ugualitario non esiste. È un sogno vuoto, un discorso ozioso, di qui l’inutilità assoluta, stomachevole di tutte quelle immagini imbecilli: il proletario eroe di domani e il capitalista ben pasciuto con catena d’oro. Sono ugualmente letamai l’uno e l’altro. Il proletario è un borghese che non è riuscito.

Persino Leone Trotskij, dopo aver letto la traduzione in russo del Voyage au bout de nuit ha avuto il coraggio di affermare:

Céline è un rivoltoso senza speranze.

Mentre Céline, giudicato da Radio Londra un nemico dell’uomo, in quelle parole aveva trovato tutta la sua durezza, il rigore delle sue scelte e il dovere di sopportarle. Destouches, infatti, ha pagato in prima persona la sua mutazione iperbolica in Louis-Ferdinand Céline, e la sua fierezza risiedeva nelle sue eresie capaci di mettere in discussione la storia. A chi lo ha accusato di essere la sintesi del Male in persona ha risposto altero che loro erano degli impiegati, lui no!

Céline ha sempre ammirato solo se stesso, e nella sua profetica distruzione del mondo, avrebbe salvato soltanto il medico Destouches, l’unico capace di difendersi contro la vita vivendola. Lasciando che il suo smarrimento si esprimesse con una scrittura infernale, lo scrittore ha voluto erigere una diga tra il suo Io e il mondo, per non essere confuso nel dramma della decadenza:

Per difendersi dalla vita ci vorrebbero dighe dieci volte più alte che a Panama e piccole paratoie invisibili

per frenare la congiura della vita contro se stessi. Ma per non cadere nel tranello della quotidianità, basta chiudere gli occhi. Si è dall’altra parte della vita. L’Uomo non ha avuto in cielo e in terra che un solo tiranno: se stesso, e la parola con cui si esprime, nel caso céliniano, diventa l’ultima incarnazione della catoblepa, una bestia mostruosa che si autodivora, come ha suggerito Paul Vandromme tracciandone la biografia nel 1964.

Per il lettore l’inferno di Céline non è solo nella scrittura, ma si nasconde nelle piaghe recondite dell’anima, nelle malattie che affliggono la società e che portano l’uomo alla totale distruzione. Destouches, che aveva trovato con il conflitto bellico la forza di denunciare al mondo intero la follia demenziale e il suicidio collettivo delle nazioni europee, prolunga la sua ispirazione abbracciando il nazionalsocialismo hitleriano, contribuendo alla sua personale crociata dell’Apocalisse con i pamphlet proibiti.

Mi avrebbero appeso nel ‘44… Ma io sono vivo… Uno dei passatempi preferiti dai francesi è la persecuzione dello scrittore,

diceva a chi lo andava a trovare nel suo giardino nell’immediato dopoguerra e lui imperterrito continuava a lanciare invettive contro quasi tutti dietro il cancello di Meudon. Oramai, dopo la guerra, l’esilio e la prigione, sconsolato dalla logica della modernità sosteneva che l’umanità sarebbe stata salvata solo dall’amore delle cosce. Tutto il resto è noia… La noia però non lo ha mai fermato, neanche quando una congestione cerebrale ha interrotto nel 1961 la sua vita. Per la sua tomba Louis-Ferdinand Céline ha lasciato un epitaffio che sintetizza il suo atteggiamento nei confronti degli altri e della vita. È una parola, tra i tanti insulti e le bestemmie che ha lanciato contro il mondo e l’umanità, che solo da morto poteva lasciare:

No!