È sempre pericoloso, anche per gli scrittori più navigati, maneggiare materia che non provenga dal proprio personale cassetto di idee e lavori. Rischio che aumenta – e di parecchio – quando l’operazione coinvolge l’opera di autori illustri, addirittura classici del proprio genere, verso cui il proverbiale timore reverenziale consiglierebbe approcci meno arditi. Il motivo, facile intuirlo, è semplice: il confine che separa l’omaggio dall’imitazione pacchiana, o peggio, dallo stupro letterario di pagine ritenute universalmente un modello, è davvero labile, a volte persino impossibile da definire. Se poi l’autore di cui si intende essere i volenterosi adepti è della statura di Clark Ashton Smith – l’Imperatore dei Sogni – le schiere di coloro che possono ambire a sfiorarne il reame fatato si diradano con velocità impietosa.

Sono dunque degni di lode il talento e la perizia con cui Nicola Lombardi, nome ben noto a chi naviga le acque nere dell’horror nostrano, ha dato nuova vita agli scenari immaginifici di Iperborea. Oscuri Canti, raccolta di sette racconti fantastici che fin dal titolo richiama la terra tenebrosa ideata dallo scrittore statunitense, frutto pregiato della felice stagione dei pulp magazines.

Lode, dicevamo quindi più sopra, ma non stupore. Lombardi, autore di lungo corso che da tempo si è guadagnato i galloni di veterano della Paura e del Fantastico, conosce bene le geometrie aliene e gli incanti barocchi di Smith, e ne ricrea il fascino ambiguo senza sbavature, mantenendo tuttavia una cifra personale. La sua non è l’Hyperborea originale – sarebbe impossibile, e forse anche sbagliato riproporla – bensì una sorta di doppio speculare di questo regno perduto fra i ghiacci dell’estremo Nord. Una terra, se possibile, anche più tragica e paurosa. Laddove lo scrittore (e poeta, e scultore…) americano intingeva la penna nel più cinico umorismo, il nostro preferisce virare verso cupe atmosfere crepuscolari, in cui il sorriso muore presto sulle labbra.

Chi ha frequentato le pagine sensuali e grottesche di altri cicli gemelli come quello di Averoigne o Zotique lo sa bene: Smith miscelava con allegro sadismo tutta una serie di rutilanti ingredienti, abbagliando i lettori con storie a volte semplicissime, eppure pregne di esotismo, fascinazioni folkloriche, stregonerie blasfeme. Qui non aspettatevi pietà, semmai ve n’è stata: in questa nuova Iperborea le meraviglie sono ancora più mostruose, la magia una esclusiva fonte di supplizio, e i canti – quelli di cui accenna il titolo – nenie funebri.

Nel suo ripercorrere questi stilemi, Lombardi raccoglie una ad una le perle nere della lezione smithiana, rimodulandola, e scegliendo – fin dal primo racconto d’apertura, “Alla grotta di Arpheg-Hor” – di titillare maliziosamente le aspettative dei patiti del macabro. Le sette storie del volume non si stancano di fornircene esempi: come ancor prima di saperlo intuiamo piacevolmente che saranno orride rivelazioni ad attendere gli incauti adoratori del Dio Ragno, così, altrettanto lieti, e sulla scia di un meccanismo ben congegnato, pregustiamo fin dalla premessa il destino infausto dei predoni raccontati ne Il custode di Beldane, che vanno incontro con deliziosa incoscienza ad un fato di morte dove negromanzia e profezie si fondono.

Solo forse il racconto La nuova alba di Batramelek sconta in parte il ripetersi di questo movimento, ma è un difetto che la storia si fa ben perdonare, indulgendo languida in vivide atmosfere di sadica decadenza, come del resto fa anche “Cuori di Ghiaccio”, cronaca di una maledizione senza sconti.

Affermare tuttavia che il merito di “Iperborea” consista solo nella mera riproposizione di rodati cliché smithiani, appena rilucidati con una patina di gusto moderno, sarebbe non valutarne bene l’intento.

La fusione fra tematiche orrorifiche e potenza estetica, a giudizio di chi scrive il vero scopo di tutta l’operazione, è infatti un obiettivo declinato in maniera assolutamente originale: non solo, lo si può facilmente intuire, rispetto ai canoni stilistici vigenti nell’attuale panorama fantastico, ma anche in relazione a buona parte della cultura horror italiana, che stenta a smaltire i fumi della sbornia splatter punk dei decenni passati e manca sovente di radici e conoscenze “meditate”.

Una qualità, questa, resa evidente dall’amalgama ben riuscita tra specifica ispirazione narrativa e il background “de paura” di Lombardi, un risultato che non era per nulla scontato alla luce delle altissime esigenze di coerenza stilistica di cui si accennava in apertura.

Clark Ashton Smith

Diamo, infine, uno sguardo agli altri materiali che compongono il volume. Come sempre accade per le pubblicazioni targate Italian Sword&Sorcery Books, una parte non indifferente del lavoro è infatti dedicata all’approfondimento. L’introduzione, a firma del curatore Francesco La Manno, spazia veloce su vari temi, e oltre a presentare i tratti salienti di questa Iperborea “parallela”, accenna alle consuete divagazioni storico antropologiche che sono il corollario di un certo tipo di narrativa fantastica: anche se oggi Smith sta conoscendo una almeno parziale riscoperta, non nuocerà al lettore l’effettuarla con la scorta di una guida esperta.

Specularmente, in conclusione, troviamo il saggio di Lorenzo Pennacchi riguardante la storia mitica delle terre iperboree, dalle nebulose fonti omeriche fino alle elucubrazioni ottocentesche della teosofia (che tanto faranno per diffonderne il mito in chiave moderna) e oltre. Anche questo è un contributo di valore, che dimostra con ricchezza d’erudizione quanto un simile scenario affondi le proprie radici in terreni ben più profondi di quelli del puro intrattenimento letterario.

Nel suo genere, “Iperborea. Oscuri Canti” appare dunque oggi come un unicum: stilistico, d’immaginazione e soprattutto d’intenti, una vera scommessa editoriale che è anche guanto di sfida alla dittatura del gusto di massa. A voi scegliere se sorbire – ancora! – il solito beverone sanguinolento di orrore pop, oppure assaggiare per la prima volta il gusto dello sconosciuto.