Nel cuore del firmamento de L’idiota, vegliato da un uomo positivamente buono, Cristo crocifisso della contemporaneità, Fëdor Michajlovič Dostoevskij consegna ai posteri l’unica legge inestinguibile dell’intera umanità:

Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione.

Fabrizio Peronaci, caposervizio della redazione romana del Corriere della Sera, uno dei maggiori esperti di cronaca nera, cold case e scandali vaticani nel mare magnum del noir di Aida, accoglie la sfida del padre del realismo russo e sferra sull’emisfero sinistro dei lettori famelici un libro nel libro: Il figlio della colpa, Bertoni Editore, 2018. Peronaci è penna da marciapiede, consuma le suole. È pasolinista: A un papa tra le sinapsi e la ferocia insulsa – mista a revolverate e odore di piscio – del quartiere romano “i ponti” nel cervelletto. Ama il puntuale confronto col lettore e il suo gruppo Facebook di giornalismo investigativo lo rende uno degli intellettuali più interattivi del panorama giornalistico nazionale.

Proprio da un inaspettato scambio di messaggi social con un’ex segretaria-detective di un monsignore catanese trapiantato nel convento “Casa Santa Margherita”, in via Aurelia Antica 284, a Roma, nasce l’inchiesta di “palpitante tenerezza” Il figlio della colpa. Peronaci esegue una metanarrazione di una vicenda talmente comune negli ambienti religiosi del secondo dopoguerra da trasformarsi in thriller, riscrivendo la puntuale regola delle tre “s”: sesso, sangue e non soldi ma santità. La segretaria contatta il giornalista, inizialmente con la scusa di conoscere verità scottanti sulle dimissioni di papa Ratzinger, in seconda battuta esponendo una fervida convinzione: il suo vecchio capo, monsignor Giuseppe Lo Giudice, potrebbe essere stato ucciso dopo la pubblicazione di un lancinante racconto, troppo “spinto e compromettente” per gli organi ecclesiastici: La verga d’oro (Logos Edizioni). Peronaci aziona le spie da segugio e dopo un intenso scambio di idee con la misteriosa donna parte alla ricerca dei luoghi, delle prove e dei reperti di un rompicapo sepolto: lo stupro di suor Agnese, diventata poi ragazza madre e cacciata dal Tempio di Dio. L’autore compone il corpus su tre livelli: l’inchiesta, nella quale si muove spesso guardando negli occhi l’assistente di Lo Giudice; l’analisi diretta del racconto, recuperato con verve filologica dopo un oblio forzato; la profonda riflessione interiore su una matriosca di crimini in un puzzle reticente.

Il cronista erige lo storytelling investigativo, dal sapore dottamente documentario, tallonando due obiettivi. Il primo è rivolto all’opera di Giuseppe Lo Giudice, indirettamente distrutta dalla curia romana e della quale non vi è più traccia:

Il libro di monsignore meritava di ritrovare i vecchi lettori e di conquistarne di nuovi, perché di questo la Chiesa ha bisogno, aprire le porte e lasciare entrare aria fresca, confrontarsi e contraddirsi, misurarsi con il sonno dogmatico, sapere ad esempio se Agnese è felice, oppure si è pentita, o se il peso del pregiudizio ha prevalso sul coraggio di amare.

Il secondo è riversato sul modello didattico da donare ai giornalisti 3.0, del quale una penna con decenni magmatici di carriera nella culla della civiltà – oggi feroce letto di nosocomio incivile – può essere valida portatrice:

Un bravo cronista deve consumare le suole, ci diceva il caporedattore, a me e agli altri giovani assunti nel giornale cittadino, spronandoci ad andare sul posto per verificare le notizie, con umiltà e scrupolo, dando voce a tutti i protagonisti, in modo che il lettore potesse farsi un’idea completa. Non potevo star fermo. I vivi seppelliscono i morti, ma senza le storie che quest’ultimi raccontano sarebbero morti anche loro. Le parole sono preziose. Appartengono a ciascuno di noi e guai a chi le manomette. Senza parole la libertà finisce, e a nessuno venga in mente di uccidere il pensiero. No, non potevo star fermo…

Anno 1983, padre Lo Giudice, pervaso da illuminato senso di pietas e pronto a ribellarsi alle meschinità da Nome della rosa della curia vaticana, smaschera l’ipocrisia di una Chiesa scintillante e rattrappita: pubblica, dopo significative azioni di ostracismo ricevute da influenti case editrici e potenti prelati, il racconto La verga d’oro. Il testo j’accuse narra la vera storia di Agnese (conosciuta direttamente dall’autore), monaca sicula che negli anni Cinquanta bussò al confessionale di don Giovanni Grimaldi (alter ego di Lo Giudice), svuotando il deturpato inconscio. L’innocente trentenne, al culmine di una giornata refrigerante in riva al mare con una quindicina di suore, venne adescata da due giovanotti troppo scafati, che con maestria la ingannarono portandola in un bar di loro proprietà. Dopo averla drogata con una bevanda ideata per lo stupro, affondarono brutalmente le loro fauci assetate di sadico erotismo tra le cosce immacolate della donna, che si ritrovò poco tempo dopo a riprendere i sensi sulla sabbia melensa, in preda a cocenti fitte nell’anima. Agnese rimase incinta e a margine della disumana violenza ingaggiò un mirabolante braccio di ferro con la Provvidenza: la scelta di non abortire – fortemente consigliata da preti e monache a lei vicine –, oltre a riempiere d’orgoglio Lucio Anneo Seneca, la condannò a un futuro di diaspora fisica e sentimentale, dominato dalla scalata di un monte tetro: il trauma perenne.

Era sui trent’anni, non proprio bella in volto, ma slanciata e ben formata nella persona. Di carnagione rosea, con uno spolverio di peluria biondiccia alle guance e gli occhi azzurri, aveva qualcosa di nordico, o certamente di esotico per un’italiana. […] Le suore possedevano una casa al mare. Una quindicina di alunne dell’istituto, affidate ad Agnese e a un’altra suora, vi erano andata per i bagni. Sin dall’arrivo del gruppo, avevano fatto la loro comparsa nei pressi i soliti giovanotti in cerca di approcci e di avventure con le ragazze. Si vedevano ronzare attorno, avvicinandosi gradatamente alla casa o al tratto di spiaggia, con aria melensa e sorniona. […] Si sa che il maschio, per quanto ironizzi sul nessun valore della modestia e della verginità della donna e proclami indifferenza al riguardo, mostra in mille modi di apprezzare con particolare stima e desiderio ciò che gli è insieme precluso e garantito in una ragazza: la verginità, appunto. Questo lo fa specialmente interessato alla collegiale, spesso facile preda delle circuizioni mascoline, sia per la sua ingenuità e inesperienza, sia per una certa curiosità e irrequietezza, che il chiuso e il proibizionismo sistematico del collegio sogliono suscitare e acuire.

La Chiesa del dopoguerra cela sotto arazzi di immarcescibile omertà una caterva di crimini sessuali. Suor Agnese, cinta di coraggio biblico e adornata sul capo d’amor ribelle, conquista lo scanno più alto della storia delle monache dello Stivale e del Vecchio Continente, sedendo al fianco della Piccarda dantesca, della monaca di Monza e dell’irredenta Susanna di Denis Diderot. No, caro lettore, suor Germana e suor Cristina son ben da lei lontane, non sarebbero relegabili nemmeno nel sottoscala. Peronaci riflette copiosamente sugli aspetti incontrovertibili e ossimorici di un’intera Istituzione religiosa che Agnese si ritrova a fronteggiare a causa della sua scelta:

Questo ci racconta la prassi perpetuata dentro le sacre mura, che oggi un pontefice “venuto dalla fine del mondo” vorrebbe finalmente spazzar via. S’è dovuto attendere l’ultimo lustro del secondo millennio per leggere uno sconvolgente rapporto della “Caritas Internationalis” sul fenomeno degli aborti coatti: migliaia di monache “prestate” da madri badesse compiacenti a ministri di Dio smaniosi e poco pratici al momento del coito. Fenomeno diffuso, incoraggiato dalla cospirazione del silenzio e dall’inerme rassegnazione delle vittime.

Giuseppe Lo Giudice carica di umile eroismo una donna incline al suo status divino di generatrice di vita, viaggiando a piè pari sul binario verginità-maternità, archetipi supremi del cristianesimo, dei quali Agnese si pone come emblema, diventando l’epigona di Maria. Due effigi di algida purezza definibili dall’angelo dei carruggi, Fabrizio De André, «Femmine un giorno e poi madri per sempre». Il monsignore “corsaro” scandaglia la condizione umana scevro di stereotipi, osservando come il caso dello stupro-concepimento, exemplum di abbondanza di delitto, non sia poi così dissimile dall’errore di Adamo ed Eva nell’Eden, idealizzato da Gesù Cristo come dono di grazia e misericordia all’umanità.

La fedeltà sofferta alle leggi supreme, precisamente a quelle che esigono l’accettazione e la tutela della vita, comunque germinata nel grembo della madre, diventa provocazione umana a Dio e quasi sfida alla sua onnipotenza, affinché Egli sfoggi le sue divine risorse e pieghi il male ad occasionare un bene maggiore e insperato. Così, “dove abbondò il delitto, sovrabbonda la grazia”. Ognuno pensi e deduca quel che meglio ritiene… Ma non si potrà negare che questa fedeltà coerente e forte ci rende la protagonista ammirevole e amabile, come una sorella da accogliere tra le braccia del cuore.

Un indistruttibile file rouge unisce il tocco delle piaghe di San Tommaso, alle novantacinque tesi di Martin Lutero, arrivando alle analisi sociologiche sulla religione capitalista di Max Weber e terminando la corsa nel calamaio di monsignor Giuseppe Lo Giudice e nel fiuto giallo di Fabrizio Peronaci. Una comunione d’osservazione e d’intenti che si concretizza con la sostanza della tempra di mamma Agnese, freccia di culto che dimostra ancora una volta quanto sia necessaria una scossa di salvifica eresia tra i paradigmi dei dogmi dominanti dell’emisfero. Il cantautore abruzzese, Ivan Graziani, le avrebbe sorriso, sposando il finale di vituperato happy end con un canto simile:

Agnese mi parlava

nella sabbia infuocata

ed io non so perché

non l’ho dimenticata.

Lei mi raccontava

di quello che la gente

diceva del suo corpo

con malizia ed allegria

ed io che sto provando

le cose che provavo ieri

non ho capito ancora

se è gelosia

o se sono prigioniero

di questo cielo nero

e di un ricordo che fa male […]

È uscito un po’ di sole da questo cielo nero

l’inverno cittadino

sembra quasi uno straniero

Agnese, dolce Agnese,

color di cioccolata

adesso che ci penso

non ti ho mai baciata.