In un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano il 10 settembre scorso, il cui titolo si palesava solo come l’anticipazione di una pièce allucinante, Tommaso Montanari giungeva alla frettolosa conclusione che l’identità italiana fosse solo una grande finzione. E senza neanche interrogarsi sulla genesi del significato attribuito alla parola, tra qualche riferimento a Primo Levi e all’Olocausto, passando per i campi in Libia e per Matteo Salvini, ne faceva, in maniera più o meno celata, una proiezione del nazionalismo nazifascista. La conclusione già parecchio scontata assumeva toni oracolari:

l’Italia del 2100 sarà multietnica e dunque multiculturale, o non sarà: si tratta di capire che, in realtà, lo è sempre stata. Chi oggi lo nega sta solo cercando di mettere a reddito la paura dello straniero sventolando le false bandiere di una identità inventata: senza passato, e senza futuro.

Frasi che nell’epoca di Laura Boldrini e dell’immigrazione indotta e sostenuta puntellano la fabbricazione di profezie autorealizzantesi, con lo scopo di influenzare il dibattito pubblico ed indirizzare la linea politica su precise azioni. Il corollario da cui dipendeva tutta questa congerie di luoghi comuni, del resto, altro non era che una sorta di idolum theatri, la cui ingenuità farebbe sorridere qualsiasi studioso serio; e ciò che se “identità” significa – etimologicamente – uguaglianza assoluta, corrispondenza esatta e perfetta, bisogna dire con chiarezza: no, questa ‘identità italiana’ non esiste. Giustamente, Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale pubblicato sul Corriere il 15 settembre, faceva notare che è troppo facile costruirsi un nemico immaginario e buttarlo a terra a colpi di strali, giacché nessuna persona di buon senso, inclusi i militanti dei più disparati movimenti identitari, sosterrebbe una tesi simile, che vogliamo sperare – per clemenza e magnanimità nostre – essere stata una bieca provocazione.

Sul monte Grappa

Purtroppo per Montanari, l’identità italiana, come qualsiasi altra identità costruitasi col sangue e torchiata da secoli di tradizione, esiste e si trasmette di generazione in generazione, almeno nelle anime vigili che più hanno a cuore l’interesse della Patria e dei suoi destini. Come se poi il fatto di avere una identità dovesse dare avvio a pogrom razziali e a conflittualità etniche! Conflittualità che, invero, sono il residuo di una società indistinta e liquefatta, atomizzata dalle dinamiche di un mercato globale onnipervasivo che al calendario religioso ha sostituito il Black Friday e il Cyber Monday, surrogati di bassa lega in cui riporre gli sfoghi e le pulsioni più istintive di una massa priva di ogni consapevolezza della propria storia e del proprio passato e che proprio a causa di questa mancanza riafferma, d’altra parte, il bisogno di sé, spesso nei modi più estremi, e perciò meno indicati, nella necessità di sentirsi parte di qualcosa, di un progetto, di un destino più grande.

E sì che un secolo di egemonia culturale marxista e materialista – prima di convertirsi alle necessità contingenti che tanto oggi vanno di moda in alcuni ambienti politico-culturali tesi al nobile scopo di conciliare destra e sinistra – ha cercato di insegnarci che patria e nazione fossero dei costrutti borghesi, i quali sarebbero scomparsi nella cantina dei giochi d’infanzia quando la dialettica immanente allo sviluppo storico avrebbe rifornito le classi assoggettate di una solida coscienza di classe! E chissà perché patria e nazione, nonostante le prediche di Montanari, compaiono puntualmente quasi a ricordare che di troppi costrutti si muore annegati!

In partenza, 1941

Agli smemorati, agli approssimativi e ai cantori dell’epopea globalista, alla cultura politica che ha partorito la Repubblica Italiana, estranea per diversi motivi al Risorgimento Nazionale, viene in aiuto La Nazione Fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia di Adriano Scianca, pubblicato per l’appena nata Altaforte Edizioni (pp. 180, euro 18). E non è un caso che l’introduzione del libro si apra con corsivo esemplificativo: Gli italiani non esistono, titolo di un articolo pubblicato sul Corriere nel maggio 2018, a firma di Luigi Ripamonti.

Il crimine di cui si è macchiata l’Italia è il solo fatto d’esistere. Non poteva né doveva vedere la luce un paese di burattinai e furbacchioni, di mercenari e truffaldini, una grande osteria a cielo aperto, buona per mangiarvi una pizza a portafoglio in Via Toledo, per un giro in gondola a Venezia e una fiorentina al sangue in Piazza della Signoria. Che diritto ha questo paese di vedere la luce? In fondo, l’Italia non è che un’espressione geografica, bagnasciuga per le ferie assolate di tutte le oligarchie, serbatoio inesauribile di folclore e rovine, teatro ambulante vocato al sollazzo dei padroni del mondo. Sì, questa Italia sconta e sconterà sempre la colpa di esistere (p.VIII).

Un Risorgimento mancato. Nasce da qui la parabola di una cultura politica che, consapevolmente o meno, ha rifiutato l’unico mito fondativo della Nazione. Lo rileva bene Scianca nella sua disamina quando sostiene che Risorgimento, Grande Guerra e Fascismo sono stati i tre pilastri su cui si è forgiata l’identità di popolo e di nazione. Non si può tuttavia definire un buon parto quello di un paese in cui dal 1874 pende il veto della Santa Sede che impedisce la partecipazione dei cattolici (e cioè di una larga parte della popolazione) alla vita politica nazionale. Una ferita in parte rimarginata dal Concordato del ’29 che però non servì ad eliminare le tensioni sempre serpeggianti con il Governo Fascista e che d’altra parte ne riaprì di nuove e più profonde.

Tra le delusioni dei più radicali e la soddisfazione dei moderati nacque una cultura politica che vedeva nella realizzazione moderna i fasti dell’Antica Roma, la consegna alla Saturnia Tellus della gloria perduta in secoli di divisioni intestine e di fremiti mai sopiti. Perché – e questo è il grande merito dell’autore – non esiste Italia senza Roma. E quel che può sembrare un artificio retorico da nazionalisti ottocenteschi ha in realtà una base mitologica e storica che fa dell’Italia una Nazione fatidica, segnata da un Fato che ne ha strutturato le fondamenta sin dall’Età dell’oro, quando sulle sponde del Tevere trovò dimora Saturno, spodestato dal figlio Giove. Mito e storia si intrecciano profondamente cosicché il nome Italia sarebbe collegato con le migrazioni del ver sacrum e, pertanto, deriverebbe da Viteliu, giovane toro o vitello, una delle manifestazioni animali del dio Marte/Mamerte a cui erano consacrati i giovani sacrificati al voto. Enotria, Esperia, Ausonia,

l’Italia reca quindi nelle stratificazioni dei suoi nomi il segreto di un sole recondito, di una luce interiore, il mistero di una salvezza, di una rinascita, il fatum di una terra del destino (p. 4).

L’Italia fra le Arti e le Scienze, di Mario Sironi (1935)

E così, in una consapevolezza fattuale e letteraria, l’Italia ha sempre mantenuto una sua sacra peculiarità, sempre identificata in precisi confini geografici ed in una unità sostanziale di stirpi che la rendeva tale rispetto all’exterus. Una unità che dovette essere costruita, naturalmente, come spiegano le vicende della guerra sociale e, prima ancora, delle guerre annibaliche dove, stando alle ricostruzioni storiche che l’autore cita a sostegno della sua tesi, si avviò il processo di elaborazione del concetto di Terra Italia in una accezione non più geografica, ma anche giuridico-politica e soprattutto sacrale (p. 25).

Già nel 90 a.C., come scrisse Ronald Syme, tra i massimi specialisti dell’antica Roma, il nome Italia cessa di essere una espressione geografica dal momento che i popoli italici si appellarono all’idea politica e sentimentale d’Italia combattendo per la libertà e la giustizia (R. Syme, La Rivoluzione Romana, 1939). E non dovevano apparire diversamente le cose ad Augusto, quando nel 32. A.C. ebbe a pronunciare il famoso giuramento: «Iuravit in verba mea tota Italia» che, concorde anche la storiografia più aggiornata, pone l’accento sull’Italia come unità politica ben definita.

Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Di questo dovrebbero tenere conto i detrattori più accaniti, quelli cresciuti all’ombra della fronda leghista più agguerrita che si rivedeva nei “balbettamenti” di Gilberto Oneto; i cattolici non adulti, cresciuti sotto la protezione del Sillabo di Pio IX (che in fondo facevano pane e companatico con quella specifica cultura leghista); la sinistra comunista, colpevole di aver introiettato la critica gramsciana che vedeva nel Risorgimento una rivoluzione agraria mancata, lettura che, come evidenziato da Scianca, venne ridimensionata da storici come Rosario Romeo e Giorgio Candeloro. A ciò si aggiungano gli ultimi virulenti attacchi – spesso privi di ogni criterio storiografico – venuti fuori dagli ambienti meridionalisti e persino da ambienti tradizionalisti, complice una certa lettura evoliana che ha prestato il fianco, nonostante le rettifiche dello stesso Evola e i giudizi in parte severi di Adriano Romualdi, a elementari ricostruzioni del Risorgimento, visto come focolaio sovversivo, frutto di un complotto giudaico-massonico a danno della Tradizione (Cattolica?).

Proprio dall’incrocio tra la cultura cattolica e quella comunista nacque la Repubblica Italiana, conseguenza, dunque, di una grande rimozione storica, tutta tesa a seppellire nel dimenticatoio qualsiasi cosa rimandasse al Fascismo o che il Fascismo aveva utilizzato per costruire e cementare il mito nazionale. Di certo non era fraintendibile Palmiro Togliatti quando, nel 1931, dichiarò che:

Il “Risorgimento” ebbe un carattere stentato, una impronta reazionaria, mancò del tutto dello slancio di altre rivoluzioni borghesi. Ma appunto perciò è assurdo pensare che vi sia un “Risorgimento” da riprendere, da finire, da fare di nuovo, e che questo sia il compito dell’antifascismo democratico […]. La rivoluzione antifascista non potrà che essere una rivoluzione “contro il Risorgimento”, contro la sua ideologia, contro la soluzione che esso ha dato dell’unità dello Stato e a tutti i problemi della vita nazionale. […] Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini.

Una rimozione di cui fu vittima anche la Grande Guerra, uscita da un ventennio di santificazione religiosa e che proprio per questa colpa meritava di essere raccontata nei modi e nei termini che più si confanno ai popoli che non devono avere l’ardire di essere fieri, che non è bene che conoscano i momenti migliori della loro storia, a cui è solo consentito lamentarsi ed infinitamente piangersi addosso sui crimini di cui si sono macchiati. E bisognava allora raccontare l’immagine di un’Italia che zompa da una parte all’altra, che vince una guerra per opera di altri, che manda al macello uomini innocenti che la guerra la subiscono solo e basta, che il mito nazionale è solo retorica borghese e anticattolica.

Arditi sul monte San Gabriele (1917)

Ne è nata questa Italia, l’Italia della pizza, di Berlusconi, mafia e mandolino, l’Italia che non osa, l’Italia buon compagno di merenda che allieta le serate di sbornia tra amici. Nessuna grande storia, nessuna grande tradizione. A noi non è concesso essere grandi. Ci è concesso saperci abili teatranti esperti nella gesticolazione frenetica, saperci potenziali truffaldini e degni eredi dei padri di Tangentopoli. Il paese dei vizi, non delle virtù; delle disillusioni, delle false promesse, dei ponti che crollano, della speculazione edilizia, dei proiettili vaganti a Forcella, dei Carabinieri con la terza elementare, dei presidenti che baciano i capimafia, della classe politica che ruba. Non ci è data nessuna grande narrazione. Quella, chi la vuole, se la cerca nei libri, proprio come La Nazione Fatidica. Un lavoro che comunica orgoglio e speranza, intessuto di un amore mai celato per una Patria che aspira ancora al posto che le compete tra i grandi. Giacché, come ebbe a dire Giosuè Carducci in un celebre discorso del 1897:

Se l’Italia avesse a durar tuttavia come un museo o un conservatorio di musica o una villeggiatura per l’Europa oziosa, o al più aspirasse a divenire un mercato dove i fortunati vendessero dieci ciò che hanno arraffato per tre; oh per Dio non importava far le cinque giornate e ripigliare a baionetta in canna sette volte la vetta di San Martino, e meglio era non turbare la sacra quiete delle ruine di Roma con la tromba di Garibaldi sul Gianicolo o con la cannonata del re a Porta Pia. L’Italia è risorta nel mondo per sé e per il mondo, ella, per vivere, deve avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla coscienza de’ padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il voto il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la patria; l’Italia avanti tutto! L’Italia sopra tutto!