Jacques Bergier, divulgatore scientifico e scrittore, è stato una personalità poliedrica che ha contribuito a diffondere la narrativa dell’immaginario nel mondo occidentale. Con Louis Pauwels ha scritto Il mattino dei maghi (Le Matin des magiciens, 1960), pietra miliare che ha dato corso al c.d. realismo magico, corrente di pensiero volta a fondere scienza, paranormale, speculative fiction, fisica e alchimia allo scopo di scorgere elementi idonei a valicare la realtà (Cfr. Gianfranco de Turris, Introduzione, in Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 8). Secondo Bergier, lungi dall’essere lontane anni luce – come spesso viene affermato – la narrativa dell’immaginario e la saggistica invece convergono, in quanto possono essere rilevati numerosi punti in comune. Lo studioso ritiene che l’universo abbia leggi che né i razionalisti né i materialisti possono comprendere appieno con le loro semplici e grette nozioni. Al riguardo si può rilevare che, a partire dalla sua pubblicazione, Il mattino dei maghi ha sollecitato un revival di esoterismo, di alchimia e di parapsicologia, tanto che – su specifica indicazione di Gianfranco de Turris e di Sebastiano Fusco – le Edizioni Mediterranee hanno creato una collana dedicata a questi temi intitolata Biblioteca dei Misteri.

Vignetta raffigurante Jacques Bergier, dalla copertina di “Amateur d’insolite et scribe de miracles”, di Marc Saccardi.

Prima di procedere all’analisi del libro in discussione, è necessario presentare succintamente Jacques Bergier. L’Autore nasce a Odessa nel 1912 e si trasferisce in Polonia nel 1920. Sin da bambino, è un lettore bulimico, dato che dedica a questa attività sino a quattordici ore al giorno, consultando volumi di ogni genere. Nel 1925, emigra nuovamente con la sua famiglia e si reca a Parigi. Dopo la laurea partecipa alla Resistenza, e sebbene venga arrestato dalla Gestapo, imprigionato a Mauthausen e torturato, riesce a sopravvivere grazie alle sue pratiche yoga (Cfr. Arianna Pagani, Nota biografica di Jacques Bergier, in Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 307). Conclusa la prigionia, si dedica al giornalismo, all’alchimia e alla narrativa fantastica. Come ricorda Andrea Scarabelli, curatore del saggio in argomento, la pubblicazione di Elogio del fantastico ha l’obiettivo di far conoscere in Italia il c.d. realismo fantastico, corrente letteraria negletta che ha il potere di gettare “un ponte tra la mistica e lo spirito moderno” (Cfr. Andrea Scarabelli, Jacques Bergier, o del realismo fantastico, in Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, cit. p. 273).

In questo libro Bergier presenta dieci scrittori che definisce magici poiché hanno la capacità di creare universi meravigliosi e fantastici che mantengono però profonde connessioni con il nostro mondo. A suo avviso, costoro raggiungono un livello letterario ineguagliabile che li colloca nell’Olimpo degli autori moderni. Il primo a essere presentato è John Buchan, I barone Tweedsmuir (Perth, 26 agosto 1875 – Montréal, 11 febbraio 1940), viceré del Canada, politico, poeta e scrittore. Il britannico è stato un agente dei servizi segreti nonché inventore della guerra psicologica; laureato in diritto, ha ricevuto anche molteplici dottorati honoris causa ed è riuscito a gettare lo sguardo sugli insondabili abissi del meraviglioso (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 46). Buchan ambienta le sue vicende negli anni che vanno dal 1913 al 1933, ponendo l’accento sulla psicologia umana, sull’intelligenza, sul coraggio, sulla temerarietà e sull’immaginazione, e la sua opera più importante è il ciclo di Richard Handy.

Elogio del fantastico – Jacques Bergier.

Segue Abraham Grace Merritt, noto come di Abraham Merritt (Beverly, 20 gennaio 1884 – Indian Rocks Beach, 21 agosto 1943). Giornalista, antropologo, botanico, studioso del folclore, ha scritto straordinarie opere i cui temi ricorrenti sono le civiltà dimenticate, le razze aliene, la stregoneria, la parapsicologia, la memoria genetica e le altre dimensioni. A causa di alcuni problemi con la criminalità di New York, è stato costretto a fuggire in Messico dove ha scoperto il sito di Chichén Itzá. Tornato negli U.S.A. ha pubblicato Il pozzo della Luna (The Moon Pool, 1919), monumentale volume nel quale vi è una perfetta commistione di orrore, avventura ed elementi fantascientifici, un’opera imprescindibile per ogni amante della narrativa dell’immaginario che ha ispirato autori del calibro di H. P. Lovecraft. Sebbene abbia sempre affermato di essere un razionalista, in alcune sue opere si palesa una profonda conoscenza delle discipline esoteriche e simboliche (Cfr. Andrea Scarabelli, Mysterium coniunctionis, in Abraham Merritt, Il vascello di Ishtar, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 413 e ss.). Tra le altre opere ricordiamo Il vascello di Ishtar (The Ship of Ishtar, 1924), pubblicato quest’anno da Il Palindromo; Brucia, strega, brucia (Burn Witch Burn!, 1932); e il suo seguito Striscia, Ombra! (Creep, Shadow!, 1934). Bergier sottolinea che i protagonisti di queste storie sono avventurieri pronti a combattere contro creature aberranti, che riescono a sconfiggere, a differenza dei personaggi presenti nelle vicende di Lovecraft o di Wells che vengono invece sopraffatti (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 73).

Viene quindi preso in considerazione Arthur Machen (Caerleon-on-Usk, 3 marzo 1863 – Beaconsfield, 15 dicembre 1947), autore gallese che compie studi letterari, impara il francese e traduce diversi classici. Trasferitosi a Londra, si interessa di alchimia e di grandi misteri, e nel 1887 incontra A.E. Waite, fondatore della Golden Dawn, la famosa Associazione Segreta dell’Alba d’Oro. Machen si dedica con fervore a esperienze occulte, come l’ipnotismo, che abbandona quando gli viene diagnosticato il morbo di Parkinson. Il suo obiettivo è quello di spalancare le porte del terrificante universo che ci circonda, mettendo alla berlina il materialismo e cercando di realizzare uno stato di estasi nel lettore. Secondo Machen, il mondo nasconde ancestrali segreti e l’uomo che attinge a essi in maniera maldestra si trova a regredire sino allo stato di brodo primordiale, incontrando le creature terrificanti di cui parlano le leggende (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 73). Tra le sue opere principali come non citare Il grande dio Pan (The Great God Pan, 1894) e La collina dei sogni (The Hill of Dreams, 1907), pubblicato nel 2017 da Il Palindromo.

Sul versante della fantascienza, ci viene presentato Ivan Efremov (Vyrica, 22 aprile 1908 – Leningrado, 5 ottobre 1972), navigatore, geologo, professore di paleontologia e scrittore dotato di un’immaginazione portentosa, le cui opere fondono umanesimo fantastico e rigore intellettuale, ricalcando le orme di Jules Verne e di Conan Doyle. Le sue storie risultano particolarmente originali in quanto utilizzano ambientazioni alternative come la Siberia e l’Asia; non a caso, molti dei suoi volumi sono stati presi a modello da diversi scienziati di tutto il mondo. Ne La nebulosa di Andromeda (Tumannost’ Andromedy, 1957) hanno particolare rilievo elementi poco trattati da altri autori, ovvero la ricerca della felicità per gli uomini attraverso strumenti tecnologici e l’utilizzo di macchinari in grado di comunicare con intelligenze extraterrestri. Quest’opera ha avuto un successo clamoroso nell’U.R.S.S., è stata tradotta in svariate lingue, e lo stesso Jurij Gagarin ha deciso di diventare astronauta proprio dopo averla letta (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 110).

Dopo, è il turno di John Campbell (Newark, 8 giugno 1910 – Mountainside, 11 giugno 1971), ingegnere e grande appassionato di narrativa dell’immaginario, celebre per aver dimostrato che il ferro può essere amalgamato, confutando all’università le tesi di un professore di chimica. Ha pubblicato alcuni racconti su Amazing Stories e nel 1930 è uscito il suo romanzo dal titolo La voce dell’ignoto (The Voice in the Void, 1930). Le sue storie concernono l’intelligenza artificiale, le macchine senzienti, i viaggi interstellari, la telepatia, la religione, la chiaroveggenza e la critica sociale, e hanno contribuito a influenzare la scienza moderna al punto che quattro vincitori del Premio Nobel hanno affermato di essersi ispirati alle sue opere. Dal 1937 ha assunto l’incarico di direttore della rivista Astounding Science Fiction – che ha poi modificato in Analog e da quel momento ha interrotto la sua attività di autore per dedicarsi esclusivamente alla conduzione della rivista. Si è distinto per l’avanguardia delle sue ipotesi fantascientifiche tanto che nel 1944 aveva anticipato la realizzazione della bomba atomica e allarmato i servizi segreti americani (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 131).

Sul versante del fantasy, abbiamo John Ronald Reuel Tolkien (Bloemfontein, 3 gennaio 1892 – Bournemouth, 2 settembre 1973), professore a Oxford, filologo, glottoteta, linguista e scrittore, che nel 1937 ha pubblicato Lo Hobbit (The Hobbit), opera ambientata in un mondo in cui vivono appunto gli hobbit, piante senzienti, maghi e demoni. Inoltre ha disegnato mappe, creato lingue e una specifica storia, e ha descritto una battaglia imperitura tra bene e male. Il mondo di Tolkien è unico nel panorama dell’immaginario dato che ne Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings, 1954) sono presenti una mitologia e un mondo incredibilmente dettagliati. Taluni commentatori hanno ritenuto che esso contenesse anche satira e allegorie ma l’Autore ha sempre respinto queste teorie. Bergier afferma che quest’opera può essere collocata a metà tra quelle di Lovecraft e di Dickens, in quanto Tolkien costruisce mondi sconosciuti come il Solitario di Providence e personaggi semplici come lo scrittore britannico. Il grande successo di pubblico dell’Autore inglese è da attribuire al senso di purezza, di nobiltà e di rettitudine presente nelle sue opere (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 162).

J.R.R. Tolkien

Sempre in ambito fantasy viene citato Clive Staples Lewis, meglio conosciuto come C. S. Lewis (Belfast, 29 novembre 1898 – Oxford, 22 novembre 1963). Cresciuto in un collegio inglese, intraprende una brillante carriera a Oxford e come scrittore può essere considerato l’ideatore della fantateologia, intesa come genere peculiare di speculative fiction che fonde teologia e fantascienza. Influenzato da William Morris e noto ai più per Le cronache di Narnia (The Chronicles of Narnia, 1950), Lewis è stato un grande appassionato di occulto e un fervido credente che, grazie ad alcune sue intuizioni, è riuscito ad anticipare alcune scoperte scientifiche come l’esistenza di cinture di radiazioni intorno al globo terrestre.

Tornando alla science fiction, abbiamo Stanislaw Lem (Leopoli, 12 settembre 1921 – Cracovia, 27 marzo 2006) scrittore polacco laureato in medicina che si dedica al giornalismo e partecipa alla Resistenza. Scrittore arguto e originale, coniuga i viaggi interplanetari ai problemi spirituali. La sua opera spicca per un alto rigore scientifico e per un profondo pessimismo che propugna l’impossibilità di comprendere appieno le leggi dell’universo. Ad avviso dello scrittore, non esiste nulla oltre al materialismo e al razionalismo, e da ciò ne consegue la più tetra disperazione umana.

L’alfiere dello sword and sorcery è Robert Ervin Howard (Peaster, 22 gennaio 1906 – Cross Plains, 11 giugno 1936). Ideatore dei più affascinanti antieroi della fantasia eroica come Kull, Solomon Kane e James Allison, la sua popolarità precede di gran lunga quella di Tolkien. Il suo personaggio più conosciuto è Conan, ferale guerriero disceso dal Nord, le cui avventure sono ambientate nell’Era Hyboriana, “un’epoca immaginaria inventata da Howard, collocata circa dodicimila anni fa, tra lo sprofondamento di Atlantide e l’inizio dei primi documenti storici a noi pervenuti.” (L. Sprague de Camp, Introduzione, in Robert E. Howard, Conan!, Editrice Nord, Milano, 1976, cit.). In questi racconti si incontrano stregoni, creature aberranti e uomini senza scrupoli, e si affrontano due differenti filosofie di pensiero: da un lato la decadenza dei popoli civilizzati e dall’altro la barbarie genuina di Conan. Bergier definisce Howard un genio venuto da fuori e rigetta le accuse di razzismo che gli sono state mosse dalla critica (Cfr. Jacques Bergier, Elogio del fantastico, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 222).

Ritratto a matita di Robert Ervin Howard.

L’ultimo autore che viene esaminato è William Lancaster Gribbon, meglio conosciuto come Talbot Mundy (Londra, 23 aprile 1879 – contea di Manatee, 5 agosto 1940). Agente segreto e storico, compie alcune missioni speciali in India e in Africa per l’esercito britannico sino a quando non si stabilisce negli U.S.A.. Dedicatosi alla scrittura, gli elementi costitutivi delle sue opere concernono le ambientazioni esotiche, l’ottimismo, la ciclicità del tempo, le civiltà scomparse e segreti misteriosi che vengono analizzati in maniera scientifica.

La presente disamina non può che condurci a ritenere Elogio del fantastico un saggio fondamentale nel panorama dell’immaginario moderno, idoneo a fornire una guida che tutti gli appassionati di speculative fiction dovrebbero possedere. Inoltre, a onta di quanto affermato per interi lustri dai critici di formazione crociana riguardo all’annosa questione della “letteratura alta” e della “letteratura di genere”, concordiamo con Jacques Bergier, il quale afferma con grande coraggio che gli autori presenti in questo volume non hanno nulla da invidiare agli scrittori più famosi di ambito generalista, ma al contrario posseggono le qualità per soddisfare anche il lettore più esigente, esplorando lidi assai lontani da quelli che siamo abituati a conoscere nella letteratura mainstream.

Al riguardo, concludiamo con le parole Jorge Luis Borges, il quale ha affermato che “bisogna ritornare a questa tradizione fantastica che è la vera grande tradizione, la tradizione principale della letteratura; il resto è piuttosto giornalismo, sarà anche storia, ma non è letteratura. (Jorge Luis Borges, Antologia personale, Longanesi, 1981, cit. p. V.)”