Se dovessimo fare un sondaggio, domandando ai lettori di indicare il libro che rappresenta simbolicamente la nascita del fantasy, la stragrande maggioranza non avrebbe alcun dubbio nel designare Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings, 1954-55) di J. R. R. Tolkien, come opera primigenia di questo filone dell’immaginario. Eppure, ben prima della pubblicazione del volume suindicato, William Morris dava alle stampe Il bosco oltre il mondo (The Wood Beyond the World, 1894), romanzo in cui si fondono per la prima volta gli scenari pseudo-barbarici, i mondi fatati e perduti, e il soprannaturale. Muovendo dall’orientamento di Mircea Eliade, occorre tuttavia precisare che la fantasia eroica è l’erede del mito che nel tempo si è degradato in leggenda, epopea, saga, romanzo cavalleresco, fiaba e folclore.

William Morris (Walthamstow, 24 marzo 1834 – Hammersmith, 3 ottobre 1896), scrittore, poeta, socialista, spirito anarchico, è stato una personalità eclettica nell’Inghilterra del XIX secolo e ha partecipato anche ai moti rivoluzionari. Durante gli studi ad Oxford si è convertito al cattolicesimo e ha progettato di fondare un monastero. Morris ha studiato il gotico francese, si è cimentato nell’architettura (scegliendo come maestro George Edmund Street) e nel corso della sua permanenza a Londra si è avvicinato ai preraffaeliti, dedicandosi alla pittura. Successivamente ha creato la rivista Oxford and Cambridge Magazine, dove ha pubblicato poesie dedicate alle civiltà mediterranee e a quelle nordiche. L’Autore ha ritenuto che la politica fosse lo strumento idoneo a realizzare i propri fini artistici e pertanto ha fondato la Lega Socialista (Ibidem). Tutte le sue attività erano legate a un minimo comune denominatore: riabilitare la società dalla disumanizzazione dell’industrialismo e della tecnica, ormai imperante.

Proprio recentemente Black Dog ha pubblicato The house of the wolfings, romanzo di William Morris in cui si narrano le gesta dei Wolfings, una casata dei Goti che affronta nella Foresta Nera l’invasione dell’esercito romano. 

Storicamente sappiamo che i Romani, pur avendo iniziato a occupare parte della Germania Magna, avevano avuto da subito grossi problemi a pacificare le popolazioni che risiedevano tra l’Elba e il Reno. Sul punto Theodor Mommsen ci dice che durante la dominazione di Roma queste tribù non avevano accettato supinamente la sottomissione, ma preparavano in gran segreto la riscossa capeggiati da Arminio, un nobile appartenente al popolo dei Cherusci, che militava nell’esercito dell’Urbe e che era stato addirittura ammesso dallo stesso Augusto al rango equestre. Il Germano guidò poi il suo popolo alla vittoria nella Battaglia della Foresta di Teutoburgo del 9 d.C., dove tre legioni furono completamente annientate. Mommsen ci riferisce che questa disfatta non comportò una pace sfavorevole per i Romani, perché la potenza militare dell’Urbe non poteva essere paragonata a quella dei barbari e successive azioni belliche furono intraprese a mero scopo punitivo, senza tuttavia annettere il territorio germanico.

Tornando alla vicenda, il protagonista è Thiodolf, nobile e capo della tribù dei Wolfings, dotato di una forza sovrumana. Costui rappresenta plasticamente il guerriero temerario poiché giura sulla Coppa dell’Onore di lottare senza indossare l’elmo e lo scudo. Al riguardo Jean Chevalier ci dice che durante il combattimento l’eroe nordico è in una condizione di ferg, cioè di furore cieco, che lo rende pericoloso tanto per gli amici quanto per i nemici. L’archetipo di tale figura è dato da Cúchulain, un guerriero in grado di compiere imprese incredibili come quella di arrestare da solo per mesi l’avanzata di un intero esercito, oppure di sciogliere col suo ardore la neve sino a trenta passi.

La battaglia della foresta di Teutoburgo, Otto Albert Koch (1909)

Come in ogni avventura dell’eroe, Thiodolf incontra la Lanterna del Bosco, una creatura simile a una veggente, che gli consegna l’armatura magica forgiata dai nani per aiutarlo nella sua impresa. Joseph Campbell ci dice che tale figura mitologica è conosciuta nelle tradizioni di varie civiltà. Essa rappresenta la bellezza e la somma di tutti i desideri di ricerca terrena dell’eroe. Ogni cosa che conduce alla felicità l’uomo è indice della presenza di questa creatura meravigliosa, che possiamo incontrare nei meandri delle foreste e nelle visioni oniriche dei nostri sogni, che ci permettono di sperare nella beatitudine e nel superamento della vita materiale.

Oltre a combattere come un leone, Thiodolf è anche capace di arrivare dritto al cuore della sua gente con l’oratoria, incoraggiandola a resistere all’invasore straniero:

Noi dovremo combattere per la vita o per la morte, ci aspetta un lungo viaggio con le mandrie e con i carri; avanzeremo fino a quando il richiamo del nostro focolare ci condurrà di nuovo a casa, una volta finite tutte le peripezie della battaglia; la Dimora dei Wolfings attenderà coloro che sopravviveranno, e per loro i pascoli possano essere rigogliosi, e le terre possano dare il più ricco dei raccolti durante dell’anno.

Nell’opera, i Romani vengono descritti come una civiltà crudele e debosciata, incapace di condurre una vita dignitosa e dedita ai peggiori vizi umani:

Questi uomini non hanno altro pensiero che conquistare la Marca e distruggerla e uccidere gli uomini che combattono e gli anziani; vogliono ridurre in schiavitù tutti quelli che potranno, ovvero quelli giovani e belli, e desiderano fortemente le nostre donne per averle e per venderle.

L’avversione di Morris per l’Urbe viene manifestata in molteplici circostanze da cui emerge un odio viscerale nei confronti di questa civiltà, tanto che in taluni casi i romani vengono anche raffigurati fisicamente con caratteristiche deformi e repellenti. Per converso, l’Autore inglese esalta la barbarie, che rappresenta l’acme della purezza umana, strizzando pertanto l’occhio alle teorie filosofiche di Jean-Jacques Rousseau, atteggiamento che ritroveremo anche nelle opere di Robert E. Howard.

Robert E. Howard

Durante la vicenda impressionano i conflitti in cui entrambe le parti subiscono numerose perdite, ma dove l’eroismo dei barbari si manifesta in tutta la sua forza:

La battaglia fu terribile; loro non potevano spingerci indietro e noi non riuscimmo a rompere il loro schieramento con il nostro primo assalto; uomo contro uomo come se non ci fossero rivali al mondo tranne loro due: spada contro spada, ed ascia contro ascia.

E ancora:

Alla fine è giunto il tempo di morire e lasciare che coloro tra gli Uomini della Marca che sopravviveranno ci seppelliscano. Schieratevi, figli di Tyr, e non sprecate le vostre vite, ma fate in modo che il nostro nemico se le guadagni a caro prezzo.

È interessante rilevare che la Casata dei Wolfings ha come simbolo il lupo e che tutti i guerrieri ne esibiscono il tatuaggio sul proprio petto. La tradizione ci insegna che il lupo rappresenta la violenza selvaggia, la forza, l’ardore in combattimento. Esso ha un duplice significato: uno satanico, l’altro benefico. È considerato un simbolo di luce, dato che questo animale vede al buio e pertanto viene fatto corrispondere a un aspetto solare. In Cina si conosce ad esempio la figura del lupo celeste, la stella Sirio, che svolge la funzione di guardiano del Palazzo Empireo. Nondimeno, ritroviamo la medesima caratterista polare anche nelle tradizioni norrene, dove manifesta anche un’indole belluina difficilmente controllabile (Ibidem). Sotto un altro profilo, il lupo celeste può inoltre essere considerato una cratofania della luce uranica, del fulmine, che corrisponde alla lupa di Romolo e Remo, genitrice del popolo romano (Ibidem).

The house of the wolfings è un meraviglioso romanzo che ci permette di calarci plasticamente in un mondo barbarico dove la virtù guerriera di un popolo indomito come quello dei Goti si oppone all’invasione della perfetta macchina da guerra romana, potenza tellurica in grado di assoggettare al suo volere ogni popolo allora conosciuto. In realtà, queste battaglie non rappresentano che i prodromi di quello che sarà il ricongiungimento di due civiltà allontanatesi in ere remote ma entrambe figlie della grande tradizione indoeuropea di cui, come dice Georges Dumézil, non è più possibile dubitare.