Il tragico destino dei pensatori ribelli che con aristocratico senso della virtù smascherano i morbosi meccanismi della subdolamente liberticida ideologia moderna, è talvolta quello di essere fagocitati dall’orrendo moloch che per contrasto evocano. Eppure, siffatto annichilimento non sempre è in grado di condannare all’oblio le proprie indomite vittime e può capitare che il reietto si trasfiguri, indipendentemente dalla veridicità delle sue tesi, in un simbolo implacabile della libertà. Sicuramente questo è il caso di Luigi Iannone che, a dispetto dell’indiscutibile competenza e delle numerose pubblicazioni “scientifiche”, non ha mai ottenuto un risalto proporzionato alle sue perspicue doti ed è stato impietosamente tagliato fuori dai salotti della sedicente intellighenzia nostrana nonché – con una certa paradossale fortuna – dal gorgo del nauseabondo circo mediatico.

Purtuttavia, malgrado sia oggi assai agevole per gli sgherri del pensiero unico inscenare campagne moralistiche farcite con la neolingua col fine di infangare gli editori non allineati, sarà arduo impedire a un autore libero come Iannone di scrivere e di perseguire nel tempo un meritato riscontro almeno tra chi, come lui, ha creduto di intravvedere tra le crepe del grande Matrix in cui lentamente il mondo occidentale pare naufragare, i segni inequivocabili di una nuova e più viscida forma di totalitarismo ideologico. Premettiamo che presentare un autore non significa necessariamente condividerne per filo e per segno le idee e che, d’altronde, non sia affatto detto che lo stesso Iannone faccia integralmente proprio il pensiero di tutti gli scrittori che cita. In ogni caso, considerato il livello di ghettizzazione a cui lo studioso è tuttora sottoposto, siamo onorati di addentrarci nella ricognizione sintetica di una delle sue opere più audaci e complesse: Il pensiero ribelle, Controstoria della filosofia politica, pubblicato quest’anno da Idrovolante Edizioni

Nella premessa Iannone specifica il significato della sua “controstoria” anticipando come non sia possibile tracciare un coerente quadro teorico che possa accomunare i cosiddetti pensatori ribelli – anche per questo sarebbe arduo condividerne in toto le intuizioni. Nondimeno, un’analogia consiste nella stessa ribellione alla costellazione ideologica in cui si incrociano liberalismo e progressismo e all’interno della quale si dipana la filosofia politica cui Iannone intende opporre un’alternativa. I ribelli non contrastano il sistema né “per cupidigia e brama di potere” né per acquietarsi in una rassicurante ideologia; al contrario, oltrepassano argini, abbattono barriere culturali, costruiscono “ponti tra fronti dicotomici”, si muovono in modo autonomo da “cricche intellettuali, partitiche o di altro tipo”. Disapprovano altresì il fanatismo dell’economia finanziaria e il moderno capitalismo “che tutto dispone e regola” e che indirizza istituzioni e popoli

verso il mercato unico globale, l’azzeramento dei confini nazionali, la mondializzazione e gli ordini simbolici ad essa correlati come il politicamente corretto e la neutralizzazione delle differenze e delle identità, in modo da uniformare comportamenti sociali e creare una ortodossia dei sogni e dei bisogni.

Tutto ciò trova conferma nell’inarrestabile accelerazione del progresso tecnologico che, superando le differenze tra destra del capitale e sinistra dei diritti civili e permeando concretamente del suo spirito i media, conduce all’omologazione planetaria.

Oltre a incarnare la lotta a questo oppressivo sistema, i ribelli, pur provenendo spesso da radici differenti, avrebbero in comune una visione in grado di “esaltare il senso comunitario e, insieme a esso, l’individuo nella sua assoluta umanità”. Iannone traccia tre filoni principali: il primo è il filone conservatore all’interno del quale trovano spazio “i temi identitari, legati alla sovranità e al culto della tradizione”. Tra gli autori appartenenti a questo gruppo lo scrittore cita per esempio Roger Scruton ed Ernst Nolte; il secondo è il filone in cui prevalgono “il disincanto e il cinismo, dove il pessimismo si fonde con il realismo politico” – tra gli autori catalogabili così troviamo, tra gli altri, Longanesi, Prezzolini, Carl Schmitt e Cioran; il terzo è il filone degli “indefinibili” che hanno attraversato la modernità cogliendone i “risvolti più tetri” – tra questi Ernst Jünger, Martin Heidegger ed Ezra Pound.

L’autore avverte la solitudine di questi pensatori che hanno di sovente pagato la propria “diversità” in termini di libertà personale e di emarginazione dal dibattito pubblico e si sente a loro profondamente affine. Si nota già da queste prime righe come il fine di Iannone non sia presentare degli autori “di destra” in contrapposizione ai soliti autori “di sinistra” perché molti dei sistemi analizzati, benché talvolta catalogati “di destra”, contengono valori che trascendono le classiche categorie e, in un altro senso, sintetizzano principi definibili “di destra” con altri definibili “di sinistra”. D’altra parte, molti dei pensatori menzionati sarebbero oggi invisi sia alla destra liberale che alla sinistra progressista perché, come si diceva, scavalcando gli schematismi demoliscono senza paura sia l’ossessione per il mercato che il dogmatico mito del progresso. Quantunque sia chiaro che un pensatore che ha scritto un testo intitolato Sull’inutilità della destra non abbia alcuna intenzione di proporre in modo manicheo autori di destra contro autori di sinistra, sicuramente il rischio che qualche interessato ideologo di partito riduca in questo modo il lavoro di Iannone, esiste. Speriamo comunque che la seguente ricognizione possa servire almeno in parte a scongiurare l’ennesimo fraintendimento – l’ennesima falsificazione. 

Giuseppe Prezzolini

Nel primo capitolo, dopo aver significativamente osservato come essere contro le magnifiche sorti progressive non implichi affatto essere reazionari – in questo senso si rimanda all’analisi di Chateaubriand, T. Carlyle e a J.P. d’Assac – Iannone traccia degli ampi scenari storico ideologici all’interno dei quali è più semplice comprendere le singole posizioni. Egli dà ad esempio una lettura originale del mondo politico e culturale che precede il Fascismo descrivendo la crisi ideologica della borghesia italiana e l’apporto di autori quali il conservatore liberale e antidemocratico Mosca e D’Annunzio – in particolare emerge il riferimento all’atipica esperienza di Fiume che più di ogni altra impedisce di interpretare in modo univoco i fermenti che condussero alla dittatura. Iannone tratteggia altresì l’ambiente intellettuale italiano (Longanesi, Guareschi e altri) che, dopo la seconda guerra mondiale, si è posto da un lato quale baluardo contro l’ideologia marxista e dall’altro ha sferzato gli italiani, i loro modi di essere sviscerando con realismo i mutamenti della società e della classe borghese.

Se ci spostiamo dall’Italia alla Germania incontriamo i principali protagonisti di quella magmatica radura metapolitica chiamata Rivoluzione Conservatrice che trova iniziale alimento nell’appassionato incontro e conflitto tra due insuperati titani della cultura: Wagner e Nietzsche. Dopo aver citato Moeller van den Bruck e Ludwig Klages, l’autore si addentra nella complessa e variegata esegesi del pensiero di Ernst Jünger, Martin Heidegger e Carl Schmitt. Jünger è stato una sorta di visionario sismografo che ha intuito con sorprendete lucidità il processo di mobilitazione totale ingenerato dalla manifestazione della forma del lavoro e del corrispettivo tipo umano: l’Operaio.

La tecnica moderna – che è l’essenza di questa forma – non ha altro scopo se non quello di espandersi e di imporre il proprio linguaggio spersonalizzante, provvisorio e orientato al mutamento diventando fine e destino per l’uomo. Il processo tecnico che condurrà allo Stato mondiale porta con sé la normalizzazione della paura che si appalesa mediante il continuo soggiogamento della natura. Quando però le forze elementari sferzano la nostra sicurezza, ecco che la paura sale di livello. Simbolo destinale di questo processo è l’affondamento del Titanic col quale “l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe che prende l’aspetto di un incidente stradale”. E così, “pur di ottenere agevolazioni tecniche” che scongiurino l’esplosione inaspettata dell’elementare, “l’uomo è disposto a limitare la propria libertà”. Essendo questo un evento che precede e domina il processo politico, esso travalica la differenza tra democrazia e totalitarismo facendo della contrazione e della mutazione della libertà la cifra del mondo moderno – in cui prevale, annota Jünger, una “libertà da termitaio”.

Gabriele D’Annunzio

Iannone si riferisce infine alle altre figure jüngeriane – soprattutto al Waldgänger – e rileva come il “bosco” per l’autore de L’operaio sia “un groviglio di esperienze, dalle quali uscì consapevole di dover ricercare la libertà”. L’autore di Manifesto Antimoderno intraprende poi il cammino nei meandri della filosofia heideggeriana ricordando tra l’altro come la tecnica moderna e il dominio del pensiero calcolante abbiano reso l’uomo una cosa tra le cose affermandosi quale destino, “ultimo stadio della metafisica”, vale a dire come “uno stadio nichilistico”, dove, scrive Heidegger, “dell’essere non ne è più niente”.

Già a partire dal mondo Greco (da Socrate in poi) l’uomo avrebbe iniziato a farsi dominare da una concezione della verità concepita come mera misura cercando di “oggettivare qualcosa di indefinibile al quale possiamo solo alludere come essere” e si sarebbe perso in una voragine che lo avrebbe condotto al totale oblio dell’essere. In un mondo in cui tutto è “un fondo da impiegare” la scienza diviene ancella della tecnologia. La tecnica induce la natura a disvelare ciò che non si produce da sé provocandola a sprigionare l’energia da cui l’uomo – ma invero lo stesso processo tecnico – trarrà profitto. L’essenza della tecnica non è nulla di neutrale ma di metafisico e modifica col suo stesso linguaggio impositivo l’essenza dell’uomo. La via d’uscita tracciata da Heidegger consiste nella capacità di creare un linguaggio post-metafisico che permetta ai pensatori poetanti di porsi, alla stregua dei Greci antichi, la domanda fondamentale: che cos’è l’Essere?

Se con Jünger e Heidegger l’indagine di Iannone si concentra soprattutto sulla delineazione di quei fondamenti “metafisici” funzionali alla codifica degli eventi in cui ancora oggi siamo coinvolti, l’autore inquadra la filosofia di Carl Schmitt nell’ambito dell’attualità politica valutando il fenomeno del terrorismo che nella società del rischio e dell’angoscia costituisce la causa del pericolo, ma anche l’alibi dello Stato d’eccezione e del conseguente annientamento della libertà. Tale attualizzazione del pensiero schmittiano si allarga al rigetto della universalizzazione e di una astratta forma di retorico pacifismo che, proprio mentre decreta l’inammissibilità della guerra, diventa foriero di infiniti conflitti giustificati in nome degli stessi valori coi quali la guerra è definita irrazionale. L’universalismo anglo-americano, fomentato da organismi internazionali come l’ONU e dalle varie operazioni di pace, sarebbe espressione di “un nuovo e moderno imperialismo che si nasconde dietro intenti moralistici”. A questa forma di sradicante mondialismo sarebbe bene rispondere con una concezione del mondo realistica che cerchi di comprendere in modo meno ideologico anche le ragioni del “nemico”. Difatti, al giorno d’oggi, “l’idea di essere detentori di una verità planetaria e umanitaria fa sì che il nemico sia fuori da ogni logica di riconoscibilità e vanga considerato nulla più che un “delinquente””.

Martin Heidegger

Tra gli autori che hanno sondato l’essenza del mondo moderno cercando di percorrere la via che procedendo dai fondamenti metafisici si dipana nel presente, troviamo certamente Emanuele Severino per il quale il capitalismo (profitto) soccombe alla tecnica (scopi) e questa parabola riguarda non solo l’Occidente ma anche l’Islam, il quale, diversamente dalla vulgata comune, dovrebbe essere interpretato alla luce del concetto di tecnica. Di conseguenza, il processo di ribaltamento tra i mezzi e i fini lo riguarderebbe pienamente. L’Islam, specialmente quello antagonista, non sarebbe infatti autenticamente antimoderno ma, implicato nel processo di tecnicizzazione mondiale, cercherebbe di combattere l’Occidente con le sue stesse armi tecniche. Il libro di Iannone procede agevolmente nella complessa ricognizione delle idee di Thomas Mann, Camus e Pessoa per poi aprirsi alla filosofia di Ortega che segnala con inconsueta qualità premonitrice il ruolo che le masse hanno avuto nel determinare la decomposizione degli stati nazionali e del potere politico. Nel capitolo terzo Iannone espone una serie di concetti che fungono da spirito dell’opera annotando come dopo la seconda guerra mondiale “tutto ciò che non è classificabile in rigidi schematismi, viene ricollocato nel girone infernale del fascismo” “paradigma e metafora di qualunque cosa non abbia sentore di progressismo”. Assistiamo così alla condanna di vari autori “messi al vaglio da giudici moralisti che tranciano giudizi definitivi per poi darli in pasto all’opinione pubblica”. Lo scrittore menziona anche alcuni dei fatti storici che per motivi ideologici sono stati falsati o volutamente obliati – tra questi le Foibe, il Massacro di Katyn e il genocidio armeno – e interpreta l’idea della banalità del male asserendo che proprio questa intuizione, escludendo che l’Olocausto sia stato compiuto da extraterrestri, depotenzia la retorica del male assoluto, della quale Iannone spiega coraggiosamente il senso politico-ideologico:

 una volta creato il moloch del “male assoluto”, ogni cosa esterna ad esso (…) diventa spendibile al mercato democratico del politicamente corretto.

L’ideologia dominante, sulla scorta di simili principi moralistici, taccia “di malevolenza” ogni pensatore che prospetti “analisi divergenti su genesi, sviluppo o decadenza” del Fascismo. Ancora più gravemente capita spesso che chi non aderisce completamente al nuovo verbo sia accusato di apologia: “in questo modo si arginò in ambiti ristretti il dibattito pubblico e si interruppe ogni seria ipotesi analitica, e dunque scientifica, che potesse divergere anche solo di poco dalla vulgata.

La distorsione che prese il via da una storiografia asservita alla lotta politica si allargò a tutti i campi e, aggiungiamo, coinvolse tristemente infiniti scrittori – tra i quali, come denunciato all’inizio, lo stesso Iannone. L’autore di L’ubbediente democratico non indietreggia neppure davanti al pericoloso tabù della Resistenza che indaga mediante il carteggio del 1940-1953 tra Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Le lettere gettano una grave ombra sulla “favola antifascista di una Resistenza come fronte monolitico in cui convivono culture politiche e alla cui guida si poneva il movimento comunista italiano”. Il partigianato viene passato ai raggi x dai due antifascisti ed è “sfrondato da tutta la sua eccessiva iconografia”. Il caso Nolte ci dà il modo di proseguire nella denuncia della cattiva fede di una ampia fetta della storiografia ufficiale che Iannone definisce così: “una consorteria di privilegi, di pigrizie intellettuali e di scomuniche quali prodotti di un totale errore di prospettiva”. Nolte appare sospetto ai guardiani dell’ortodossia neoliberale perché, facendo del nazionalsocialismo una reazione speculare al bolscevismo, mina il mito secondo cui “tutto il fronte antifascista lottasse per la libertà e la democrazia”. D’altronde, scrive Alain De Benoist,

giudicare nazionalsocialismo e bolscevismo come regimi ugualmente abominevoli avrebbe condotto a banalizzare il primo e dunque in qualche modo a scusarlo.

Iannone registra anche che la filosofa Simone Weil ha subito l’attacco della Sinistra soprattutto – ma non solo – per non aver fatto del totalitarismo hitleriano non una forma politica sui generis, ma la riproposizione in chiave moderna di altre modalità di totalitarismo come quello di Roma – chiaramente in questo modo si mette nuovamente in dubbio l’idea del nazismo come male assoluto.

Fernando Pessoa

L’autore di Il profumo del nichilismo fa della filosofa un fulgido esempio di ribellione, capacità profetica e coerenza intellettuale. Al contrario, citando ampiamente Il fascismo eterno, il saggista casertano denuncia la disonestà intellettuale di Umberto Eco. Lo studioso avrebbe infatti propagandato una serie di clamorose falsificazioni finalizzate a fare del fascismo un termine che trapassa da nome indicante un preciso momento storico-ideologico ad aggettivo dispregiativo; si tratta del fascismo come metafisica di ogni male che “può accogliere nel suo seno di tutto” e che, in ogni contesto politico, può assolvere alla necessità ideologica e pratica di “individuare un nemico radicale”. Tra le illustri vittime di questo paradigma Iannone ricorda Ezra Pound, Pierre Drieu La Rochelle, Emil Cioran, per certi versi Mishima, Ernst von Salomon, Tolkien, Elémire Zolla e Nicolás Gómez Dávila.

Indagando i tempi a noi più vicini l’autore di Umanità al tramonto ribalta l’interpretazione canonica del ’68 ritenendo che non si tratti tanto di una rivoluzione delle idee quanto di un’accelerazione di un mutamento sociale che più o meno latentemente era già in atto nella società e che, almeno secondo certi aspetti, è stato funzionale alla svolta neoliberista che sta alla base del mondo attuale – come in parte dimostrerebbe la perfetta integrazione di molti ex cattivi maestri all’interno del sistema politico e culturale odierno. Uno dei capitoli più efficaci e organici del libro è quello dedicato a Tom Wolfe, l’inventore della definizione “politically correct”, oggi alla base di quella totalizzante ideologia “che è riuscita a fare sintesi tra la vecchia sinistra e le nuove destre”. Lo scrittore americano è tra i primi a parlare dei puri e saccenti anticonformisti a parole che sono conservatori nei fatti e “pronti a cambiare il mondo da casa loro”; sempre di Wolfe sono le espressioni gauche caviar, lobster liberal e progressismo da limousine. Il giornalista, segnalando il razzismo dei radical chic, ha saputo intuire la falsità del “connubio tra proletari e sinistra, tra certa intellettualità schizzinosa e culturalmente razzista e la classe operaia, tra progressisti di governo e masse popolari”.

Accanto a Wolfe compare la figura di Robert Hughes che, con La cultura del piagnisteo, smaschera il bigottismo progressista consistente in una sorta di moralistica ripulitura del linguaggio funzionale all’eliminazione del conflitto e, in definitiva, alla difesa della morsa omnipervasiva del pensiero mondialista. Diversamente da questi scrittori controcorrente e da altri che come l’ungherese Marai hanno pagato pienamente lo sconto della loro coerenza, Jean-Paul Sartre rappresenterebbe invece l’icona dell’asservimento della cultura al potere politico e all’ideologia concepita nella sua forma più radicale, cieca e antiumana – Iannone ricorda come, diversamente da altri autori di sinistra, Sartre si espresse contro la grazia a Robert Brasillach e rammenta come egli chiuse gli occhi sulle violenze allora in atto in URSS. D’altra pasta sarebbe invece fatto Raymond Aron che, lungi dall’avere avuto un approccio militante, ha indagato il mondo della destra con realismo pagando due prezzi: il non essere ascoltato dalla destra e l’essere giudicato di destra dal sistema – e quindi messo ai margini.

Nicolás Gómez Dávila

Iannone, ribadendo alcuni punti toccati in precedenza, si chiede come si possa far fronte al nuovo stato mondiale e chiosa: “la “politica”, classicamente intesa, può poco o nulla”; non solo: “le tattiche e i percorsi sono primariamente individuali ma soprattutto molteplici”. Il compito appare arduo. Staremmo infatti transitando “lungo un piano inclinato il cui il fondamento morale è impregnato di uno spirito mercantistico sotto l’egida della potenza tecnica” e in cui, come osserva Roger Scruton, dalla fine della seconda guerra mondiale gli Stati hanno trasferito a organismi internazionali “sempre più capacità decisionale”. Sempre sulla scorta di Scruton, Iannone accusa “una élite non sottoposta ad alcun procedimento elettivo popolare”, “asettica rispetto ai gusti, ai sentimenti popolari” e “priva di riferimenti culturali e religiosi”. A ciò si aggiunga ancora una volta la questione della “neolingua dal sapore orwelliano” che “interviene ogni volta che il proposito principale della lingua – cioè descrivere la realtà – venga sostituito all’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa” e che produce “intolleranza nei confronti di qualunque opposizione”. Pur prendendo le mosse da presupposti distanti dalla filosofia politica di Scruton, assai critico rispetto al mondo moderno è anche Massimo Fini per il quale marxismo, liberalismo e positivismo derivano dalle premesse dell’illuminismo e sono “marchi distintivi di un forzato e monodirezionale sviluppo della civiltà che si è arresa senza condizione alla scienza, alla tecnologia e al Dio Mercato”. Nell’ultima parte del libro Iannone presenta autori come Preve, Dugin e De Benoist che, non limitandosi alla critica, hanno cercato di elaborare un diverso modello teorico fondato sia sul rispetto della libertà individuale che sul concetto di comunità. Con De Benoist il politologo campano può proporre un’etica fondata sulla realtà concreta e sulle cose semplici:

 il mantenersi eretti, guardare davanti a sé, mostrare coraggio nelle avversità, praticare la generosità, non considerare prioritario il proprio interesse, possedere cognizione dello stile.

Si tratta di elementi che concernono l’educazione piuttosto che la morale universalistica e che si basano sull’idea antikantiana secondo chi si comporta moralmente non lo fa certo perché la morale è stata fondata; piuttosto, si agisce moralmente perché “responsabilità etiche e valore della virtù non sono del tutto dissolte”. Esiste quindi una virtù naturale che non ha a che fare con precetti astratti; anzi, i codici morali farebbero la loro comparsa “proprio nei popoli “non morali””. Pertanto, oggi non vivremmo in un tempo morale, ma in un tempo moralistico in cui “l’ordine collettivo non sarebbe niente altro che la risultante di un egoismo condiviso”. Iannone attualizza l’insegnamento di De Benoist:

 Una volta fallite le utopie con le rivoluzioni del Novecento, ci è stato imposto un finto riformismo fondato su ideologie universaliste. “Fare il bene” è diventato obiettivo politico primario che spesso ha assunto (e assume) il radicalismo di certi precetti religiosi. Quella tra moralismo e morale è però una contiguità scelerata soprattutto quando coinvolge la politica. 

Difatti la politica deve avere un ethos proprio che concerne la ricerca del bene comune e non un ethos estrinseco che facilmente possa essere utilizzato per veicolare le decisioni politiche degli Stati e dei popoli. Se in politica possiamo avere la morale, sarebbe quindi sbagliato affermare una “politica morale”. Se questo accade, succede che l’avversario politico, invece di essere legittimato e compreso anche in quanto “nemico” che ha una precisa identità premorale o meramente politica, vada a incarnare il male assoluto. Non solo, in questo modo “la morale diventando un valore “quotato” è sottoposta, alla stessa maniera dei valori di Borsa, a speculazioni di ogni tipo”. Questa dinamica che origina un interessato sistema di ipocrisie costringe alla perdita dell’educazione e dell’etica areteica che si manifesta “nell’agire eticamente, nel sentirsi vincolati a pratiche reali e non a principi astratti, cogliendosi quali membri di un destino accomunante”.

Ora che il nostro percorso espositivo è giunto al termine proviamo a chiederci per quali motivi il libro di Luigi Iannone sia degno di essere letto. I motivi sono almeno quattro: il testo dà la possibilità di accostarsi ad autori che, considerato quanto denunciato dal libro stesso, non è facile incontrare a scuola o all’Università; il testo non è solo una sorta di enciclopedia della filosofia politica alternativa al pensiero liberal-progressista, ma è soprattutto una coerente ricognizione di alcuni fondamentali principi potenzialmente utili a chi – come i ribelli di ogni tempo – intenda percorrere la perigliosa via della resistenza ideale al sistema; il libro ha il merito di farci aprire gli occhi demolendo senza paura i fantasmagorici e spietati idoli della caverna in cui sogniamo incatenati; infine, il libro che presenta i pensatori ribelli è stato scritto da un pensatore integralmente ribelle – e questo forse, la solidarietà e la stima che eticamente dobbiamo a chi agisce ancora oggi con amore e coraggio senza chiedere nulla in cambio, è il vero motivo per cui il libro è decisamente degno di essere letto – in un mondo di vili inginocchiati e foschi lustrascarpe, un motivo ribelle.