La cosa che davvero stupisce della letteratura russa del XIX secolo è la sua capacità di risultare sempre attuale. È quasi un paradosso: il Paese europeo che per ultimo è stato infettato dai germi della modernità, ne ha subìto prima e peggio di tutti le conseguenze. Ateismo materialista, nichilismo e liberalismo sono arrivati in Russia con più di un secolo di ritardo rispetto alle nazioni d’Occidente. Eppure è a Est che si deve guardare se si vogliono vedere la più brutale rivoluzione socialista, e la peggiore depredazione capitalista che ne ha seguito il crollo.

Disastri già previsti da una generazione di scrittori vissuta decenni prima: la rivoluzione comunista viene ipotizzata ne I Demoni di Dostoevskji, e tra le pagine del suo Delitto e Castigo, del 1865, si possono leggere passaggi che fanno intuire come lo scrittore avesse già ben chiara la fine delle ideologie e il nichilismo imperante che avrebbero annientato l’Occidente e, se ne avesse seguito l’esempio, la Russia.

Dostoevskij

La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj è un racconto che si può inserire in questo filone. Articolata in meno di 100 pagine, la trama dell’opera scritta nel periodo post-conversione di Tolstoj è apparentemente banale, per stessa ammissione dell’autore: la storia di Ivan Il’ic è la più semplice e comune, e la più orribile.

Un giovane uomo, affascinante e capace di destreggiarsi nei circoli sociali ‘che contano’, fa carriera come giudice istruttore. Sposa una donna bella e mondana quanto lui. Sfoga le frustrazioni di un matrimonio che procede tra alti e bassi nei momenti di sensualità con la moglie e nel suo lavoro. Compra e rinnova un appartamento, e si trasferisce in città. Ha dei figli capaci nello studio, che già pregustano un futuro di successi come quello del padre. Nel tempo libero discute di liberalismo e gioca a carte con gli amici. A casa organizza cene e balli, in ufficio si gode il potere che deriva dalla sua posizione di giudice, senza tuttavia mai abusarne. Passata la soglia dei 40 anni il più banale degli incidenti gli provoca la malattia che lo porterà a vivere i suoi ultimi mesi da disabile, dipendente in tutto dall’aiuto dei familiari che non lo capiscono, e dagli amici che lo evitano. Muore tra atroci sofferenze a 45 anni.

Nella prima metà del libro viene descritta la vita di Ivan prima della malattia: l’essenza della sua esistenza è la ricerca del piacere e la fuga da qualsiasi scomodità. Le avversità e le difficoltà vengono affrontate e superate solo in funzione di un piacere maggiore di cui godere, o della stima degli altri da guadagnare. In tutti gli altri casi, si cerca la scorciatoia. È quello che un borghese in carriera della Russia di fine ottocento poteva fare, e faceva. È quello che oggi un qualsiasi lavoratore, uno studente, spesso persino un disoccupato può fare, e fa.

È però l’ultima parte del racconto che risulta maggiormente attuale per l’occidentale moderno, intrappolato in un mondo dove regna il più assoluto relativismo morale. Ciò che tormenta maggiormente Ivan, insieme al dolore della malattia, è l’incapacità di darsi una spiegazione: cosa ha fatto lui, un cittadino modello, ben educato, ricco, attraente e soddisfatto, per meritarsi tutto questo? Se la vita è una semplice ricerca della felicità e del piacere, che senso si può dare al dolore? Come sopportarlo, quando non lo si può più evitare? Dopo quarant’anni di soddisfazioni sul lavoro, doveri di famiglia adempiuti, vita sociale soddisfacente e di successo, il protagonista viene messo davanti a ciò che ha sempre voluto evitare e ignorare: il dolore e l’esistenza della morte.

Quell’esempio di sillogismo che aveva studiato nel manuale di logica del Kiesewetter, Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio e in alcun modo in rapporto a sé stesso […] Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ic, con tutti i miei sentimenti i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.

Uomo seduto, di Egon Schiele

Ivan non crede in Dio. Lungo tutta la vita il suo punto di riferimento morale è stato quindi ciò che la società attorno a lui reputava giusto, virtuoso e accettabile. Un conformismo che reprime in lui la consapevolezza di non aver vissuto come avrebbe dovuto. L’incapacità di capire che, nonostante i suoi numerosi successi materiali, egli ha trasgredito una legge superiore impedisce a Ivan di trasformare il dolore della malattia in redenzione. Il suo rifiuto di ammettere l’errore non gli permette di dare un senso alla vita che si spegne e alla morte che si avvicina. Fino all’ultimo, pur di non accettare la verità, si aggrappa all’ingenua speranza di un miglioramento e di un ritorno alla normalità.

Non servirà: l’invidia verso i familiari e gli amici, che ora si comportano esattamente come lui avrebbe fatto, lo fanno piombare nell’odio più assoluto. I suoi conoscenti lo trattano come un brontolone, uno che può solo prendersela con se stesso, che dovrebbe smetterla di far pesare la sua presenza agli altri.

Il terribile, orrendo atto della sua agonia era ridotto, da tutti quelli che lo circondavano, al livello di un fatto casuale e sgradevole, in parte indecoroso (come se trattassero con un uomo che, entrando in un salotto, diffonde intorno a sé cattivo odore), quello stesso ‘decoro’ che lui aveva seguito per tutta la vita; lui vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno voleva nemmeno capire la sua situazione.

È Ivan, adesso, a essere una scomodità da schivare, un ostacolo per la vita votata al piacere di moglie, figlia, colleghi e vecchi amici. Lo stato della malattia e la consapevolezza della morte fanno capire a Ivan la futilità della vita mondana, e delle menzogne di chi gli sta accanto che, in salute, continua a comportarsi come se la morte non esistesse.

Viktor Popkov

Come spesso accade nelle opere degli autori cristiani, è il personaggio apparentemente più umile che riporta la luce in una trama sempre più disperata. Il servo Gerasim aiuta in tutto e per tutto il suo padrone, esaudendo ogni richiesta con obbedienza e spensieratezza: gli unici gesti che portano una ventata di serenità nelle cupe giornate di Ivan.

È l’umiltà del ‘semplice’, che in realtà è più forte di tutti. Gerasim, grazie anche alla sua condizione sociale, non ha mai dimenticato la presenza della fatica, della sofferenza e della morte, quindi non le teme. Prendersi cura di un uomo che sta per perdere la vita è per lui la cosa più naturale del mondo. Assiste con tranquillità il padrone nelle sue richieste più assurde, ed è l’unica persona verso la quale Ivan mostra affetto e riconoscenza. Sarà soprattutto l’esempio di Gerasim a condurre Ivan verso una fine inaspettata.

Tolstoj ha sempre visto nel popolo la salvezza di un’umanità che, guidata dall’elite industriale e borghese, piombava nel baratro della disgregazione morale e del cinismo. Scriveva in un tempo in cui l’edonismo era prerogativa delle classi più agiate. Il popolo, specialmente in provincia e nelle aree rurali, manteneva spesso un’istintiva integrità e un attaccamento ai valori tradizionali che in un certo senso lo proteggevano. Oggi è ancora così?

Lev Tolstoj

La televisione prima, e i social media poi, hanno portato anche negli strati più ‘bassi’ della società quella mondanità e quel conformismo che seducono l’uomo facendogli dimenticare il suo destino, per lasciarsi coccolare dall’apprezzamento degli altri e dalla sua stessa vanità. Chiaramente la pressione sociale è sempre esistita, ma un tempo era legata a valori radicati nella tradizione, che in genere portavano a un miglioramento della società, o quanto meno davano una bussola morale stabile e naturale.

La rivoluzione culturale della modernità e gli slogan sessantottini sulla ‘liberazione’ hanno in realtà liberato ben poco. Alla forza positiva della morale hanno sostituito quella negativa della moda. Il conformismo di oggi è infatti peggiore di quello descritto da Tolstoj: liquido ed effimero, non è in grado di dare alcun punto di riferimento ma solo distrazioni dall’unica certezza. Non sono forse la morte e il suo significato gli unici tabù oggi rimasti? Persino nei sermoni dei preti sono spariti concetti come la dannazione e il senso redentivo del dolore, in favore di una versione annacquata, modernizzata ed eretica di quel che resta del cristianesimo occidentale.

Ma che fine ha fatto, oggi, il servo Gerasim? Non deve più spaccare la legna, né lavorare nella cucina del padrone. Gli è stato dato un telefonino a basso costo, due o tre opinioni preconfezionate, la liberazione sessuale per godersi in pace il sabato sera. Ha tutto ciò che gli serve per non farsi disturbare dal pensiero della morte. È diventato Ivan Il’ic.