Dei poeti (e degli scrittori in genere) a volte ci si accorge tardi. Dopo il 1886, una donna che si chiamava Lavinia scopre un raccoglitore tenuto assieme da un filo contenente più di millecinquecento poesie scritte dalla sorella, di cui prima di allora era stato pubblicato poco o nulla (un’edizione di quelle poesie uscirà meno di un secolo dopo): quella sorella era Emily Dickinson. Il Maestro e Margherita, uno dei romanzi più belli scritti dall’homo sapiens, attende la sua versione integrale trent’anni dopo la morte del suo autore, Mikhail Bulgakov. E la cosa non riguarda solo i testi letterari: la Gaia scienza di Nietzsche, poco dopo la sua uscita, non avrebbe superato un normale crowdfunding letterario che oggi dà da sperare a decine e decine di emergenti. Casi eclatanti si trovano anche nelle letterature antiche, soprattutto se si tratta di autrici.

Lungi dal riferirci a queste tematiche per questioni battagliere di genere, le penne al femminile non hanno mai avuto una vita così facile. Al di là delle ragioni sociali, profonde o meno, che abbiano condotto a questo, persino oggi, quando si è scavallato molto dell’androcentrismo culturale che ha dominato l’Occidente, i grandi nomi che fanno da bandiera alla letteratura del gentil sesso rimangono i soliti. Dalla Austen alla Woolf, dalla Dickinson alla Szymborska, dalla Plath alla Rosselli. Non poco, di certo (soprattutto se sul trono rimane, molto probabilmente, lei, la magistra delle poetesse antiche, Saffo), ma ancora non abbastanza.

Emily Dickinson

Ebbene oggi parliamo di letteratura greca, ma su Saffo non diremo una sola parola. E nonostante i Greci abbiano dato vita a quelli che sono forse i più grandi e complessi personaggi femminili della storia – Medea, che sacrificò a Diana i suoi stessi figli, Lisistrata col suo sciopero del sesso, la pazienze e astuta Penelope, Circe, che ingannò persino Ulisse, Clitemnestra, Elettra e oltre – e siano stati in generale uomini che hanno scavato tanto profondamente la femminilità da avere (davvero) solo seguaci o pochi analoghi – uno su tutti l’Ofelia shakespereana –, molti dei nomi delle autrici che hanno segnato la letteratura classica d’Egeo rimangono ai margini. Il nostro, quindi, è un invito alla lettura e alla scoperta di alcuni di questi nomi.

Saffo, di Miquel Carbonell Selva

Partiamo da lontano. Il periodo tardo-arcaico (tra VI e V secolo a.C.) è il periodo della lirica corale, cioè la lirica che si distacca dai simposi e dalle cornici cittadine locali, per celebrare figure, luoghi e avvenimenti anche in senso panellenico (corale in quanto eseguita da un coro professionistico di musicisti e danzatori). Il poeta è qui spesso un celebratore, è uno strumento di glorificazione per la polis o per uno specifico personaggio, magari un politico (con fini non solo propagandistici ma anche di interpretazione di valori collettivi ritenuti imprescindibili), ed è un professionista versatile che tratta con un committente che gli dia mezzi e prestigio.

Esempi di questa poesia sono i versi di vittoria (gli epinici), eseguiti ad esempio in seguito a vittorie sportive, o il treno, cioè l’elogio funebre, simile a quello più antico delle troiane che nel XXIV libro dell’Iliade compiangono Ettore caduto. È un mondo di grande splendore e, soprattutto, economicamente avanzato; un mondo di aristocratici, di celebrazioni, di festività in cui il poeta-performer si inserisce in maniera coinvolta ed entusiasta.

Tra questi non ci furono solo Simonide e Pindaro, ma anche poetesse e naturalmente queste poetesse provenivano da zone della Grecia in cui la donna in generale godeva di una libertà più marcata, come la Beozia. Ebbene il primo nome che spicca è quello di Corinna, poetessa che ebbe una maestra, la quale fu una certa Mirtide, su cui sappiamo veramente poco e di cui non ci è giunto niente (fu, probabilmente, maestra anche dello stesso Pindaro!). Pindaro è ancora protagonista, in quanto si racconta che Corinna riuscì a batterlo in agone più volte. Il poeta non prese la cosa bene, tanto che secondo Eliano dopo gli agoni criticò i giudici e chiamò Corinna scrofa. Gli alessandrini raccolsero i suoi lavori, di cui non ci è giunto purtroppo molto. Cosa cantò? Cantò ad esempio, della sua terra, la Beozia, e dei miti legati ad essa.

Saffo e Alceo a Mitilene di Lawrence Alma-Tadema

Poi ci furono Prassilla di Sicione e, ancora, Telesilla di Argo. Prassilla scrisse inni agli dèi e ditirambi, ed ebbe una forte passione per il vino, visti i suoi numerosi carmi conviviali. Scrisse affettuosamente questi versi, rivolgendosi probabilmente a un’etera:

O vergine che guardi dolcemente attraverso le imposte,

(vergine) nel volto, ma dal di sotto sposa.

E ancora, a mo’ d’ammonimento: «upò pantì litho skorpìon o taire fulàsseo» (o amico, sotto ciascuna pietra si nasconde uno scorpione!). Telesilla, invece, fu ritenuta dai suoi concittadini argivi nientedimeno che un’eroina nazionale, perché animò con i suoi versi la difesa di Argo contro Sparta. Al suo nome è legato persino un verso molto breve, il telesilleo, che la poetessa utilizzò per i suoi inni.

Erinna scrisse pochi epigrammi ed esametri (La Conocchia ad esempio, dove la “conocchia” è la fibra che si avvolge alla rocca per venire filata, che fu anche, nel mito, uno strumento utilizzato dalle Parche per stabilire la durata della vita). Scrive, riferendosi all’amica, Baucide, scomparsa dopo le nozze, versi bellissimi, ricordando la loro infanzia insieme, un po’ impressionisticamente, evocando con grande emotività luoghi, sensazioni, ricordi:

O Bàuci infelice, al ricordo gemendo io piango!

Nel mio cuore ancora hanno calore

queste cose della fanciullezza,

e quelle che di gioia

non furono cenere sono ormai.

Riverse le bambole sui letti nuziali stanno e presso il mattino

cantando più non reca la madre

il filo sulla rocca [la conocchia, appunto] e i dolci di sale cosparsi.

Paura ti fece da bambina la strega

che ha grandi orecchie e su quattro

piedi s’aggira movendo intorno lo sguardo.

E quando, o diletta Bàuci,

sul letto salisti dell’uomo

senza memoria di quello che bambina ancora

avevi udito da tua madre, Afrodite

pietosa non fu della tua dimenticanza.

Per questo ora io piangendoti non t’ abbandono

né i miei piedi lasciano la casa che m’accoglie,

né voglio più vedere la dolce luce del giorno,

né lamentare con le chiome sciolte; ho pudore

del dolore che cupo il volto mi sfigura

Erinna

Chi conosce una poetessa come Anite, autrice di versi sull’infanzia e versi funerari (soprattutto per la morte di animali e animaletti)? Scrisse in una lingua tutta sua, un po’ dorica e un po’ ionico-epica. Poetessa di mestiere, ascoltiamo queste brevi impressioni bucoliche, malinconiche e soffici:

Siedi, chiunque tu sia, sotto i rami d’alloro in fiore,

e al bel ruscello raccogli un’acqua dolce,

cosicché le membra stanche di pesanti travagli estivi

si riposino toccate dalla brezza.

O questi versi di lutto… per un delfino:

Più non avrò l’esultanza del mare solcato, dal fondo

Non balzerò col dorso che si incarca;

presso bellissimi bordi di navi non più, mirando

la mia figura, sbufferò di gioia.

No: perché a riva la fosca bufera di mare mi spinse,

e sul tenero lido giaccio, qui.

Non possiamo non citare infine Nosside, più tarda (visse nel III secolo), aristocratica di nascita in quanto apparteneva alla cosiddetta nobiltà delle ekatòn okìai (le “cento case”), che era una nobiltà terriera di Locri (una città non certo primitiva riguardo a questioni di genere, per l’importanza che dava alle donne). Nosside esaltò entusiasticamente la linea femminile della sua famiglia, come la madre Teofili, la nonna Cleoca, e fu, in pratica, una “Saffo di Locri”. A Nosside la città commissiona un epigramma di vittoria per una battaglia (quanti casi abbiamo di una commissione del genere a una donna nel mondo greco?). Ma Nosside scrisse molto anche d’amore; e scrisse di altre donne, di donne magari alla quali era legata, tra cui la stessa Saffo:

Straniero, se navigando andrai

a Mitilene dai bei cori, dove

si accese il fiore

delle grazie di Saffo, di’ che fui

cara alle Muse e che nacqui nella terra

di Locride. E continua la tua via

quando saprai che il mio nome è Nosside.

Sull’amore compone questi versi:

Non c’è nulla di più dolce dell’amore.

Quale dolcezza è più grande? Sputo

Persino il miele. […]

Nosside di Locri

Altra caratteristica della sua poesia fu il ritratto poetico. Tramite versi descrittivi Nosside ritrasse volti femminili. Leggiamo questi, dedicati alla figlia di un’altra poetessa, Melinno (da notare il “teneramente”, in greco meilikiòs, un avverbio che indica dolcezza ma che riprende, per assonanza, il nome della poetessa):

Questa è Melinno in tutto e per tutto. Ma guarda che viso adorabile!

Sembra che ci guardi, teneramente.

Come somiglia la bimba alla madre nei tratti! Che bella

questa somiglianza tra figli e genitori!