Ci voleva il genio di Italo Calvino per comprendere che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Relazionando tale verità al pensiero di Cartesio sui prodotti culturali infiniti – leggere i classici è come conversare con gli spiriti migliori del passato –, possiamo determinare quanto segue: Bernard Marie-Koltès è uno spirito assoluto del teatro francese e la sua opera La notte poco prima delle foreste – datata 1977 – è Classico oggi necessario. Pierfrancesco Favino lo riporta in scena trotterellando per uno Stivale spaccato in due: quelli che «lo straniero è un problema, ammazziamolo accidentalmente come fece il protagonista del miglior romanzo di Camus», e quelli che, come Favino, sostengono la legge naturale «Essere è essere diversi».

Il pluridecorato attore transalpino Jean-Luc Boutté, dopo aver letto il monologo in piena, disteso su un atto buio, sorvegliato dall’occhio di bue luminoso, fu investito da uno choc catartico. Lo stesso che colora la pelle di Favino di un ebano simile a quello dei fratelli che incontriamo in piazza, nelle stazioni, al semaforo o fuori dal supermarket. Uno su due soffre davvero, ha il fegato spappolato dalle immagini di donne che vanno al cimitero per mangiare la terra purificatrice o che prostituiscono le loro grazie nelle tasche dei papponi più efferati. Uno su due scrive alla sommità dei muri delle città il nome della madre, viene perseguitato dagli estremisti, soggiogato sessualmente da donne sfavillanti e sfruttato ad altra velocità.

Uno su due ferma il passante meno irruento per chiedergli ascolto sotto la pioggia, implorando un tetto di poche ore e manifestando il sogno del “Sindacato Internazionale” che impedisca a pochi super potenti di scalfire la “solidità” dei cuori buoni, non corrotti.

Stavi voltando l’angolo della strada quando ti ho visto, piove, non è il massimo quando ti piove in testa e sui vestiti, eppure ci ho provato lo stesso e adesso siamo qui, non voglio nemmeno guardarmi, dovrei asciugarmi, tornar giù e darmi una sistemata – almeno i capelli non ammalarmi, però ci sono appena andato, giù, per vedere se fosse possibile darsi una sistemata, ma ci sono gli stronzi, piantati lì: per tutto il tempo che ti asciughi i capelli non si muovono, tutti lì attruppati a spiarti dietro le spalle, e così sono risalito – giusto il tempo di pisciare – coi vestiti fradici, e me li terrò, finché non sarò in una stanza: appena ci sistemiamo da qualche parte, mi levo tutto, è per questo che cerco una stanza, perché a casa non è possibile, non ci posso tornare.  

Marie Koltès spiega con chiarezza le radici filosoficamente gitane che l’hanno portato a costruire un simbolo che frantuma in mille pezzi il segno:

Il mio reale milieu è una via di mezzo tra l’hotel per immigrati e l’hotel a ore. Le mie radici non esistono. A un dato momento uno si sente bene nella propria pelle. Tutt’al più, credo che sussista una derivazione che fa capo al punto di contatto fra la lingua francese e il blues.

Koltès è utopista generoso, lucido pasoliniano. Scappa dalla folla per ricostruirne esattamente le cerchie sociali con occhio distaccato. Da ogni gruppo circolare rimangono fuori i “froci”, i “negri”, le “mignotte”, i portatori di una tristezza beffarda nemica della chiacchiera e dell’apparenza.

Il traduttore dell’opera in Italia, Giandonato Crico, osserva con acutezza l’attenzione riservata dall’autore bleu ai diseredati:

La nuit just avant le forêts è pure un rapsodico inno all’amplesso e alla latitanza, al fare le valigie, un inno all’abolizione degli specchi, alle camminate sui marciapiedi, un inno all’amore per ombre materne, per prostitute, per angeli in mezzo al casino, per compagni sotto la pioggia.

Un emblema dell’emarginazione contemporanea esposto senza manifesti, ma attraverso la semplicità lancinante della prosa tous le jours, mista alla perforante gestualità calzata in Italia da un Favino meritevole di dieci minuti d’applausi.

L’ho osservato al Teatro Verdi di Brindisi, credendo di trovarmi in Nicaragua, sede della parabola centrale dell’opera. L’apartheid 3.0 è sublimata dall’infuocata leggenda nicaraguese, che vedeva un generale e i suoi fedeli soldati regnare da un’esclusiva abitazione ai margini della foresta. Tutto quello che si muoveva poco prima della foresta e aldilà della stessa veniva sparato brutalmente. Animali e uomini ritenuti animali. Una metafora calzante se analizziamo la linea del Mediterraneo che precede una foresta immensa, depauperata dai generali, pronti a crivellare a vista l’umano che oltrepassa la linea per vivere comodamente in un’abitazione esclusiva, chiamata Europa.

La preghiera profana – o se preferite il diario arso da una pioggia sorda – di un drammaturgo nato a Metz nel 1948, diventato uomo grazie alla Medea di Maria Casarès, proclamato erede naturale di Céline con testi come Quai Ouest e Nella solitudine dei campi di cotone, e morto a Parigi a soli quaranta primavere, è un fluente paradigma della necessità di essere stranieri.

Accettare l’inesistenza delle razze e l’evoluzione del mondo attraverso le contaminazioni di culture differenti, che nella storia si sono manifestate grazie a cicliche migrazioni, è un passo determinante per una società che canta il cosmopolitismo dei consumi (e delle risorse energetiche), ma vuole logorare il diverso. Il logorato è un emarginato. L’emarginato è un eretico.

Tutte le eresie sono bandiera di una realtà dell’esclusione. Gratta l’eresia, troverai l’emarginato. Ogni battaglia contro l’eresia vuole solamente questo: che l’emarginato rimanga tale.

Musica e parole di Umberto Eco.