Per i sentieri dove cresce l’erba è l’ultima, intensa opera dell’immortale Knut Hamsun. Il celebre scrittore elabora questo testo subito dopo una tempesta che, senza riuscirci, aveva tentato di disarcionarlo dal dorato scranno di padre della letteratura norvegese, vate incontrastato e sommo esempio tra gli scrittori del Nord Europa. Egli infatti si dedica alla stesura dell’opera nell’immediato secondo dopoguerra, dopo aver fatto fronte alle accuse di collaborazionismo e alla conseguente, terribile limitazione della libertà.

Se il tipo d’uomo e la sua cultura di riferimento lo permettessero, potremmo quasi paragonare la figura dell’indomito vegliardo a quella di Socrate, che preferì morire piuttosto che rinnegare con la fuga le leggi della polis. Tuttavia, la presa di responsabilità dell’autore di “Pan” ha poco a che fare con la retorica del buon cittadino essendo invece sintomo di uno spontaneo e vigoroso moto interno, il segno di qualcosa che precede le regole del convitto umano. La cifra di un uomo alla vecchia maniera, venuto dalla Terra, tutto d’un pezzo, semplice nella sua franchezza, in cui la fierezza e il senso dell’onore hanno l’impenetrabile foggia delle immobili montagne del Nord e dei ribelli fiordi norvegesi.

Tutto ha inizio nella primavera del 1945, quando Hamsun e la moglie sono costretti dalle autorità norvegesi agli arresti domiciliari. Successivamente lo scrittore si dilunga nella descrizione dei luoghi di cui fu suo malgrado ospite o, meglio, prigioniero. Tra questi figurano l’ospedale di Grimstad, l’ospizio di Landvik e la clinica psichaitrica di Oslo. Al momento dell’arresto egli è un anziano semi-sordo e con problemi alla vista. Non solo lo scrittore viene imprigionato, ma gli viene impedito per molto tempo di leggere giornali, di poter accedere ai libri della biblioteca e al suo stesso denaro. Egli racconta l’astio iniziale di molti suoi compatrioti che, forse per paura, evitavano financo di rivolgergli la parola o di fargli un sorriso.

Hamsun scrive che all’inizio del suo calvario ha provato a spiegare ai suoi persecutori che non aveva “ucciso nessuno, né rubato o incendiato case”, senza ottenere alcun effetto. Tutti gli acciacchi della vecchiaia non motivano, a suo dire, l’internamento presso la clinica psichiatrica di Oslo. Egli difatti si sente estremamente lucido, benché ammetta che proprio la degenza presso questa struttura, lungi dal migliorare le sue condizioni, avrebbe invece a tratti contribuito a peggiorare il suo stato interno – quando viene dimesso dalla clinica per rientrare nell’ospizio di Landvik commenta: “ero sanissimo quando vi entrai”.

Al momento del suo arresto Hamsun è uno scrittore affermato, ha vinto molti anni prima il premio Nobel per la letteratura (1920) ed è già stato ampiamente riconosciuto a livello mondiale tra i più grandi intellettuali d’Europa e del mondo; proprio per questo i suoi accusatori si trovano nell’imbarazzo di spiegare come un romanziere del suo calibro possa essersi avvicinato a quel male che, dalla fine della guerra in poi, sarebbe stato molto difficile non definire “assoluto”. La soluzione è presto detta: a un certo punto Hamsun sarebbe diventato pazzo e questa follia spiegherebbe la sua assurda aderenza alle idee della destra radicale norvegese ed europea. In altre parole – come nel caso di Ezra Pound – l’unico modo per dare conto dell’adesione del poeta all’ideologia fascista sarebbe stato quello di certificare la sua follia.

Hamsun – come del resto il creatore dei Cantos – non cade però nella trappola e, anche attraverso il resoconto di cui parliamo, dimostra la sua fulgida integrità mentale. Egli preferisce spiegare la propria collaborazione contestualizzandola e motivandola razionalmente, piuttosto che dare ragione alla tesi della sopravvenuta follia, la quale, in effetti, gli avrebbe permesso di salvare la sua produzione precedente e che parimenti avrebbe permesso ai giudici e a tutti i moralisti di condannare i suoi ultimi atti, liquidandoli quali frutto della sua pazzia. Nella lettera al procuratore, riportata nella sua interezza, Hamsun confessa che il proprio intento sarebbe stato quello di dire la verità davanti al procuratore e che siffatta volontà sarebbe stata ostacolata dall’internamento che, per mesi, l’avrebbe privato della libertà e della volontà gettandolo “nella costrizione, nel martirio e nell’inquisizione”. Lo scrittore avrebbe preferito stare in ceppi in prigione piuttosto che essere internato in una clinica con persone realmente malate di mente – che è come dire: se pensate che abbia sbagliato, imprigionatemi pure, io non rinnego le mie idee.

Un anziano Knut Hamsun

Egli avrebbe voluto soltanto essere giudicato in tribunale, dove avrebbe potuto spiegare le sue ragioni, mentre il risultato finale della sua esperienza di internamento gli avrebbe impedito di perorare nel modo dovuto la sua causa. Difatti, la perizia psichiatrica da una parte provò che Hamsun non fosse malato di mente, ma dall’altra verificò che le sue facoltà mentali dovevano considerarsi indebolite in modo permanente. In questo modo, il sistema l’avrebbe sferzato e indebolito mentalmente per rendere la sua testimonianza poco credibile e sostenere allo stesso modo che le sue scelte sarebbero state frutto di questa deficienza.

Quando nel 1947 gli sarà finalmente data la possibilità di difendersi davanti a un giudice, egli asserirà di non aver denunciato nessuno ai nazisti, di non aver partecipato a riunioni politiche, di non essere mai stato coinvolto in affari di borsa nera. Egli inoltre non avrebbe mai dato denaro né ai combattenti al fronte né al Nasjonal Samling del quale, contrariamente alle accuse, mai sarebbe stato membro – pur avendo provato – ammette senza paura – a inserirsi all’interno del partito, “ma senza alcun risultato”.

Ciò non toglie che, nonostante non abbia aderito al partito fascista norvegese, si sia espresso nei suoi articoli nello spirito del fascismo. D’altronde, in occasione della morte di Hitler fu proprio lui a scrivere un necrologio in cui il Führer era definito come “un guerriero, un pioniere dell’umanità” e fu lui a regalare la medaglia del Nobel nientemeno che a Goebbels. Non si tratta quindi di negare l’effettivo avvicinamento di Hamsun al nazionalsocialismo, né ovviamente di esprimersi a favore delle sue idee, ma di porsi la legittima domanda: in uno Stato moderno, pervaso almeno teoricamente dallo spirito della democrazia, gli intellettuali che non hanno compiuto alcun atto contrario alla legge possono essere perseguiti solo per le loro idee, alla stregua di chi si è macchiato dei crimini peggiori? In ogni caso, lo scrittore osserva come i suoi scritti siano sotto gli occhi di tutti e allontana da sé qualsiasi tentativo di interessata minimizzazione dei fatti. Per capire tali fatti però bisogna inquadrarli all’interno di una precisa atmosfera storica e politica:

Prego (…) di voler mettere in rilievo che mi trovavo a scrivere in un paese occupato, conquistato da un esercito (…) eravamo stati alleati nella prospettiva che la Norvegia avrebbe occupato una posizione elevata, predominante nella società mondiale pangermanica che si stava preparando e nella quale tutti credevamo.

La campagna di Norvegia

Pertanto, l’intento di Hamsun sarebbe stato giustificato dal ruolo che la Norvegia avrebbe avuto tra le nazioni germaniche d’Europa. Per perorare questa causa egli cercò di evitare che i sospetti degli occupanti ricadessero su di sé ma – aspetto assai rilevante – non ci riuscì e, come altri autori quali Ernst von Salomon, Ernst Jünger e Martin Heidegger, fu ritenuto sospetto in primo luogo dagli stessi nazisti e, dopo la guerra, dai liberatori. Ricorda infatti l’autore riferendosi al periodo dell’occupazione:

In casa mia ero circondato di continuo da ufficiali tedeschi e dai loro uomini perfino durante la notte e anzi molte volte di notte, fino all’alba. Spesso avevo l’impressione di esser spiato da osservatori, gente che aveva il compito di controllare me e la mia vita domestica.

I tedeschi l’avrebbero inoltre sollecitato a fare di più per la causa. Essendo questo il delicato orizzonte politico all’interno del quale scriveva, egli – a suo avviso – avrebbe dovuto mantenere l’equilibrio tra il suo paese e gli altri – “per quello che ero, per il nome che avevo”. Avrebbe scritto senza essere forzato ma credendo allo stesso tempo di avere amici in entrambi i campi, vale a dire sia nel partito di Quisling che tra i suoi oppositori. Lo scrittore sarebbe stato influenzato solo dai giornali che leggeva – Aftenpost e Fritt Folk – che certo non gli suggerivano che quanto scriveva fosse sbagliato. E in fondo, ribadisce, “Non era sbagliato. Non quando io lo scrivevo. In quel momento era giusto, ed era giusto che lo scrivessi”. A questo punto l’autore esplicita il motivo della sua posizione:

Scrivevo per impedire che i norvegesi, gli uomini e la gioventù norvegese, passassero per sciocchi e provocatori agli occhi della potenza occupante. In pura perdita, soltanto per la loro distruzione e morte. Questo io scrivevo, solo questo con innumerevoli variazioni.

Knut Hamsun

Il senso un po’ ambiguo di questa frase è chiarito nelle righe successive, dove l’artista menziona le moltissime persone che si rivolgevano a lui in lacrime affinché facesse qualcosa per i loro cari, internati dagli occupanti e condannati a morte. Malgrado Hamsun sapesse di non aver alcun potere, scriveva e telegrafava a Hitler o a Terboven, il reichskommissar per la Norvegia, con la volontà – velleitaria – di intercedere per questi disperati. Furono proprio questi telegrammi – stranamente spariti – a renderlo infine “sospetto in qualche misura agli occhi dei tedeschi”. Infatti, continua,

Presero a considerarmi come un negoziatore, un intermediario vagamente inaffidabile, che conveniva tenere d’occhio.

Alla fine, osserva, “Hitler stesso respingeva le mie richieste (…) Se n’era stancato, e mi rimandò a Terboven” che non rispondeva. L’autore ritiene che i suoi telegrammi, come gli articoli, fossero serviti a poco e che avessero ottenuto piuttosto un effetto deterrente sui suoi compatrioti. In altri termini, egli ammette di aver scritto degli articoli benevoli nei confronti degli occupanti non solo perché immaginava che la Germania avrebbe vinto la guerra, e che bisognasse pensare al futuro della Norvegia all’interno dell’ordine europeo che il nazismo si accingeva a edificare, ma perché solo facendo così avrebbe potuto parallelamente porsi come intermediario tra i nazisti e i tanti norvegesi perseguitati che si rivolgevano a lui come ultima – vana – speranza.

Visti i risultati negativi, Hamsun osserva amaramente che forse, invece di accanirsi in queste attività, avrebbe dovuto nascondersi o emigrare in Svezia, come avevano fatto in tanti, oppure in Inghilterra, dove tanti altri erano fuggiti per poi tornare da eroi paradossalmente per aver abbandonato il proprio paese, per aver disertato. Ma Knut Hamsun non avrebbe mai lasciato la sua terra nel momento del bisogno e rimarca con coraggio il suo punto di vista:

Pensavo che avrei servito la mia patria nel modo migliore rimanendo dov’ero, a coltivare la mia terra meglio che potevo, in quei tempi duri, quando al paese mancava tutto, e inoltre usando la mia penna per la Norvegia, che avrebbe occupato una posizione di primo piano tra le nazioni germaniche d’Europa.

Geirangerfjord, fiordo norvegese

L’idea secondo cui fuggire sarebbe stato come tradire non lo abbandona mai, giacché gli pare coerente con l’amore che sin da giovanissimo aveva nutrito per la Norvegia, “un paese ai margini dell’Europa, indipendente e sfolgorante di luce propria”. D’altronde, egli era convinto di avere i suoi santi in paradiso sia in Germania che in Russia – cioè sia tra i nazisti che tra i suoi avversari – e che, scrive, “questi santi tenevano la mano sul mio capo e non avrebbero respinto le mie richieste”. Eppure, ricorda amaramente, tutto andò male e quando il re e il suo governo lasciarono il paese, abdicando volontariamente alle proprie funzioni, si sentì disorientato, senza terreno sotto i piedi, sospeso tra cielo e terra, e si rinchiuse a riflettere arrivando comunque all’idea secondo cui:

I grandi nomi che abbiamo avuto in Norvegia erano dovuti passare attraverso la Germania per diventare grandi nel mondo.

Un’idea a suo avviso giusta, che però lo indusse a compiere azioni che non gli portarono alcun vantaggio e che, al contrario:

fece sì che agli occhi e nel cuore di tutti io stessi tradendo la Norvegia, la Norvegia che volevo esaltare.

Abbracciando questo tragico destino il vecchio reietto non si arrende e non si pente, ma – alla maniera di Drieu La Rochelle, che aveva fatto della sconfitta della Germania un’apocalittica sconfitta personale – accetta integralmente le conseguenze dei suoi atti: “sono io che ho perso, e devo subire”. Quantunque accetti il fato comune a tanti intellettuali – si pensi solo al martirio di Brasillach – che trascina i perdenti nei foschi tribunali dei vincitori, lo scrittore non si sente affatto un traditore, è in pace con se stesso, ha la “coscienza più pura del mondo”. E scrive:

Tengo abbastanza in conto l’opinione comune. Tengo in conto ben maggiore questa onorevole corte di Norvegia, ma non in quanto io tenga in conto la mia propria consapevolezza del bene e del male, di ciò che è giusto o sbagliato. Sono abbastanza vecchio per possedere una mia linea di condotta, ed è questa.

Tanto “fra cent’anni tutto sarà dimenticato”, financo la corte alla quale il discorso è rivolto:

i nomi di tutti quanti siamo qui oggi, saranno spazzati via dalla faccia della terra, né saranno ricordati, né nominati ancora. I nostri destini saranno cancellati.

Alla fine di questa ricostruzione in cui non manca un ringraziamento al sinedrio giudicante, il difensore della Norvegia ribadisce che sempre, anche nella sua vita raminga, ha eternamente venerato e custodito nel cuore la propria patria“ed è nel mio cuore che intendo conservarla anche adesso, mentre attendo il verdetto finale”. Tale discorso non è una difesa, l’imputato ci tiene a sottolinearlo, altrimenti avrebbe citato in causa dei testimoni o avrebbe menzionato altri documenti che gli sarebbero stati utili. Ma queste cose, scrive, “possono aspettare fino a un’altra occasione, a tempi migliori forse, a una corte diversa da questa”.

Robert Brasillach durante il processo

Il discorso di Hamsun s’innesta in una solida concezione del mondo in cui né la morte né il singolo hanno rilevanza. L’importante non è essere ricordati, ma essere “bravi a morire”. Egli infatti, come i suoi remoti avi guerrieri, vuole essere bruciato e non sepolto:

Noi non moriamo per essere morti, per diventare una cosa morta: noi moriamo per passare alla vita, moriamo alla vita, siamo parte di un progetto.

Per questo Tacito loda gli antichi uomini del Nord, che non tengono in gran conto le tombe e i monumenti: “li sdegniamo, lui dice. Non ha fatto i conti con la nostra recente piccola, timida decadenza”. Come si nota da queste riflessioni, il testo è importante non solo per la vicenda umana e politica che si presta a fare dell’autore un eterno simbolo della persecuzione ideologica, ma anche perché ci dà la possibilità di carpire l’idea filosofica che sta alla base della poetica hamsuniana:

(…) sono così poche le cose che durano nel tempo. Penso che pure le dinastie scompaiano e quanto c’è di più grandioso al mondo un giorno crollerà. Non c’è bisogno di vedere del pessimismo in questa riflessione, ma solo la consapevolezza di quanto la vita sia mutevole, fluida, dinamica. Tutto si muove in mille direzioni, tutto è vitale e per uno che cade un altro ce n’è che si solleva, occupa spazio al mondo per un po’ e quindi muore. Nell’Haavamaal si crede a un’innocente, statica durevolezza della memoria. Ma i Gassi del Madagascar hanno un proverbio: I Tesake non amano quel che dura a lungo! Bene, quei polli starnazzanti del Madagascar otterranno di certo quel che volevano. Non altrettanto saggi, noi uomini non rinunciamo all’illusione di poter durare a lungo. In faccia a Dio e al destino cerchiamo di farci avanti: per conquistare memoria e immortalità, per baciare e carezzare la nostra stessa miseria, per colare a picco senza stile e dignità.

Questa visione in cui, oltre all’implicito disprezzo per l’uomo moderno, appare centrale un’idea quasi eraclitea del divenire, si sposa perfettamente con una aristocratica e antica forma di stoicismo della quale nel testo abbiamo vari segni e di cui, in fondo, è emblema lo stesso discorso di Hamsun davanti alla corte. Dopo aver notato che il tempo prende tutte le cose e con esse tutti noi, lo scrittore chiude: “un piccolo nome nel mondo, un ritratto, un busto, ecco tutto quel che perderò”, per poi concludere ironicamente e col solito nobile distacco: “non credo che si sarebbe arrivati a un monumento equestre”. Hamsun è indifferente alla gloria personale, all’individualismo borghese sapendo bene che tutto viene alla fine obliato. E malgrado nel periodo della persecuzione venga additato come spauracchio per i bambini, egli è fondamentalmente lontano dalla sua stessa sorte, tanto da ammettere:

Non sono odiato né disprezzato dalla gente. E questa è una buona cosa. Benché il caso contrario mi sarebbe comunque indifferente. Sono talmente vecchio.

D’altra parte, l’uomo non è che una stella che brilla e poi sparisce. È nato senza motivo, non è né buono né cattivo, è stato creato “senza scopo immediato”, viene dalla nebbia alla quale ritornerà: gli uomini

sono tutti come lampade di viandanti: compaiono, brillano un po’ e svaniscono. Vengono e vanno, come me.

Knut Hamsun

Queste frasi dal sapore fortemente nietzschiano servono a circoscrivere meglio un vertiginoso sentore di vacuità, che non degenera mai in horror vacui ma – sebbene senza alcuna retorica autocompiacenza – in una remota forma di amor fati. Ciò non significa che non ci siano stati momenti di sconforto e a tratti di depressione, ma che nonostante il dolore Hamsun riesce sempre a collocarsi al di là del divorante divenire, al di là della stessa preoccupazione per il suo futuro e per il giudizio altrui. Egli trova il modo di scoprire anche nella nebbia della prigionia degli attimi di felicità, come quando commosso dai gesti gentili di una ragazza che gli parla all’orecchio per farsi sentire, scrive: “niente è come venire investiti da un soffio di vita”. Tuttavia è sempre nella natura, lungo i sentieri del bosco, tra erba e fiori, che l’autore si rigenera trovando il motivo di essere contento, integrato nel mondo che trascende l’umano, che precede il ricordo. La natura è esperita come un vivificante dio immanente di cui è simbolo la primavera:

Cos’è mai il sentimento della primavera, quel gusto di germoglio che ogni anno ci mette l’anima sottosopra? Lo sa il Cielo. Una missionaria che se ne sta lontana potrebbe forse chiamarlo voce della patria, per dargli una patina religiosa e ultramondana. Io che mi trovo da solo sulla mia strada lo credo alla lettera, che abbia a che vedere con la casa e con la patria. Vogliamo tornare, vogliamo andare a casa, noialtri. In un paese straniero non abbiamo la sensazione della primavera. Là sentiamo in noi solo qualcosa di simile a un minuscolo cenno di saluto diretto a un luogo nuovo. Un gesto senza il cuore.

Farsi uno con la propria terra, rientrare nel cuore della Heimat sono i sentimenti che accompagnano il poeta. Sin da giovane Hamsun è stato costretto dalla povertà a emigrare – soprattutto negli Stati Uniti – ma il suo migrare – che è ben rappresentato dalla ricorrente figura del vagabondo – è sempre anche desiderio delle radici, intimo amore per la propria madre patria – per adoperare parole così solide e oggi così assurdamente scomode. Un simile incondizionato sentire fonda l’adesione dell’autore di “Il risveglio della terra” a una forma di conservatorismo anticapitalista che sfocia poi nell’accettazione – a suo dire mai accompagnata da alcun tesseramento – alla piattaforma ideale da cui, almeno inizialmente e parzialmente, scaturisce lo stesso nazionalsocialismo – e che, d’altronde, tra le infinite altre idee sta anche alla base del magmatico movimento metapolitico della Rivoluzione Conservatrice.

Martin Heidegger, tra gli intellettuali esponenti di spicco della Rivoluzione Conservatrice

Benché molti abbiano visto nelle opere di Hamsun non solo questo amore, ma anche il razzismo, nel testo che presentiamo il drammaturgo si smarca da queste accuse scrivendo di non aver attaccato gli ebrei e di avere tra loro vari amici. Sfida inoltre la corte a trovare nelle sue opere “un solo attacco agli ebrei”. Il tema andrebbe chiaramente approfondito mediante uno studio ad hoc; tuttavia, poiché aborriamo sia l’interessato ammorbidimento degli autori scomodi che la loro moralistica condanna, la nostra opinione è che, pur ammettendo che nella produzione di Hamsun – come nelle opere di tantissimi altri eminenti scrittori novecenteschi – ci sia stato un sentimento antiebraico, di certo questo non rappresenta il fulcro ispiratore della sua poetica e non è minimamente in grado di inficiare la sua grandezza di uomo, comunque in piedi tra le rovine, e di scrittore.

L’autobiografia che presentiamo diventa impercettibilmente romanzo quando lo scrittore ricorda i tempi trascorsi nelle praterie americane svolgendo umili lavori, rafforzando il suo solido carattere, frequentando geniali giramondo, come l’irlandese Pat, e femmine dal carattere imprevedibile, come Bridget. Il romanziere tratteggia così in poche righe attraverso la sua storia l’ambiente rurale dell’America di fine ‘800, suscitando nel lettore simultaneamente un atavico desiderio di anarchica evasione e un potente sentimento di nostalgia per la propria terra. Risultano evocative e tristemente attuali le parole con le quali Hamsun si augura che giunga un tempo in cui vicende come la sua non possano più accadere:

Verrà pure un altro giorno anche domani, e io posso aspettare. Ho tanto tempo davanti a me. Da vivo o da morto fa lo stesso, e soprattutto è sovranamente indifferente per il mondo conoscere la sorte di un singolo individuo, che in questo caso sono io. Posso aspettare. Troverò bene qualcosa da fare.

Nel 1948, il giorno di San Giovanni, la cassazione emette la sentenza con la quale lo scrittore è condannato a pagare un’ingente multa allo Stato. Hamsun chiude il romanzo con laconiche parole che sublimano nell’onore incorrotto un terminale atto d’addio:

E io non scriverò più.


Foto di copertina a cura di Bianca Francavilla