Salvatore Satta è un nome noto ai più come autore di uno dei più grandi romanzi della letteratura del Novecento, il romanzo postumo Il giorno del giudizio. Agli addetti ai lavori, invece, è noto come finissimo giurista. I suoi scritti giurisprudenziali sono raccolti nel monumentale volume Soliloqui e colloqui di un giurista nel quale si trovano, tra le varie barbosità destinate ai tecnici del diritto, riflessioni di filosofia politica e del diritto che per chiarezza concettuale e radicalità di indagine nulla hanno da invidiare ai testi di uno Schmitt o di un Mortati. Nuorese di nascita e di vocazione, studente del prestigioso Liceo Azuni di Sassari e della Facoltà di Giurisprudenza della stessa città, Satta è entrato postumo nell’olimpo dei letterati italiani, fornendo salda ispirazione a quella scuola di letteratura sarda formata da Sergio Atzeni, Salvatore Niffoi e altri apprezzatissimi autori. La sua confidenza con le lettere era evidente già nell’opera giovanile La veranda, paragonata da Marino Moretti a La montagna incantata di Thomas Mann, e pubblicata soltanto negli anni Ottanta.

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Eppure, se mettiamo da parte Il giorno del giudizio, la sua destrezza lirica si manifesta con luminosità nella scrittura privata, estemporanea, effimera quasi a raggiungere i livelli degli attuali messaggi di chat; ma a differenza di questi ultimi, deprecabili nella loro presuntuosa lapidarietà à la Twitter, o nella ostentata vacuità da gruppo gossipparo su Whatsapp, i messaggi di Satta istituiscono un genere letterario a sé, che richiama il poetare giocondo del Mallarmé dei Loisirs de la Poste. Perché prima che insigne giurista, raffinato pensatore e uomo di tormentata fede, Satta è stato amorevole padre ed esemplare marito, e la raccolta dei Padrigali mattutini (Ilisso, 2015, pp. 123) ne è testimone. Nel periodo di docenza all’Università di Genova, nel secondo dopoguerra, egli dedicava i primi minuti della giornata alla stesura di brevi lettere in versi, senza l’intento di raggiungere lontani continenti, bensì con l’unico scopo di scavalcare il tempo e lasciare un avviso, una comunicazione, un saluto, una testimonianza di passaggio alla propria consorte, qui ricorrente sotto il nomignolo di Mucio, stretta ancora nel sonno della prima luce mattutina.

«7.VI.55

Cara Mucio,

ho scritto la lettera per Zizzi Bachisio,

e questo mi ha tarpato le ali. Non

posso risalire dai profondati abissi per

offrirti un verso mattutino. Ma sia come fatto.

[…]

State allegri, rinfrescatevi al bagno,

e pensate a un malinconico individuo

che stasera dovrete purtroppo rivedere.

Avete e favete.

BiBi»

Così Satta, levatosi dal talamo all’aurora, si dedicava giocosamente a una poesia spensierata, talvolta firmando i propri versi come BiBi, Pater Bibus, Il viandato, Il penestrello, L’errante, talaltra non disdegnando la simulazione storica e letteraria, trasformandosi dunque in Ettore, in Ulisse, in Romeo, finanche in Pindaro, Dante, Bocaccio:

«Canto 7500   LA DIVINA COMMEDIA   Gli oziosi

 

Come colui che lascia moglie e prole

e la placida casa in riva al mare

per pascersi di inutili parole,

tal mi vid’io, e vedermi ancor pare,

quando uscii per andare a quel congresso

di gente che non sa che cosa fare,

tra Jaeger porco e Enrico Tullio fesso.

 

Bibi Dante».

PR-Salvatore-Satta

C’è in questi messaggi privati l’avversione nei confronti della vita accademica (i riferimenti portano ai giuristi Nicola Jaeger ed Enrico Tullio Liebman), ritmata dagli incontri di gente che non sa che cosa fare, così lontana dai piccoli ma determinanti problemi di una quotidianità angustiata tra un frigorifero rotto e il bisogno di un viaggio:

«Il frigorifero piange: non potresti dare un

“colpo” di telefono alla Fiat? Forse ci riesci.

Raccogli tutti i messaggi telefonici con

cura. Prepara una gita per domani».

O ancora, a indicare un’uscita frettolosa dalla casa:

«Impossibilitato lasciare

versi prego far sturare

lavandino

 

Pindaro».

«Non sono né Onorio né Arcadio

ma sono la tua metà.

Trasporta pure l’armadio

se questa è la tua voluttà.

Per la follia che ti invasa

staccarmi non so più da te.

Però le chiavi di casa,

cara, le porto con me».

Ma le preoccupazioni casalinghe («nel bagno dei frugoletti si è staccato / il galleggiante del wc. / Vedi di farlo riparare. / Tutta la notte è corsa l’acqua dentro il / mio confuso cervello. /Spero che possiate andare al bagno. / Vi seguirò col pensiero […]») costituiscono soltanto una parte della costellazione tanto lirica quanto ironica di Salvatore Satta. Concepiti per essere destinati privatamente alla moglie amata, la studiosa di letteratura russa Laura Boschian, i padrigali si danno al lettore in una veste esoterica, piena di riferimenti a colleghi, parenti e amici stretti, i quali compaiono sotto falso nome e ricostruiscono il quadro di rapporti che il giurista intratteneva nel suo periodo ligure. Si legge in una carta targata Università di Genova – Facoltà di Giurisprudenza:

«Lentamente migliora la mia panza

ma l’anima si strugge di dolore,

perché mi sveglia nelle male ore

il pensiero di Gano di Maganza.

 

Di te, di me egli si è preso a gabbo,

del complesso muciano, quel serpente.

Non resta che augurare un accidente

Al tristo sassarese impiccababbo».

Sunlight in a Cafeteria - Edward Hopper (1958)

Sunlight in a Cafeteria – Edward Hopper (1958)

Ogni pagina costituisce dunque una rivelazione della vita privata e, allo stesso tempo, un nuovo misterioso gradino da interpretare – sono in tal senso utilissimi l’introduzione di Valerio Magrelli e il repertorio fotografico che chiude il volume. Una paterna tenerezza e una profonda nostalgia della patria accompagnano i basicheddos a tottis, i pistoccos e i tormentati ricordi di una terra:

«Nell’alba mi volgo a ritroso

misuro tutto il passato

forse perché ho mangiato

un papassino schifoso.

 

Rivedo l’olio fetente

il vino che ha preso lo spunto

ripenso con disappunto

al sardo amico e al parente.

 

In questi tristi pensieri

muovo incontro al mio giorno

l’oggi mi si fa ieri

la sola speme è il ritorno».

Nessuna verbosità o loquela avvocatesca nei padrigali sattiani, bensì l’entusiasmo un po’ fanciullesco per l’officina della parola che si fa divertissements, come tradisce un verso: «[…] ho scritto / così solo per la rima». E se l’improvvisato poeta si profonde in una scrittura aulica o anacronistica, eccolo già intendo ad aggiungere, come fosse giudice di se stesso, delle note esplicative che fanno il verso al commento critico. Ridefinendo i propri ruoli familiari e sociali, l’autore si ritaglia un angolo tra l’esclusione della vita casalinga, da cui si allontana e che saluta attraverso le rime, e l’uscita nel vasto, spaventoso e ostile mondo extra-domestico. Ecco dunque il distacco dal giaciglio diventare occasione di rielaborazione, non più troppo s-pensierata, della propria vita:

«Nella notte insonne ho fatto come Dighino

con l’Iliade: ho voltato in prosa la

poesia della mia vita. Ma ora sono in

piedi e rifaccio il lavoro inverso: ricompongo

in versi e in rime la prosa, e mi appresto

ad aggiungere un breve capitolo all’eterno

poema. Farò rimare Giussani con Torchiani,

Invernizzi con Bizzi, Delitala con Cicala.

Difficile sarà trovare una rima con Lichinchi».

Excursion into Philosophy - Edward Hopper (1959)

Excursion into Philosophy – Edward Hopper (1959)

Il gioco della parola, dove la leggiadria del verso e il sentimento di nostalgia si scontrano, sfocia nel congedo che mai è abbandono, ma sempre virile e paterna coscienza del proprio ruolo di sorvegliante e difensore. La superiorità dell’uomo in seno al focolare si fa forza protettrice, scudo domestico, riparo per chi, immerso nel sonno, non ha spada:

«Madre, suoceri, figli e canarini,

dormono tutti di un profondo sonno.

Solo colui che vi è maestro e donno

veglia sui vostri placidi destini».