di Daniele Zanghi

È sorprendente come in Leopardi, esperto chirurgo dei rapporti umani dall’arguzia infinitamente superiore a quella dei contemporanei sociologhi dell’interazione, abilissimo nel mettere a nudo le innumerevoli vie che gli uomini seguono per sopravvivere e non finire oggettivati nei rapporti diretti o fantasticati con gli altri, siano queste vie le vie della forza o quelle della debolezza, non si trovi mai un’accenno di rabbia nei confronti di tanta meschinità, o di ribellione contro tante ingiustizie inaugurate dalla società in generale, e in particolare dalla complessa società dei costumi.

 Si potrebbe fare la stessa riflessione a proposito di un La Rochefoucauld o di un Rousseau, se non fosse che essi non soffrirono più di tanto personalmente, forse, del machiavellismo di società, contrariamente a Leopardi, la cui lucidità e distanza ha qualcosa di sconcertante considerate le sofferenze da lui patite. Curioso è il suo rifiuto netto di cercare di riformare i costumi e di raddrizzare i comportamenti, volontà presente invece nei moralisti francesi. Come può una vittima (così si considerava lui stesso, in un mondo che è una “lega di birbanti contro gli uomini da bene” egli si situa tra quelle “creature d’altra specie” che sono i generosi, i magnanimi) esporre con tanta intelligenza distaccata gli spietati meccanismi della fisica psicologica, senza esser preso da attacchi di bile? E come può non desiderare mandare tutto all’aria con la frenesia d’un isterico o, più moderatamente, riformare almeno le leggi di questa commedia perché diventi un po’ meno oppressiva?

 Sarebbe errato concludere che l’arrendevolezza di cui fa costantemente prova lo scrittore si tratti di una sorta di ethos della sottomissione, che Nietzsche vedeva, invece, in Pascal. In Leopardi non v’è traccia di un abbassamento volontario di tutto il proprio essere e di un’adagiamento sordido nella misologia. Vi è invece pietà per la ragione e perdono per le sue insufficienze. “La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi” (Zibaldone, 4428). Il principio del male è metafisico; come potersela prendere, quindi, con quelli che non sono che dei miseri figuranti impossibilitati a contrastarlo? Paradossalmente, l’attitudine di Leopardi nei confronti degli uomini si rivela essere paragonabile a quella d’un principe Myskin: comprensiva e persino buona.

Non è l’idiota consapevole, ma il consapevole intollerante ad essere il tipo di persona meno accetta in società. In effetti chi riesce a sopportare qualcuno talmente ossessionato dalla miseria dei rapporti umani al punto di doverla far presente ad ogni istante a chi li sta intorno? “La più sensata conversazione del mondo, e la più spiritosa, si compone per la massima parte di detti e discorsi frivoli o triti, i quali in ogni modo servono all’intento di passare il tempo parlando. Ed è necessario che ciascuno si risolva a dir cose la più parte comuni, per dirne di non comuni solo alcune volte” (Pensieri, CVII). Viva la chiacchera, insomma, viva i discorsi frivoli, che tengono occupati gli uomini, permettendo così la loro inserzione in uno spazio comune. Colui che osasse astrarre il proprio discorso dalla materia colloquiale tollerata verrebbe immediatamente percepito come un presuntuoso, un indelicato. Peggio ancora se egli desse segni evidenti di insofferenza nei confronti di tanto vaniloquio. In tal caso, verrebbe identificato come un intollerante; e, si sa, “non v’è persona che riesca più intollerabile e che meno sia tollerata nella società, di uno intollerante” (Zibaldone, 3684). Insomma, la coscienza più o meno acuta che ognuno porta in sé della sofferenza e della miseria non ama essere stuzzicata. Nei rapporti con gli altri si fugge sempre sé stessi, si tenta di scordarsi: guai a chi commettesse l’indelicatezza di scrutare troppo a fondo dentro di noi. Questo soffocamento dei propri disagi, questo costante tradimento di sé stessi così indispensabile alla vita sociale, implica forse anche di tacere tutto ciò che esula dal registro di detti che abitualmente circoscrive le possibilità di una conversazione?


Al diavolo la verbalità sterile, e al diavolo soprattutto la solidarietà che scaturisce dalla consapevolezza dell’inganno universale. Intolleranza è rifiuto del patetico senso del comune e della finitezza della nostra forma. Intolleranza è insubordinazione generale contro la vita.