1. Il sesto racconto del ciclo originale di Conan è La valle delle donne perdute, pubblicato postumo nel 1967 su Magazine of Horror, con il titolo di The Vale of Lost Women. In Italia, la casa editrice Nord ha fatto uscire questa short story nel 1978, includendola nell’antologia Conan di Cimmeria, secondo volume della serie dedicata al Cimmero, ed è anche è disponibile in Conan il barbaro, volume curato da Giuseppe Lippi nel 2016 per Mondadori.

La ricostruzione filologica di Lyon Sprague de Camp ipotizza che, dopo la morte di Bêlit, il suo grande amore, Conan abbia lasciato il mare e si sia diretto verso l’entroterra dove si è unito alla tribù di colore dei Bamula, acquisendone il comando in pochi mesi grazie non solo alla sua forza ma anche alla sua autorevolezza, e facendone crescere l’influenza nel contesto geopolitico locale. Giunto in ambasceria presso i Bakalah per una missione politica, il barbaro apprende la triste vicenda di Livia, che gli racconta di come attualmente si trovi in stato di prigionia a causa di una sventura.

La ragazza, originaria dell’Ophir, narra che con il permesso del re di Stygia aveva lasciato la sua dimora per accompagnare il fratello Tetheles a Keshatta, la città dei maghi. Il loro viaggio era però stato pregiudicato dall’attacco di alcuni kushiti, che li avevano rapiti per ottenere un riscatto. Uno dei capi, che non intendeva dividere il denaro con l’altro comandante, era fuggito con i ragazzi separandosi dal gruppo dei predoni e dirigendosi verso il confine del Kush. Qui, alcuni razziatori bakalah avevano assalito la carovana, sconfiggendo i banditi e conducendo i due giovani nel regno di Bajujh, che ci viene descritto in questo modo:

Su uno sgabello d’avorio, fiancheggiato da giganti con acconciature piumate e perizomi di pelle di leopardo, era accosciata una figura grassa, terribile, repellente: una figura simile a un rospo, che puzzava dell’umidore putrescente della giungla e delle paludi di notte. Le mani grassocce della creatura posavano sull’arco lungo del ventre; il collo era un rotolo di grasso che pareva spingere in alto la testa ovoidale; gli occhi sembravano carboni scintillanti su una piattaforma nera.

È interessante osservare come uno degli elementi che spesso emerge nei racconti dedicati al Cimmero siano le sordide figure dei governanti, raffigurati non solo come debosciati, privi di nerbo e pertanto incapaci di provvedere alla propria difesa personale, ma anche con tratti quasi belluini.

Tornando al racconto, Livia riferisce a Conan che il sovrano non aveva esitato a trucidare Tetheles, dando il suo cadavere in pasto agli sciacalli. Presa dallo sconforto, dapprima inveisce contro il barbaro e lo accusa di non essere tanto differente dai predoni ma poi, rinsavita, gli propone uno scambio:

Uccidi quel cane di Bajujh! Fammi vedere la sua testa maledetta rotolare nella polvere insanguinata! Uccidilo! […] Poi prendimi, e fai di me quello che vuoi. Sarò la tua schiava.

Il Cimmero rifiuta l’offerta, asserendo di non dover chiedere il permesso per giacere con lei e poi soggiunge che:

Se tu avessi avuto come scorta qualche uomo delle terre selvagge, invece che alcuni rammolliti uomini civili, non saresti schiava di un porco, stanotte.

Ancora una volta Howard esalta la barbarie e denigra la civiltà. La schiatta degli uomini del Nord è vista come una genìa di guerrieri virili e fieri, privi di timore nei confronti dei propri avversari e della morte, avvezzi a ogni sorta di sofferenza, adattabili a ogni contesto climatico e politico, e addestrati sin dalla più tenera età nell’arte della guerra. Oswald Spengler, ormai nel secolo scorso, aveva dedicato un ampio studio al tema della civiltà e della sua decadenza, chiarendo che:

Una civiltà nasce nel punto in cui una grande anima si desta dallo stato della psichicità primordiale di una umanità eternamente giovane e si distacca, forma dall’informe, realtà limitata e peritura di fronte allo sconfinato e al perenne. Essa fiorisce sul suolo di un paesaggio esattamente delimitabile, al quale resta radicata come una pianta. Una civiltà muore quando la sua anima ha realizzato la somma delle sue possibilità sotto specie di popoli, lingue, forme di fede, arti, Stati, scienze; essa allora si riconfonde con l’elemento animico primordiale. […] Una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione.

Ad ogni modo Livia, rinfrancata dalla risolutezza del suo interlocutore, lo incalza chiedendogli se veramente egli intenda violare il patto stretto con re Bajujh, e la risposta che riceve è lapidaria: «Le tregue in questa terra sono fatte per essere infrante». Questa affermazione ci fa comprendere che il profilo psicologico di Conan è assai complesso e non facilmente imbrigliabile negli schemi classici che conosciamo, come sostiene anche Michele Tetro. Il Cimmero non uccide gli amici a tradimento, così come non fa violenza su bambini e donne, ma al contempo non esita a muovere guerra agli alleati, laddove ciò gli permetta di conquistare maggiore potere in una determinata area territoriale.

Durante il banchetto serale organizzato da re Bajujh in onore di Conan, con grande presenza di spirito, il barbaro aggredisce e uccide prima Aja, capo dei guerrieri bakalah, e poi il re, seguito dai suoi soldati che mettono in atto una carneficina:

Vide lance conficcarsi in neri corpi tremanti, schizzando di sangue. Vide mazze alzarsi e ricadere con forza brutale su teste umane. Tizzoni vennero scalciati via dai fuochi, in una pioggia di scintille; tetti di paglia presero fuoco e fiammeggiarono. Un nuovo grido di sofferenza si distingueva fra gli altri, quello di gente scagliata a capofitto nei bracieri ardenti in cui le capanne si erano trasformate. Il puzzo di carne bruciata cominciò ad ammorbare l’aria, già piena dell’odore di sudore e sangue.

Queste poche righe mettono in scena un massacro di una violenza inaudita e ci inducono ad assegnare al Cimmero quell’aura di antieroe – o di eroe nero – che Sebastiano Fusco ha più volte ribadito nel corso della sua opera di saggista e che lo differenzia da molti protagonisti del fantasy classico.
Torniamo al racconto: a questo punto Conan libera Livia e i due si rifugiano su un pianoro erboso, sottraendosi al conflitto armato che ormai ha coinvolto tutto il villaggio. La ragazza tuttavia fugge dal barbaro recandosi in una valle, dove immediatamente scorge delle strane figure. In prima battuta pensa si tratti di grandi fiori bianchi ma poi, camminando il quel luogo bizzarro, si accorge che è circondata:

Quegli occhi erano luminosi, risplendenti alla luce delle stelle, ma non erano occhi umani. I corpi erano umani, ma nelle loro anime era stato prodotto un mutamento: un mutamento che si rifletteva negli occhi lucenti.

Le oscure creature, che paiono donne, accerchiano Livia e una di esse la bacia, emanando un effluvio narcotizzante che la intorpidisce. Successivamente viene posta su un altare mentre quegli esseri inclassificabili si lanciano in una danza blasfema sino a quando la giovane non vede

un punto nero fra le stelle, che crebbe espandendosi; le si avvicinò; si tramutò in un pipistrello; e continuò a crescere, anche se la sua forma non subì ulteriori mutamenti. Si librò su di lei in mezzo alle stelle, poi scese come una piuma verso la terra, con le grandi ali spalancate su di le; e Livia fu coperta dalla sua ombra. E tutt’attorno a lei il canto crebbe d’intensità, diventando un dolce peana di gioia inanimata, un benvenuto a un Dio che giungeva a reclamare un nuovo sacrificio, fresco e roseo come un fiore nella rugiada dell’alba.

L’apparizione fa urlare di terrore Livia e nel frattempo accorre Conan, che uccide tempestivamente il mostro e nel condurla in salvo le domanda da dove veniva quella creatura:

Il popolo negro ne parlava… un Dio venuto da lontano e da epoche passate.

Poi il barbaro replica:

Un Demone delle tenebre esterne […] Oh, sono tutt’altro che rari. Se ne stanno acquattati, numerosi come pulci, al di fuori della cintura di luce che circonda questo mondo. Ho sentito i saggi di Zamora che ne parlavano. Alcuni trovano il modo di arrivare sulla terra, ma quando lo fanno devono assumere una forma terrena e coprirsi di qualche genere di carne. Un uomo come me, con una spada, può affrontare qualsiasi tipo di zanne e artigli, infernali o terrestri.

Questo dialogo ci permette di asserire che il demone alato che si palesa in questo racconto appartiene alle schiere dei Grandi Antichi di H.P. Lovecraft, esseri ributtanti provenienti dalle profondità siderali dello spazio che, secondo Giuseppe Lippi, non possono considerarsi meri alieni ma creature assai più complesse, in quanto posseggono un profondo legame con il mito.

Questa commistione di elementi weird con lo sword and sorcery non è una novità assoluta per questo Ciclo, dato che già nel primo racconto – La Torre dell’Elefante – avevamo fatto la conoscenza di Yag Kosha, essere dalle fattezze elefantine prigioniero di Yara ma originario di un altro pianeta e dotato di poteri soprannaturali immensi.

Venendo alla conclusione della vicenda, Livia confessa a Conan di essere fuggita per evitare di dover adempiere allo scambio osceno che avevano concordato, sottraendosi così dal dover giacere con lui, ma il Cimmero le risponde:

Era un patto stupido, quello che ho fatto […] tu non sei una ragazza che si possa comprare e vendere. I costumi variano nei diversi paesi, ma un uomo non deve essere un porco, in qualsiasi luogo si trovi.

Secondo Winter Elliot, Conan rifiuta il mercimonio che Livia fa del proprio corpo sia perché disprezza lo stupro, sia per il grande valore che attribuisce alla libertà personale. Conan chiarisce a Livia la volontà di liberarla e riportarla alla frontiera stygiana, per consentirle di ritornare nell’Ophir. La notizia suscita però la disperazione della ragazza che, incredibilmente, si getta alle gambe del barbaro con il volto rigato di lacrime. Anche in questa circostanza emerge la volontà del Cimmero di non legare la propria esistenza a un’unica donna, e di voler continuare il proprio viaggio di conquista e di gloria.