Se osserviamo accuratamente il pensiero tra guerra e pace di Lev Tolstoj, «Il bene è al di fuori della catena delle cause e degli effetti», il meccanismo d’analisi delle buone azioni nella nostra ultra-contemporaneità va in tilt. Ci viene in soccorso il Teatro Stabile dell’Umbria in questi mesi per ricostituire il giusto equilibrio tra il bene e il male: porta in scena per lo Stivale Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov. La riscrittura, al passo coi tempi, è curata da Letizia Russo, la regia, sanguinosamente pulp, da Andrea Baracco, il cast – magistrale come pochi – vede alternarsi il talento di Francesco Riondino a quelli di Francesco Bonomo e Federica Rossellini, personaggi principali di una formazione di undici attori.  

Un romanzo roboante per l’inconscio, opera magna di uno scrittore e drammaturgo sovietico nato a Kiev al tramonto dell’Ottocento e morto a Mosca un anno dopo il primo squillo di tromba della Seconda Guerra Mondiale. Genio squattrinato, simpatico a Stalin e in perenne conflitto con se stesso. Bulgakov si guadagna la stima dei soviet grazie a racconti dal tocco petroniano, a opere teatrali dai colori di Marc Chagall e a romanzi che inorgogliscono Gogol e Hoffmann: La guardia bianca e Cuore di cane.

In realtà tutto il mondo gli cederà il cuore ventisei anni dopo la morte: Il Maestro e Margherita, pubblicato nel 1966, scolpirà nel marmo della letteratura l’assioma che un manoscritto non brucia mai, soprattutto se a crearlo è un visionario privo di convenzioni. Bulgakov spedisce il diavolo sulla terra, assieme ai suoi tre servitori più efficaci, tra i quali spiccano un maggiordomo psichedelico, una donna vampiro e un gatto nero che emana satira allo stato puro. Il demonio si chiama Woland, prendendo spunto dal suo appellativo germanico, veicolato da Goethe nell’ancestrale dramma tedesco Faust, alla quale l’autore sovietico dedica la torbida epigrafe del suo capolavoro:

Ma allora chi sei tu, insomma?

Sono una parte di quella forza

che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene.

Woland si presenta con sguardo buio agli occhi del direttore di un’associazione culturale e di un poeta, intenti a smontare la veridicità dell’esistenza di Cristo nel via vai di Mosca.

Sembrava avere poco più di quarant’anni: bocca stranamente storta, ben rasato, bruno, l’occhio destro nero, il sinistro chissà perché verde, sopracciglia nere, una più alta dell’altra; tutto sommato, uno straniero.

Il diavolo di Bulgakov è un professore, ha portamento distinto, emana terrificante sapienza. Oltre a regalare macabre profezie ai suoi interlocutori, li rispedisce a Gerusalemme, nell’anno 33, momento culminante del faccia faccia tra Gesù Cristo e Ponzio Pilato. La “verità” della filosofia cristiana che si contrappone ai rimorsi – per aver condannato un uomo innocente alla crocefissione – de il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea.

Il valzer narrativo riporta l’attenzione alle profezie di belzebù nei confronti dei suoi atei interlocutori: il direttore dell’associazione avrà la testa mozzata da un tram guidato da una donna principiante; Woland si impossesserà dell’abitazione del decapitato, mandando in malora il suo coinquilino; il poeta diventerà pazzo.

Satana conquista un contratto con il Teatro varietà moscovita per una serie sterminata di repliche del suo spettacolo di magia nera. È solo un pretesto per individuare tra il pubblico – che lo sorprende per la maestosa cupidigia verso l’apparenza e il denaro – una regina che possa spadroneggiare al ballo infernale. La donna che lo folgora ha trent’anni, è bionda, ricorda una protagonista degli amori pittorici del Botticelli e ha perso completamente la speranza. Tronfia di disperazione è pronta a tutto pur di avere quello che desidera fortemente, persino sottomettersi a Lucifero. Ha perso l’amante supremo della sua vita, il Maestro, uno scrittore distrutto da un potente critico locale e perciò impossibilitato a pubblicare il romanzo della svolta, dedicato a Ponzio Pilato. Questa condizione fallimentare lo ha portato ad allontanarsi per sempre dalla società, trovando rifugio in un manicomio, dopo aver bruciato il suo manoscritto e aver detto addio alla sua amata. Lo stesso manicomio occupato dal poeta ateo della prima ora, che vedrà proprio nel Maestro un modello intellettuale al quale ispirarsi.

In questa fase Margherita insegna all’emisfero quanto potente sia l’amore viscerale, quello d’intensa fame, ustionato da punte rigogliose d’incoscienza:

Seguimi, lettore! Chi ti ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica, a quel bugiardo. Seguimi, lettor mio, segui me solo, e io ti mostrerò un simile amore!

La donna accetta l’invito del diavolo, trasformandosi in una strega che sorvola completamente nuda, con barbarica sete di vendetta, il paesaggio argenteo e acuminato della capitale. Onora i suoi obblighi di regina diabolica all’ultraterreno ballo, rimpolpato da criminali e traditori della patria animati da beffardi convenevoli. Per Margherita aver soffocato le paure, affiancando con diligenza il “messere”, vuol dire ricompensa senza limiti dalle fiamme: riavere eternamente il suo amato, che ritroverà tra le mani il romanzo che credeva di aver trasformato in cenere, suggello emozionale della loro storia.

Dio manda un messaggero al demonio, non accettando il colpo di mano che cambia il corso degli eventi ai protagonisti. Cerca di stabilire con l’avversario un compromesso, dettato da quel Levi Matteo che nel romanzo è accusato da Cristo di non riportare correttamente i suoi discorsi all’umanità. L’evangelista chiede a Woland di premiare il Maestro e Margherita con il riposo infinito, condizione che condanna gli amanti a un’esistenza immobile, fuori dal tempo, limbo scevro di luce ma che non li separerà mai più.

Una delle critiche più favorevoli per questo capolavoro multidimensionale e socio-filosofico del Novecento l’ha riservata il premio Nobel Eugenio Montale:

Un romanzo poema o, se volete, uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi: quello della Passione, non poteva che essere concepito e svolto che da un cervello poeticamente allucinato. È qui che il poco noto Bulgakov si congiunge con la tradizione letteraria della sua terra: la vena messianica, quella che troviamo in certe figure di Gogol e di Dostoesvkij e in quel pazzo di Dio che è il quasi immancabile comprimario di ogni grande melodramma russo.  

Bulgakov mette sullo stesso piano Dio e Lucifero, facendo addirittura sostenere a quest’ultimo che ama la terra e gli uomini, premiati dalla sua azione malefica, necessaria per l’equilibrio dell’universo. Un diavolo né vendicativo né passionale, ma profondamente obbiettivo: dà a chi gli ha dato qualcosa in cambio, dimostrandosi baluardo di coraggio.

E oggi? L’equilibrio tra bene e male in che condizioni versa? Se il diavolo scendesse in megalopoli e volesse autenticare la propria esistenza dovrebbe dimostrare più prove, poiché nella società 3.0 anche gli imbecilli sono opion leader, perciò di teste da mozzare ve ne sarebbero centinaia di migliaia. Dove andrebbe a ricercare la regina di un ballo frequentato da banchieri di altissima finanza, ministri, miliardari e uomini di religione pedofili? In un centro commerciale. In tale sede Woland distruggerebbe i dirigenti della shopping plaza per disporre di un negozio di assuefante moda. Qui i suoi abiti di fiamme, i suoi trucchi da Medusa e le sue borse di serpente che tentò Eva, potrebbero attirare una trentenne bionda, tatuata e coi piercing, dagli occhi spenti ma dal portamento infallibile.

Un personaggio alla Quentin Tarantino. La preda del 2000 accetterà di scendere a compromessi con il re degli inferi? E in tal caso, cosa vorrà in cambio. È molto complicato che il patto possa stringersi per semplice Sympathy for the devil, come accaduto ai Rolling Stones dopo aver letto Il Maestro e Margherita. Molto più semplice che l’accordo si basi su un’unica condizione: avere in dono il successo assoluto, che logori tutti, dal primo profilo Instangram all’ultimo passante di via Condotti. Ma questo sarebbe il male che alimenta il male di una finta disperazione: il fondo delle tenebre si tocca per amore e mai per plusvalore.

A questo punto resta Margherita l’unica equilibratrice tra il bene e il male, che ha accettato il compromesso più arduo soltanto per la semplice realizzazione di un amore vero, debordante. L’umanità può scegliere ed è a un bivio: amare impavidamente, affrontando l’insidia peggiore della storia e mantenendo l’equilibrio tra i dogmi Paradiso e Inferno; scegliere la spasmodica apparenza nel fiume piatto dell’inettitudine, spezzando la livella del cosmo.    
Basterà fidarsi degli occhi, come osserva Michail Bulgakov:

La lingua può nascondere la verità ma gli occhi mai.