Due convogli viaggiano ad alta velocità sul medesimo binario. Una vecchia carrozza e una nuova locomotiva; si sfiorano, si confondono, si battono, duellano e ci scappa anche il morto. La fine di una vita segna il principio di un’altra, la stessa che ne decreta il trapasso. Ma siamo nell’800 e il convoglio muta in un carretto trainato da due cavalli del Monte Amiata. L’espediente letterario si mescola alla storia nell’ultimo libro e primo romanzo di Simone Cristicchi: Il secondo figlio di Dio, da poco uscito per Mondadori.

cristicchi

L’autore affida sapientemente il racconto del profeta, eretico e secondo figlio di Dio David Lazzaretti alla voce del suo carnefice: il brigadiere Antonio Pellegrini.

Io sono Antonio Pellegrini e sono ancora un soldato.
Oggi non so più in quale esercito mi trovo a combattere,
né quale guerra, o per quale causa ho lasciato casa mia

Dopo l’omicidio, l’uomo di Stato cade in una serie di dubbi, tormenti e controversie che lo portano a ripercorrere la vita del Cristo dell’Amiata. L’opera di Cristicchi figura un lungo viaggio controcorrente, a tratti tortuoso, tra eretici, ribelli e dissidenti, tutto sotto la volta di una profonda spiritualità che si respira dall’inizio fino alla fine del libro. Se il tragitto è inconsueto agli occhi dell’ufficialità, la narrazione è pacata e cristallina. Una storia che non svela l’enigma degli enigmi, ossia chi era David Lazzaretti, ma dichiara ciò che certamente non era. Non era un folle, nonostante l’illustre antropologo criminologo Cesare Lombroso, dopo vari studi sul suo cranio, lo abbia definito “un mattoide affetto da mania religiosa. Ma innanzitutto non era un folle poiché diversamente, tutta quella schiera di vescovi, intellettuali, cardinali e compagnia pregante non lo avrebbero preso così a cuore come sorvegliato speciale. Professatosi Cristo, Duce e Giudice, viene ucciso, per motivi poco chiari, dal sottufficiale Pellegrini, il 18 agosto del 1878, ai piedi del “suo” monte: il Labbro. Il libro è scritto alla maniera di una retrospezione che si fa sempre più introspezione nella vita del soldato. Il movimento, nella scoperta delle cagioni che lo portano ad assassinio certo, valica l’imperativo di aver eseguito una commessa e si fa sempre più curvo verso se stesso.

Io sono un soldato, obbedisco agli ordini. E io, David Lazzaretti, l’ho ammazzato

Gli ordini ruotano intorno al fatto che è vitale impedire la calata dal monte di una rabbia furiosa: seguaci, che giunti a valle, possono creare dissidi. Alla valle, al mondo o alla Chiesa?! Il motivo si ufficializza in una modalità, applicare la legge in un solo modo possibile: “fare fuoco contro i manifestanti”. Eppure questa rabbia non è così collerica, nondimeno le armi sono state deposte in favore di un vestiario forse bizzarro, ma non pericoloso, peraltro lo stesso Lazzaretti si porta avanti, senza armamento, solo in suo nome chiedendo di risparmiare gli altri. Sì, proprio gli altri, i seguaci del “Giurisdavismo” da lui fondato. Dalla morte del Cristo dell’Amiata – giudicato eretico dal Sant’Uffizio nel 1878, dove la proibizione cadde sulla predicazione, sul pubblico parlare e sulla scrittura con esilio un convento francese – si dispiega un’intensa matassa personale quanto storica. Lazzaretti nel suo personalissimo potere spirituale e Pellegrini nel suo lieve potere temporale, figurano due eretici della vita e dell’ufficialità che si richiedono in entrambe le zone. Insieme si situano in una terza dimensione, dove il dubbio bussa, scalcia e muove verso orizzonti poco frequentati. Una zona dentro la quale il “Sì Signore” perde forza e l’utopia di un socialismo mistico, a tratti si fa minaccia. Questi due cavalli che viaggiano all’unisono in un’area non meglio identificata, si incontrano nelle febbri, che in Lazzaretti sono visioni giovanili e nell’ufficiale marcano la volontà di approfondire un gesto. Quale burattinaio ha mosso il suo fucile nell’uccisione di una luce profetica?

Nella morte della sua vittima, il soldato dentro un apice di rimorsi, rinasce a nuova vita. Quel “Sì Signore”, avvolto da un automatismo, finisce per annientarsi in un “No Signori”; forse quello che appare non collima con quello che è. Lo stesso processo fatto contro i giurisdavidici, si presenta una farsa nel momento in cui l’assassino, pur nell’eseguimento dell’ordine, non viene chiamato all’infuocata sbarra dei testimoni. I ribelli della montagna, usati, vessati e oggetto di sberleffo, appaiono grandi nelle loro barbe, in una calma che solo chi sta nel giusto può manifestare, vengono gettati in un surreale processo che nasconde altri scopi. Farli passare per folli, metterli a tacere, screditarli e rispedirli, presumibilmente innocui, sul monte Labbro. La montagna è altresì l’allegoria dell’altezza che solo pochi sono in grado di salire. Pellegrini, tra un dubbio e lo sfaldamento di un pregiudizio, si inerpica tra segreti e simboli. Una guida virgiliana, che si farà poi anche elemento di amore nella narrazione, è la torcia che illumina ogni ombra. Rosa, nel nome del fiore più bello, rappresenta la purezza, l’integrità e la fede. Ma non si sottrae dall’atto di mediazione tra il preannunciato potere temporale e quello spirituale. La donna è il condottiero di quel calesse, trainato dallo spirito di un puro sangue e dalla corporeità di un maremmano. Scorta l’ufficiale nei meandri di se stesso e in tutta la simbologia che attraversa Arcidosso. Contrassegni, che in più di qualche occasione, sono legati alla passata presenza dei templari in quel luogo. Lo stesso Lazzaretti vive nel volto due “C” contrapposte, una sorta di marchio non slegato dal contenuto riposto nella stella a dieci punte su una pietra di Arcidosso:

Questo simbolo raffigura l’Androgino. Me l’ha spiegato l’amica inglese di David. Rappresenta l’unione, in ognuno di noi, di diversi aspetti, che vivono in armonia tra loro. Non “insieme”, in “armonia”. Sono due cose diverse. Ci penso quando faccio lavori da maschio, quando mi godo il vento in faccia sul carretto, quando non ho voglia di cercarmi un marito. Ci penso e non mi sento strana. La Signora mi ha spiegato che bisogna essere come il seme. Tu lo sai che il seme non è né maschio né femmina? L’uno o l’altra lo diventa poi. Ecco, se invece si rimane sempre come il seme, allora uno è pronto a trasformarsi in qualsiasi cosa ed è pieno di tutti e due, del maschio e della femmina. Si è forti il doppio! E poi ho capito che questo principio vale per ogni cosa. Maschi e femmine, luce e buio, paura e coraggio, sole e luna…

Eremo di David Lazzaretti o Torre Giurisdavidica

Eremo di David Lazzaretti o Torre Giurisdavidica

Il viaggio all’interno di se stesso e della comunità di Lazzaretti, avviene sotto falso nome; il soldato non trova il coraggio di rivelare la sua vera identità, ossia colui che ha messo fine alla vita del profeta. È solo un rimandare le inevitabili conseguenze come soldato, uomo dilaniato e infine creatura innamorata della sua guida spirituale, il fiore. In questo sentiero, fatto di persone, simboli e allegorie, il brigadiere Pellegrini scopre infine l’obiettivo del mistico, una dottrina politica religiosa, una repubblica dello spirito. E in tale spiritualità, realizzare sul piano concreto l’attesa di un Gran Monarca, ossia un prescelto in grado di risolvere le faccende umane e preparare gli individui all’ascesa della repubblica di Dio. Una repubblica dove gli esseri umani amano, agiscono e parlano insieme all’universo. La libertà nei Proclami di Lazzaretti figura un elemento indispensabile: libertà delle coscienze. Il suo messaggio si spiega nel fatto che il Paradiso è qui. La riforma della religione è sempre più imminente e invocata, non solo in Italia, non solo sul monte Labbro, ma da molteplici luoghi fuori dal clero ufficiale. Una riforma in favore di un cristianesimo legato alle origini.

Trasformatevi! Liberatevi! Salvatevi! Ristabilite una nuova alleanza con Dio. Liberate le vostre coscienze, riappropriatevene. Ricercate nel sapientissimo libro della natura e in voi stessi, cominciate da lì. E poi praticate il bene, dedicatevi alla Carità e alla Speranza. E abbiate Fede.

Ritratto d'epoca di David Lazzaretti

Ritratto d’epoca di David Lazzaretti

In tali parole non si ravvisa un principio tanto dissimile da quello che si pratica in chiesa, ma un elemento, a ben guardare, può disturbare la tranquillità del credo tutto. Lo scardinamento è nella manifesta richiesta di Lazzaretti: invitare gli uomini a tornare padroni di loro stessi, rinunciando dunque ad alcun mediante fra l’Uomo e Dio. Questa la pericolosità, il fastidio che fa di un profeta un eretico da eliminare. Una creatura totalmente svincolata e libera che si crede come Dio, non è più soggetta all’autorità di alcuno. Lazzaretti vuole la realizzazione dell’essere, bandendo quella dell’avere. Il vaticano poteva solo restare privato e isolato, poiché le parole del profeta – che in questa sede sono ridotte – sono rivolte a tutti gli individui e non solo ai credenti, proprio in virtù del fatto che la spiritualità figura un processo di liberalizzazione, dentro il quale i ministri della fede perdono tutto il senso e si fanno vacui.

Il libro è intriso di una spiritualità difficilmente rintracciabile in altri contesti. Figura inoltre un’infrequente occasione per conoscere e approfondire un personaggio di raro carisma. Se la storia è abilmente romanzata, l’edificio poggia le solide fondamenta su documenti reali. La lettura disegna un vero e proprio incontro con il Cristo dell’Amiata, è travolgente nella scrittura e nella storia. Muove a curiosità lontane finanche dai nostri interessi più abusati. Il cammino è affollato: il profeta, l’operoso soldato, la magia di una fanciulla, devoti e detrattori, l’autore e noi che non possiamo certamente rimanere indifferenti a una storia e a un personaggio di tanta attrattiva. Per credenti, miscredenti, agnostici, liberi e liberati.

Io sono, e chi egli sia nol so, ma sono
Colui che essere dovrò chi ero in prima.
Ma prima me non conoscea me stesso,
Ma or che conosco me, non so chi egli ero,ì
E colui ch’era in me, non è più meco,
Poiché or son seco a chi con me prim’era,
Ed essendo seco, opro con seco,
Ed egli opra con me, come opro in lui,
E lui opra con me come in sé stesso,
Per cui me stesso opro in voler di lui.

(David Lazzaretti, 1869)