Ogni tanto fa bene al cuore aprire il baule dei ricordi, scostare con reverenza i corsetti e le uose dei bisnonni e far respirare un po’ d’aria fresca ai sogni dimenticati del patriarca Lord Dunsany, pioniere d’una specialissima agiografia dell’irreale che osò aprirsi – per segreto diletto dell’anima più che per sete di gloria – un itinerario narrativo a ciò che oggi chiamiamo fantasy scegliendo il meno battuto dei sentieri. La sua via letteraria e spirituale resta a tutti gli effetti un unicum: difforme almeno in parte da quella di altri antesignani del genere come George McDonald e William Morris (per tacere della successiva new wave tolkieniana) ma antitetica anche ai registri di stile prosaici e “visivi” oggi tanto in voga, al punto che sceneggiatori televisivi, registi, critici letterari e designer di videogiochi si tengono in genere saggiamente alla larga dalle sue visioni più ardimentose e radicali.

Edward John Moreton Drax Plunkett, 18esimo barone di Dunsany

Una prosa barocca e démodé – vergata da mano irriducibilmente antimoderna sempre con la penna d’oca, e solo in seguito pazientemente dattilografata dalla moglie Beatrice – lo allontana dal vocabolario “destrutturato” del lettore moderno, il quale gli riserva in genere un’indifferenza uguale e contraria all’entusiasmo col quale il côté intellettuale del primo Novecento, europeo e d’Oltreoceano, lo acclamò come un eclettico gigante letterario dell’epoca. Ed un gigante l’anglo-irlandese Edward John Moreton Drax Plunkett lo fu davvero: con l’imponente altezza del suo fisico dinoccolato, di poco inferiore ai due metri, ma anche con lo status sociale ereditato da una delle più antiche e nobili prosapie che la storia delle isole britanniche potesse vantare.

La quasi millenaria stirpe dei Plunkett, schiatta di spregiudicati avventurieri anglo-normanni elevata nel 1439 al titolo baronale nella Parìa d’Irlanda, lasciava al suo rampollo e futuro scrittore nato giusto 140 anni fa una sterminata fortuna immobiliare ma anche una fascinosa rete di ascendenze e parentele dal sapore romanzesco, nelle cui pieghe secolari riposano tra gli altri la figura del santo martire cattolico del XVII secolo Oliver Plunkett e quella ben più inquieta dell’avventuriero Sir Richard Burton, orientalista, traduttore delle “Mille e Una Notte” e del “Kamasutra” nonché tra i primi occidentali ad introdursi nell’area sacra della Mecca proibita ai non musulmani, rischiando la vita camuffato da pashtun afgano.

Beatrice Child Villiers, Lady Dunsany

Aggiungiamo agli arabeschi della genealogia il rigore di esclusivissimi studi – manco a dirlo – ad Eton, ed anche le piacevolezze di un’infanzia dorata in trasferta permanente nelle romantiche e principesche residenze di famiglia sparse tra il Regno Unito e l’amata “isola di smeraldo”  (una per tutte lo scenografico Dunsany Castle del XI secolo, la più antica residenze signorile d’Irlanda ancora abitata); completiamo il tutto con una certa noncurante sciatteria country nel vestire, ed ecco spiegato l’identikit esteriore di un personaggio esteticamente un po’ datato, che all’esordio di un XX secolo avido di cambiamenti anche sociali si proponeva ancora come l’oleografia vivente del tipico aristocratico inglese dalla pronuncia blesa e dall’affettazione un po’ fané. Solo in apparenza, tuttavia, dato che il vissuto e gli interessi dell’uomo Dunsany andavano ben oltre gli stereotipi del frivolo dandy albionico tutto aperitivi e cacce alla volpe; e questo sebbene la mondanità garbata e l’agone venatorio lo appassionassero in pari grado.

Ufficiale volontario impegnato contro i boeri in Sudafrica e poi nella Grande Guerra – dove fu seriamente ferito, solo per tornare caparbiamente in divisa come riservista nel successivo conflitto mondiale a sessantun anni suonati – accanto ai panni del guerriero e patriota part-time Dunsany vestì a fasi alterne quelli di provetto cavallerizzo, di sportivo appassionato di cricket nonché campione d’Irlanda di tiro alla pistola, di cacciatore, di cinofilo, di dirigente degli scout, di esperto giocatore di scacchi, di apprezzato ospite radiotelevisivo. Ma soprattutto di viaggiatore: l’innata curiosità lo condusse in varie località d’Europa, nel Sahara e negli Stati Uniti, ad Istanbul e in India.

Dunsany Castle avvolto dalla nebbia

Una “vita schizofrenica” che come giustamente scrive T.S. Joshi, studioso principe del re dell’orrore cosmico Howard Phillips Lovecraft prodottosi anche in una dettagliata biografia del Nostro, ebbe il suo doppio in una schizofrenica carriera di aristocratico-scrittore. Il suo stile letterario cambiò più volte pelle nel corso della vita, via via che l’irlandese si cimentava ora poeta, ora come traduttore di classici latini, ora come saggista; quanto ai suoi lavori teatrali – la cui forte valenza simbolica ed esoterica fu soprattutto all’inizio debitrice delle frequentazioni con William Butler Yeats e con gli altri esponenti del cosiddetto Celtic Revival – essi lo resero celebre al punto di avere nel 1916 ben cinque opere simultaneamente in cartellone tra Londra e Broadway.

Anche nella speculative fiction fu prolifico, muovendo alternativamente la penna dalla Spagna picaresca e medievaleggiante al weird rurale delle campagne inglesi, fino a spingersi col suo personaggio di culto Jorkens ad esplorare la tradizione tipicamente anglosassone dei tall tales, le storie da caminetto avventurose e inverosimili raccontate agli amici del club. Dove però l’intima essenza della sua originalità inquieta risalta in modo così netto da vincere senza sforzo gli assalti del tempo e l’obsolescenza degli stili, è proprio nel fantasy puro; dunque nell’illustrare quei regni della meraviglia oltramondana che come altri “felici pochi”, per dirla con l’Enrico V di ShakespeareLovecraft ed il suo doppio letterario Randolph Carter su tutti – Dunsany dichiarava di conoscere in base a frequentazioni oniriche. Le uniche che gli davano, affermava, l’autentico materiale per scrivere.

William Butler Yeats

Non c’è bisogno, con lui, di scomodare Castaneda e le tecniche esoteriche del “sogno lucido”, in quanto il rêveur professionista che era Dunsany aveva ricevuto la sua iniziazione mediante i percorsi della sua stessa eccentrica biografia. Va detto che anche sotto questo aspetto la sua esistenza rappresenta un bizzarro non sequitur, divisa come fu tra l’immersione convinta nella realtà tangibile con i citati ruoli da militare di carriera (e di conseguenza acuto osservatore della temperie geopolitica in cui era immerso), globe-trotter, uomo di famiglia, proprietario terriero da un lato, e la letteratura ed i vagabondaggi solitari della mente dall’altro.

La metà di Dunsany che potremmo chiamare laicamente “mistica” inseguiva un’idea ancestrale di mito e di grazia, la soglia di un diafano ed atemporale Altrove ricercato con quell’intensità che le sue radici d’irlandese allevato a pane e folklore caricavano della struggente nostalgia per una lontana patria fatata. Re dei Sogni lo ribattezzò la sua prima biografa Hazel Littlefield-Smith, ed in effetti l’intera vita segreta di Dunsany cospirò per garantirgli una sorta di cittadinanza onoraria in questi bizzarri e fascinosi piani paralleli dell’essere. Sogni di carta furono infatti le prime letture giovanili divise le fiabe pastellate di Andersen e Grimm e gli incubi gotici di Poe (senza dimenticare Rudyard Kipling, suo vicino di casa nel Kent), sogni di pietra le torri merlate dell’avito maniero in cui scriveva, sogni in cammino quei viaggi tra popoli e cultura che immaginò con la fantasia e con la frequentazione appassionata della grande letteratura odeporica ben prima di poterli effettivamente intraprendere.

Lord Dunsany, di Adriano Monti Buzzetti Colella

Da questo irripetibile brodo di cultura sorge la sua fiaba senza tempo, crogiuolo di suggestioni ibridate tra classicità greco-romana, mondo celtico, naturalismo panico ed esotismi orientali degni dell’arabeggiante Vathek di William Beckford o dei racconti nippo-gotici di Lafcadio Hearn, ma arricchite anche di contesti completamente disancorati dai solchi etnico-culturali della storia terrestre. Screziati di quelle tonalità d’orrore cosmico che in seguito ispirarono Lovecraft e Clark Ashton Smith, gli universi fantastici descritti da Dunsany si presentano popolati di dèi pittoreschi, cittadelle dalle guglie scintillanti, magie arcane, velieri in viaggio su mari ignoti, eroi, draghi e creature multiformi tratte dai miti ortodossi oppure completamente “dunsaniani”, spaziando da elfi, centauri e sfingi ai malevoli ed antropofagi Gibbelin di propria creazione.

Attorno ad essi il barone-demiurgo, anticipando il concetto tolkieniano della sub-creazione di “mondi secondari”, andava tessendo geografie sconosciute, costumi, credenze, retaggi leggendari ed ogni altro ingrediente utile ad evocare in un colossale rito mitopoietico le infinite essenze ed esistenze di una remota terra del cuore, nota e al contempo inconoscibile perché la parte misteriosa della mappa dove hic sunt leones rimane sempre più vasta di quella esplorata.

Clark Ashton Smith, 1912

Ne La Figlia del Re degli Elfi del 1924, il suo romanzo più celebre nei canoni del fantastico, ma forse ancor più nei circa 150 racconti brevi presentati in varie raccolte – a partire da Gli Dèi di Peganā, pubblicata a sue spese nel 1905 – questa imponente fenomenologia si presenta scevra da ogni possibile convenzione. Le divinità degli universi dunsaniani – come l’inconcepibile Mana-Yood_Sushai il cui risveglio è destinato, al pari del viscido titano Cthulhu immaginato dal solitario di Providence, a scandire il fatale Ragnarok degli universi – sono intrise di un lussureggiante paganesimo e mai benevole o provvidenti come quelle del cattolico Tolkien (che difatti lo apprezzò ma a corrente alternata); le forze e gli eventi sovrumani descritti schiacciano sovente i protagonisti al ruolo di vittime o spettatori, anticipando in questo un tema caro alla letteratura dell’orrore sovrannaturale; ed ancora, il meraviglioso sparso a piene mani nelle sue novelle non ha mai finalità “ideologiche”, men che mai quella di épater la bourgeoisie tanto cara a Baudelaire e ai decadenti.

La narrazione inoltre difetta molto spesso un climax definito: spesso dall’affusto principale della trama si dipartono infatti numerose digressioni poco o per nulla congruenti con essa, storie parallele di luoghi e di miti funzionali solo al piacere della cesellata descrizione di visioni iridescenti ed esotiche, per dirla con le parole entusiaste di Lovecraft; oppure ad una svirgolata di quella surreale ironia alla Lewis Carroll che è un altro marchio di fabbrica del lord scrittore.

J. R. R. Tolkien

Elusivo e sfuggente persino sul piano degli studi critici, il vibrante caos della sua anticartesiana terra dei sogni, lussureggiante dei miti di questo e mille altri insondabili mondi, mai si prestò ad agevolare granché il lavoro di sistematizzatori di professione e cacciatori di archetipi come Cvetan Todorov e Roger Caillois. La spada, l’eroe, il drago, il castello e tutti gli altri strumenti simbolici con cui gli accademici di settore sono soliti definire e catalogare un’opera fantasy, nella sfrenata epica di Dunsany non seguono i più convenzionali percorsi di genere ma piuttosto linee spezzate e erratiche, guidati da sorta di istinto creativo e “magico” la cui funzione è solo quella di sostenere l’immanenza delle sue arcane cosmogonie, governate dall’unica e suprema legge del più cristallino sense of wonder. Primo tra i crociati della guerra santa che da oltre un secolo oppone gli stupori dei secondary worlds alle prosaicità del nostro quotidiano, Dunsany concede tutto alla priorità di descrivere il suo strano e conturbante ecosistema fantastico così come (da qualche parte) esso è, anziché come dovrebbe essere per formare un buon racconto, secondo la nota definizione di Lyon Sprague de Camp.

E a tale obiettivo sacrifica ogni altra cosa: introspezione psicologica dei personaggi (spesso semplici pedine, come si è detto, nel gran gioco siderale degli dèi), finali ad effetto ed ogni altra tecnica per accattivarsi le simpatie del pubblico che un moderno editor certamente gli consiglierebbe (imporrebbe?) onde capitalizzare in vendite e profitti il magnetismo dei suoi scritti. Ma il barone non era mercante, noblesse oblige. E il vizio di riempire taccuini non gli serviva a vellicare per un grossolano tornaconto gli appetiti dei lettori di riviste pulp, bensì ad abbozzare la sua personale Grande Opera alchemica: un titanico affresco di luoghi, presenze, entità e accadimenti di matrice irriducibilmente eterodossa, teatro di parole dal quale osservare e descrivere l’iridescente vastità di quel regno personale che fu per lui la sostanza intima della sua vita. Così la pensava il suo grande estimatore Jorge Luis Borges, che volle il suo racconto Il Paese dello Yann tra le ricercatissime delizie dell’antologia “La Biblioteca di Babele” da lui curata per i tipi dell’editore Franco Maria Ricci.

Nessuno ha ancora narrato – scrive Dunsany nell’epilogo del Libro delle Meraviglie del 1912, collage di racconti nati ispirandosi alle immagini del suo amico e illustratore prediletto Sidney Herbert Sime  

come il Re di Ool offese i trovatori, credendosi al sicuro, protetto dalle schiere dei suoi arcieri e degli alabardieri, e come i trovatori si avvicinarono di soppiatto alla sua torre, una notte, e al chiar di luna lo ridicolizzarono per sempre con una canzone;

un cruccio bastevole, per il gran sognatore, a farsi ancora una volta aedo di quelle che chiamava le Piccole avventure oltre i Confini del Mondo. Avventure come quella di Shepperalk il centauro, che per il suo viaggio di formazione

portò con sé anche la chiarina dei centauri, che ai suoi tempi aveva intimato la resa a diciassette città degli Uomini, e per vent’anni aveva emesso il suo acuto squillo all’Assedio di Tholdenblarna, la cittadella degli dèi dalle mura a forma di stella.

O quella del gioielliere Thangobrind che trafugò da un tempio il Diamante del Morto e Hlo-Hlo, l’idolo ragno, non disse nulla ma rise sottovoce.

Illustrative Design of Fountain and Figures, di Sidney Herbert Sime

Anche nello stile il castellano amanuense, curvo sulle cronache della sua Faerie bella e terrifica – e dunque “sublime” nel senso ambiguamente seduttivo che prima dei Romantici le diede Edmund Burke (l’orrendo che affascina) –  disdegnò ogni forma di patteggiamento con le convenienze editoriali: il suo lessico ricercato e deliziosamente inattuale, a cui le traduzioni italiane non sempre hanno reso giustizia (con una definizione quasi poetica Lovecraft lo definì “l’inglese della Bibbia di Re Giacomo”), vicino ora agli accenti epici di un bardo ed ora ai toni ieratici di un testo oracolare, non era fatto per rastrellare facili consensi.

Ma i palati fini e coloro che avevano “affinità con le cose favolose”, loro sì che seppero apprezzarlo: oltre a quelli già menzionati si potrebbero citare a casaccio il creatore di Conan e monolite dell’heroic fantasy Robert Howard, ma anche David Eddings, Fletcher Pratt, Ursula Le Guin e tanti altri autori di culto. Direttamente o meno, consapevolmente oppure no, gli scrittori abbeveratisi dell’inclassificabile e quasi primeva immaginazione di Dunsany furono legioni. Essi capirono – e molto spesso amarono – quella sua luminosa celebrazione di un escapismo nobile, pensato e voluto non come stratagemma vile per aggirare i problemi quotidiani ma come tolkieniana “fuga del prigioniero” dalle brutture di un’esistenza che conserva sempre aspetti squallidi, ripetitivi e banali; persino quella di un ricco landlord come Dunsany, geniale scultore di mondi che una banale appendicite si portò via a sorpresa nel ’57 come un mortale qualsiasi.

Robert Ervin Howard

Per il dilemma poetico-esistenziale di tutti gli outsider, letterari e non, le soluzioni proposte dal nobiluomo sono dunque chiare. E riposano, come gemme in uno scrigno polveroso, nelle sue pagine che appaiono oggi sempre più abbandonate alla polvere dei ricordi. Se ci si trova a Peganā, ad esempio, si può raggiungere il Fiume del Silenzio ed attendere la nave del dio Yoharnet-Lahai, le cui travi

erano vecchi sogni sognati d’antico, e le fantasticherie dei poeti ne formavano gli alberi alti e svettanti, e il sartiame era tenuto dalle speranze degli uomini.

Ancora più probabile, però, che la sua via prediletta fosse quella descritta nel racconto l’incoronazione di Thomas Shap – in tutto sovrapponibile al più famoso Celephais di Lovecraft, che l’incontrò adorante nel 1919 durante un viaggio di Dunsany negli States – dove un annoiato travet londinese col cuore da poeta, resosi conto

della bestialità della propria occupazione, di quanto fossero orribili la casa in cui dormiva, la  sua vita, perfino gli abiti che indossava,

si rivolge alla materia di cui sono fatti i sogni.

Howard Phillips Lovecraft, di Adriano Monti Buzzetti Colella

In essi e con essi plasma una città, Larkar, con

bastioni, torri per gli arcieri, cancelli di ottone e tutto il resto. E poi un giorno si rese conto, a ragione, che la gente vestita di seta nelle strade, i cammelli, le mercanzie che giungevano dall’Inkustan, e la stessa città, erano frutto soltanto della sua volontà e del suo sogno: perciò si proclamò Re.

Thomas Shap, Edward Plunkett, Lord Dunsany: nomi diversi per un unico, grande incantesimo letterario, sempre più ostico e incompatibile col piattume della nostra rampante modernità globale e digitalizzata.

Dopo tutto, il sogno è altrettanto vero della realtàfa dire lo scrittore all’alter ego Shap, aggiungendo di suo: era una teoria pericolosa. Guardando ai grigi giorni del nostro presente sempre più orfano di memoria, bellezza, identità e cultura, c’è il sospetto che il vecchio barone irlandese avesse visto giusto.