Un critico letterario ha quasi sempre due facce. Una da studioso e una d’artista. È il Giano Bifronte in grado di guardare al passato e allo stesso tempo al futuro, permettendo all’umanità di attraversare le strette porte della conoscenza. Nella sua duplicità ellittica e premonitrice si costituisce come tramite tra lo scrittore e il lettore comune, tra la sua interpretazione della realtà e il suo desiderio di scoperta, sancendo tra loro un patto sacro e inviolabile di unione e alleanza.

Ciò che il critico si trova a maneggiare è una materia non sempre agevole, compatta, anzi il più delle volte è costretto a distruggere totalmente un romanzo, a scardinarne le fondamenta, molto spesso deve stravolgerlo interamente, capovolgerne le dinamiche e i personaggi, per poi ricostruire il tutto in una forma nuova, una sintesi di armonia che nella sua naturale imperfezione, porta alla luce la vera essenza dell’autore, la sua autentica sensibilità creatrice. La sua è un’incessante operazione di distruzione e costruzione, di eliminazione e di assemblaggio, di strappi e di cuciture, una guerra di logoramento. Uno scontro a viso aperto con le parole, con l’arte, con la vita stessa.

Nondimeno, tutto questo non basta. La critica migliore non dimentica nello svolgimento del suo lavoro, tutte quelle persone lontane dai circoli accademici, dai salotti letterari, dalle aule universitarie e dal mondo culturale. Volge il suo sguardo soprattutto a loro, senza far sentire sulle loro spalle il peso dell’inesperienza. Riduce al minimo non già le differenze, di per sé evidenti tra loro, quanto piuttosto le incomprensioni che potrebbero venirsi a creare, sgomberando quanto più possibile il campo da equivoci di ogni genere, adoperando una prosa limpida, senza sotterfugi di sorta, utilizzando un linguaggio preciso ed efficace. Sembra invece che il critico, alle volte, si diverta, quasi provasse una inconfessabile gioia, ad ingarbugliar ancor di più la matassa, e allora viene il sospetto, a volte fondato, che nemmeno lui abbia capito sino in fondo cosa stesse cercando di dire, e che in ultima istanza il suo lavoro si riveli essere in realtà solamente un vuoto e inerme sfogo di erudizione.

Francesco De Sanctis

D’altronde, molti critici hanno smarrito la strada in questi oscuri labirinti della letteratura, producendo solamente vano chiacchiericcio che nulla ha a che fare con essa, e anzi allontana ogni giorno quei pochi coraggiosi che decidono di accostarvisi. Si direbbe che solo una manciata di nomi siano stati all’altezza del compito. Il bravo critico tuttavia, non teme di affrontare una sfida del genere, sebbene sia consapevole che non sempre riuscirà a riemergere in superficie con il tesoro che faticosamente si è cercato di conquistare. Riprendendo una citazione di Francesco De Sanctis:

Il critico deve presentare il mondo poetico rifatto ed illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la scienza vi presti, sì, la sua forma dottrinale, ma sia però come l‘occhio che vede gli oggetti senza però vedere sé stesso.

Una delle personalità contemporanee a cui si attaglia meglio questa descrizione è, senza ombra di dubbio, Pietro Citati. Lui, il critico italiano per eccellenza, prosatore abile e studioso raffinato quanto unico nella sua semplicità espositiva che non è mai sinonimo di insufficienza concettuale. Lui, che considera la critica letteraria come un’arte di seconda mano che deve tutto al tesoro irraggiungibile della letteratura, e che pensa a se stesso come a un ente invisibile, che non ha niente di sé da confidare al lettore. È così che ce lo presenta Chiara Fera, giornalista e studiosa di letteratura, nel suo lavoro Il libro invisibile di Pietro Citati (Rubettino Editore).

Potremmo considerare questo lavoro non solo un modo per conoscere un grande uomo di cultura, uno dei massimi esperti in letteratura, ma soprattutto un’opportunità per comprendere, attraverso le sue parole, le sue intuizioni, i suoi commenti, l’immenso patrimonio artistico che la letteratura ci ha donato. D’altronde, come l’autrice stessa ci svela, uno dei grandi meriti di Citati consiste proprio nella sua capacità di attrarre ogni genere di lettori, grazie alla sua capacità di uscire fuori dai canoni della critica tradizionale.

Egli è prima di tutto un lettore insaziabile. I suoi maestri sono Dostoevskij, Shakespeare, Leopardi, Goethe, Kafka, Pessoa, Musil, Borges e tutti gli altri giganti della letteratura, scrittori che parlano di scrittori. Immedesimandosi in loro, confondendo la sua vita con le loro, Citati riesce a dare un volto nuove a quelle opere, riesce a farcele amare, riesce a farci appassionare. Un’altra particolarità infatti, su cui la studiosa pone l’accento, è questa sua attitudine a sovrapporre il critico al narratore, dando vita a una prosa avvincente, vivace, che poco o nulla ha dei tediosi stilemi accademici. Attraverso le opere fondamentali del critico fiorentino e la sua attivista giornalista, l’autrice rielabora un itinerario narrativo che tocca le tappe fondamentali della letteratura mondiale.

Pietro Citati

Dai grandi maestri italiani come Pasolini, Gadda e Calvino, alla maestosità del romanzo ottocentesco, fino a giungere alle soglie della modernità. La seconda parte del libro è interamente dedicata all’autore che forse maggiormente lo ha entusiasmato, Dostoevskij, e in modo particolare al libro che Citati considera il suo lavoro migliore: I demoni. Chiara Fera col suo lavoro appassionato e appassionante, rende omaggio a quest’uomo, e al suo impegno culturale, un uomo che, come afferma la stessa autrice, contiene in sé sconfinati mondi narrativi.