Le brevi pause dal digiuno quaresimale scandiscono lo scorrere dei giorni nel deserto, e un gruppo di monaci si arrovella intorno a un bizzarro avvenimento: il novizio Francis è venuto in possesso di un’antichissima reliquia, forse appartenente al beato Leibowitz, il patrono al quale il loro monastero cattolico è consacrato. Anche la regola del silenzio, particolarmente severa nell’attesa della Pasqua, cede alla curiosità dei confratelli: serpeggiano voci che sia stato Leibowitz in persona ad apparire miracolosamente a Francis, consegnandogli la reliquia. Un segno dal Cielo che confermerebbe la vocazione del novizio, un miracolo che permetterebbe di richiedere al Papa la canonizzazione del beato. Inizia così l’avventura di ​“Un cantico per Leibowitz”​, romanzo a metà tra il filosofico e il fantascientifico scritto da Walter M. Miller Jr. nel 1959.

A dispetto delle continue formule in latino e dello stile di vita dei personaggi, il libro non è ambientato nell’Europa medievale bensì nel XXVI secolo. Seicento anni dopo il ​diluvium ignis​, la guerra atomica che ha portato le civiltà e gli imperi del ‘900 all’autodistruzione, l’umanità è divisa in clan di cacciatori-raccoglitori, bande di briganti e abomini deformi, figli dell’olocausto nucleare. A conservare la luce della cultura e della scienza in un mondo in cui la forza bruta è l’unica base dell’autorità, è ancora una volta la Chiesa, che da Nuova Roma continua a controllare monasteri e abbazie nei cinque continenti. Dopo secoli di caos e analfabetizzazione di massa, però, nessuno è più capace di comprendere i libri di algebra e fisica che vengono riportati alla luce dalle polveri di vecchi bunker antiatomici.

L’abbazia del beato Leibowitz è nata proprio per questo: uno degli ultimi scienziati sopravvissuti vota la propria vita a Cristo e alla conservazione dell’ormai antica conoscenza, fondando un monastero nel deserto dello Utah, negli ex-Stati Uniti. Sei secoli dopo il diluvio di fuoco, il beato Leibowitz sembra miracolosamente riapparire al più improbabile dei suoi discepoli: il determinato ma timoroso novizio Francis, impegnato in un interminabile digiuno nel deserto per guadagnarsi la completa ammissione al monastero. Guidato dal provvidenziale incontro, Francis troverà delle autentiche reliquie del santo: poche annotazioni senza importanza firmate da Leibowitz, oggetti che nellanno 2500 hanno un valore spirituale incredibile. La scoperta porterà Francis a percorrere una lunga avventura per ottenere il riconoscimento del miracolo da parte del Papa e dunque la canonizzazione di Leibowitz.

Ma la storia non finisce qui. Il libro è infatti diviso in tre parti, che rappresentano le diverse fasi della civiltà: Fiat Homo​, ​Fiat Lux​, ​Fiat Voluntas Tua​. Seicento anni dopo i “secoli bui” di Francis, la società è avanzata fino a ricostruire entità statuali simili a quelle del mondo premoderno. I laici iniziano a interessarsi delle scienze e si hanno i primi contrasti tra la filosofia dei monaci e lo scetticismo dei nuovi scienziati, che arrivano a mettere in dubbio persino l’esistenza della vecchia guerra atomica e l’antica civiltà occidentale, vista come una nuova Atlantide, un mito per creduloni.

La scoperta dell’elettricità animale, Luigi Galvani, 1791

Il tema ricorrente di questo capitolo è proprio lo scontro tra Thon Taddeo, un uomo del nuovo Rinascimento, e l’abate dell’Ordine di San Leibowitz, Dom Paulo. Il titolo, Fiat Lux​, è abbastanza eloquente: dopo una brillante carriera universitaria, l’incredulo Thon Taddeo in visita a Leibowitz scopre che i monaci hanno inventato un bizzarro generatore, riscoprendo di fatto l’elettricità. Presi dall’entusiasmo, essi sposteranno il crocefisso per installare una lampadina, e il novizio più brillante contemplerà la seducente idea di studiare all’università, abbandonando la vita monastica. Il rigore verrà ristabilito una volta che il moribondo Dom Paulo avrà compreso il vero spirito dei nuovi scienziati: non la curiosità e il rispetto per la conoscenza degli antichi, ma l’orgoglio e la vanità di chi crede di far parte di una generazione di eletti, immune dagli errori e destinata a riportare la luce nel mondo.

Un nuovo salto temporale di 600 anni porta il lettore nel 3780: il mondo, che ha ormai superato l’avanzamento tecnologico del XX secolo, è sull’orlo di una nuova guerra, con un’escalation di tensioni diplomatiche tra la Confederazione Atlantica e la Coalizione dell’Asia. Il Vaticano ha da tempo fiutato l’incombere del conflitto, preparando un’ambiziosa missione per salvare la Chiesa nell’eventualità di una nuova guerra nucleare. È il progetto ​Quo Peregrinatur​: il lancio di una nave spaziale carica di monaci, suore e bambini che avranno il compito di fondare una colonia e conservare la civiltà umana su Alfa Centauri.

Sulla Terra, intanto, lo scontro tra Cesare e Cristo si fa ancora più duro: con i primi bombardamenti nucleari lo Stato ha legalizzato l’eutanasia per chi, esposto irrimediabilmente al ​fallout​ nucleare, non ha più la speranza di una vita normale. Zerchi, il nuovo abate di San Leibowitz, non può però permettere che lo Stato costruisca un mattatoio umano a poca distanza dal campo profughi del suo monastero. Sullo sfondo di un’imminente nuova catastrofe, la vera battaglia è quella tra l’abate e i medici. Il climax finale del libro culminerà con Zerchi costretto a soffrire stoicamente la sorte che lui stesso ha chiesto agli altri di sopportare. E mentre il monaco verrà salvato da una figura improbabile, la civiltà sulla terra tramonterà di nuovo.

La battaglia di Montecassino

Un cantico per Leibowitz​ dice molto del suo autore: Miller combatté nella battaglia di Montecassino, il luogo simbolo del monachesimo occidentale, vivendo poi all’ombra della guerra fredda tra Usa e Urss e convertendosi al cattolicesimo. Impossibile relegare il suo romanzo alla semplice letteratura fantascientifica. Le tre novelle sono ricche di spunti di riflessione, personaggi bizzarri, messaggi e simbologie nascoste.

I temi più evidenti sono sicuramente la ciclicità della storia e l’immutabilità della natura umana, il rinascere di vecchie eresie, l’infinita guerra tra le autorità laiche e religiose. Ma come inquadrare l’ebreo errante Benjamin, che compare in tutte e tre le parti del romanzo, condannato a vivere da vagabondo per l’eternità? O l’enigmatica statua di legno di san Leibowitz che, generazione dopo generazione, veglia sull’operato degli abati? O il Poeta, un bizzarro e irriverente giullare cieco da un occhio, ma capace di vedere e smascherare meglio di tutti gli altri i complotti dello Stato contro il monastero? O ancora la signora Grales, la deforme donna con due teste, che all’alba dell’apocalisse nucleare si scoprirà essere una creatura senza peccato, quasi una nuova Vergine Maria?

Nonostante le criptiche allusioni teologiche, Un cantico per Leibowitz resta un libro godibilissimo per chiunque voglia tuffarsi in un’avventura lunga 1800 anni. L’amara ironia che permea il romanzo alleggerisce quella che è tutto sommato una trama difficile da digerire. Malgrado l’intera storia racconti la discesa dell’umanità verso una nuova catastrofe, la lettura è a tratti incredibilmente divertente. Forse è parte del messaggio che Francis, Dom Paulo, Zerchi e gli altri confratelli di san Leibowitz vogliono lasciarci. Alle continue illusioni e delusioni delle utopie terrene, i monaci oppongono la speranza, apparentemente fuori luogo, nella salvezza dell’anima e nel loro immutabile lavoro. Alla follia omicida e autodistruttiva dei servitori di Cesare, i seguaci di Cristo possono solo rispondere con una serena risata: ciò che è eterno non morirà mai.