Il Dio nell’urna (The God in the Bowl, 1952) è il secondo racconto della saga originale di Conan, pubblicato postumo da Space Publications e uscito in Italia nel 1976 in Conan! di Robert E. Howard, grazie alla Editrice Nord. Dal 2016, questa storia è disponibile con il titolo Il dio nel sarcofago in Conan il barbaro, nella nuova edizione dedicata al più popolare antieroe dello sword and sorcery e curata da Giuseppe Lippi per Mondadori.

Lyon S. de Camp (che si è occupato di creare una cronologia della serie in discussione) ci riferisce che dopo le perigliose avventure nella Torre dell’Elefante, a Zamora, Conan decide di lasciare i territori dell’est, in cui domina incontrastata la stregoneria, per recarsi a nordovest. Dopo aver attraversato la Corinthia, giunge nella Nemedia, dove si dedica all’attività di ladro. Durante una delle sue incursioni, viene sorpreso all’interno del Tempio di Pubblio Kalliano da Arus, una guardia che nel trovare il cadavere del padrone dell’edificio, gli chiede conto della sua posizione. Il barbaro viene descritto come:

Un giovane alto, di corporatura possente, vestito solo di una fascia che gli cingeva i fianchi e di calzari legati in alto sopra la caviglia. La pelle era bruna come se fosse stata bruciata dal sole dei deserti […] Sotto il ciuffo arruffato di capelli neri covavano due pericolosi occhi azzurri.

La sentinella pensa che sia stato Conan a commettere l’omicidio e incomincia a incalzarlo con diverse domande, puntandogli minacciosamente la balestra al petto. Proprio in quel momento, entrano una mezza dozzina di guardie di Numalia armate di tutto punto. Arus comunica loro l’accaduto e veniamo a conoscenza del fatto che Pubblio Kalliano era un commerciante che aveva clienti facoltosi come principi, letterati e ricchi collezionisti di rarità. Demetrio, l’individuo che afferma essere il Capo del Concilio di Inquisizione della città di Numalia, riferisce a Conan di aver ricevuto l’incarico di indagare sullo strano omicidio appena svoltosi e lo interroga sul funesto evento. Tuttavia, Donius, un ufficiale al suo seguito, interrompe la conversazione asserendo di essere convinto della colpevolezza del Cimmero e di volerlo arrestare senza perdere altro tempo. Il nostro rigetta ogni accusa e afferma di essere entrato nel Tempio solo per rubare del cibo. L’inquisitore non crede a questa dichiarazione e la discussione comincia a degenerare poiché da un lato le guardie intimano a Conan di arrendersi alla pubblica autorità e dall’altro il barbaro le minaccia di morte.

Detto ciò, Demetrio domanda ulteriori chiarimenti e il ladro confessa le modalità con cui si è introdotto furtivamente nell’edificio sfruttando le sue abilità di scalatore, il suo fisico nerboruto e il suo passo felino. In tale circostanza si palesa uno specifico aspetto del guerriero del nord, ovvero la sua propensione a delinquere, e nella fattispecie a rubare, se tale condotta gli permette di ottenere un profitto economico o una mera utilità. La legalità non è contemplata nella visione anarchica del barbaro, che punta a sovvertire l’ordine costituito e pertanto si discosta dalla generalità degli eroi che siamo abituati a conoscere, cosa che costituisce uno degli aspetti che meglio differenziano gli eroi neri dello sword and sorcery rispetto a quelli del fantasy classico.

Tornando alla vicenda, Demetrio invita nuovamente Conan a consegnarsi alla giustizia, ma il barbaro non si lascia intimorire dalla superiorità numerica dei soldati e risponde furiosamente:

Indietro, se vi premono le vostre vite di cani! […] Poiché avete il coraggio di torturare i bottegai e di spogliare e battere prostitute per parlare, non crediate di mettere le vostre grasse zampe su un uomo dei monti del Nord! Fa’ attenzione con quella balestra, guardia, o ti spacco le budella!

Dal tenore letterale delle parole del Cimmero si arguisce l’abissale differenza tra lo spirito orgoglioso dei barbari del Nord e il carattere fievole delle popolazioni del Sud. Anche in questo caso si arguisce un altro aspetto sostanziale non solo di questa saga, ma di tutte le opere di fantasia eroica di Howard: lo scontro tra barbarie e civiltà. Secondo il Maestro di Cross Plains, la prima è vista come una condizione generale e genuina dell’uomo, mentre la seconda riguarda la degenerazione e la decadenza delle società opulente, che nel corso di secoli si sono infiacchite e che torneranno un giorno alla medesima barbarie, in un imperituro ciclo temporale.

A ben vedere, questa visione del mondo non risulta così peregrina come può apparire a una superficiale lettura poiché anche Samuel P. Huntington, politologo statunitense e cattedratico, nel suo famoso saggio Lo Scontro delle Civiltà e il nuovo ordine mondiale (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, 1996) sostiene questa tesi argomentando che:

Le civiltà crescono […] perché possiedono uno strumento di espansione, vale a dire un’organizzazione militare, religiosa, politica o economica che accumula eccedenze e le investe in innovazioni produttive. Le civiltà declinano quando cessano di applicare queste eccedenze a nuovi modi di fare le cose. […]  Il decadimento porta dunque alla fase dell’invasione quando la civiltà non è più capace di difendersi perché non ha più la volontà di difendersi, e si offre prostrata agli invasori barbari, spesso provenienti da un’altra civiltà, più giovane e più potente.

Ad ogni modo Demetrio, appurata la determinazione di Conan, ordina ai soldati di indietreggiare. Non è ancora totalmente convinto della sua colpevolezza, in quanto avrebbe potuto tranquillamente uccidere Pubblio Kalliano con la spada, mentre la vittima risulta invece perita per strangolamento. Inoltre, esaminando con accortezza il corpo del cadavere, viene accertato il fatto che il collo si presenta come una poltiglia violacea, delitto realizzabile solo mediante l’utilizzo di un pesante cordone e non con la mera forza fisica di un uomo.

A interrompere la discussione vi è il fatto che Enaro, il cocchiere di Pubblio Kalliano, giunge al Tempio e viene catturato. Interrogato da Demetrio, lo schiavo dichiara che il suo padrone, dopo essere salito sul carro per tornare alla villa, gli aveva ordinato in maniera nervosa di condurlo all’abitazione di Promero, il capo scriba. Non contento della confessione, Donius schiaffeggia ripetutamente Enaro per indurlo a fornire maggiori informazioni sull’accaduto e minaccia Conan di riservargli il medesimo trattamento. Il Cimmero non si lascia impressionare e replica con risolutezza:

È un debole e un idiota […] Che soltanto qualcuno mi tocchi, e le sue budella finiranno sul pavimento.

Ancora una volta rileviamo la sostanziale differenza tra gli uomini civilizzati delle terre meridionali e quelli del Nord, che si presentano come combattenti impavidi, indomiti, possenti e orgogliosi, contrariamente a quelli del sud che risultano invece debosciati e rammolliti dalle ricchezze che li circondano. Al riguardo, Jonas Prida osserva che Howard ha un amore, una passione viscerale per tutti i guerrieri barbari e che tale elemento si manifesta in ogni sua opera.

Interrogato, Promero confessa il fatto che Pubblio Kalliano voleva appropriarsi di un’antica reliquia proveniente dalla Stygia. Il bagaglio, consegnatogli da alcuni carovanieri, avrebbe dovuto essere custodito per poi essere destinato a Caranthes. Invero, lo scriba rivela che si trattava di un sarcofago sottratto dalle profondità ctonie delle piramidi stygiane, in cui il mercante pensava fossero celati i preziosi diademi dei re-giganti, una razza che dominava la Terra prima della comparsa dell’uomo. Appreso questo segreto, Pubblio Kalliano intendeva forzare la serratura per impossessarsi di questi gioielli dal valore inestimabile, nasconderli e denunciare il furto alle autorità pubbliche per dissimulare la propria condotta illecita. Tuttavia:

Antichi dèi e strane mummie hanno già percorso le strade carovaniere, ma chi può mai amare il sacerdote di Ibris nella Stygia, dove adorano ancora l’arcidiavolo Set, il Dio Serpente, che si avvolge tra le tombe, nelle tenebre? Il Dio Ibris ha combattuto Set fin dalla prima alba della terra, e Caranthes ha combattuto i sacerdoti di Set per tutta la sua vita.

Donius inveisce nuovamente contro Conan, accusandolo di essere l’esecutore materiale del delitto, benché gli indizi lo scagionino dalle accuse. Ne discende che il Cimmero confessa di essersi recato al Tempio su incarico di uno sconosciuto, che gli ha chiesto di rubare una coppa di diamante zamoriana e gli ha fornito una dettagliata mappa del luogo. Nel frattempo, Promero interviene nella discussione raccontando di aver appreso che il segno sull’urna appartiene a Thoth-Amon, stregone stygiano acerrimo nemico di Caranthes che:

Deve aver trovato l’urna in qualche sinistra caverna al di sotto delle piramidi maledette! Gli Dèi dei tempi antichi non morivano come gli uomini… cadevano in lunghi sonni e i loro adoratori li chiudevano in sarcofagi, così che nessuna mano estranea potesse interrompere il loro sonno! Thoth-Amon ha mandato la morte a Caranthes.

Poco dopo, Aztrias Petanius, nipote del governatore, viene catturato da una guardia e rivela la sua identità. Conan lo riconosce come l’individuo che lo ha incaricato di rubare il prezioso calice, ma il nobile respinge le insinuazioni e il barbaro, ormai stanco di quella situazione, con un rapido colpo di spada, gli mozza la testa. Successivamente, con un preciso fendente squarcia l’inguine di Demetrio e lo uccide, mettendo finalmente in mostra le sue ineguagliabili doti di guerriero e facendo impietrire i soldati che non immaginavano di trovarsi dinanzi a un combattente così ferale.

Secondo Lauric Guillaud, il Cimmero rappresenta la purezza primitiva che combatte contro la decadenza della civiltà e possiede qualità di combattente quasi divine. Nondimeno l’attenzione viene attirata da un evento che pervade di orrore gli astanti, tanto che lasciano cadere immediatamente le armi e fuggono a rotta di collo. Conan si volta e scorge la:

Fredda, classica bellezza di quei lineamenti, di cui non aveva mai visto l’eguale tra i figli dell’uomo. Né debolezza, né pietà, o crudeltà o gentilezza, nessuna delle altre emozioni umane trasparivano da quei connotati. Avrebbe potuto essere la maschera di Dio, scolpita nel marmo da una mano maestra, se non fosse stato per l’inconfondibile vita che li pervadeva: una vita fredda ed estranea, quale il Cimmero non aveva mai conosciuto, né poteva comprendere.

Senza perdere la sua presenza di spirito, Conan si lancia contro quella creatura spiccandogli la testa con la sua lama. Dopo, osservata con attenzione la vittima, constata che quel mostro possiede il capo umano e il corpo serpiforme, comprendendo che si tratta della progenie di Set che aveva dominato la Terra prima della comparsa dell’uomo e che ora presidia le telluriche profondità della Stygia. Tale circostanza lo terrorizza a tal punto da farlo fuggire immediatamente non solo dal Tempio ma anche dalla città di Numalia.

Questo racconto ci consente di appurare che Conan, nonostante sia un guerriero forgiato dal fuoco di mille battaglie, prova orrore dinanzi alla manifestazione della stregoneria e all’apparizione di creature mostruose e preadamitiche, frutto del perverso disegno del Fato. Peraltro, emerge anche l’eterna lotta tra uomo e serpente, un tema che ritroviamo in svariate opere di Howard come Gli accoliti del cerchio nero (The People of the Black Circle, 1934) della saga del Cimmero, Il regno fantasma (The Shadow Kingdom, 1929) del ciclo di Kull di Valusia, La Valle del Grande Verme (The Valley of the Worm, 1934) della saga di James Allison e I Vermi della Terra (Worms of the Earth, 1932) della serie di Bran Mak Morn.

Sotto un profilo simbolico, è agevole desumere che l’Autore metta in risalto solo il significato negativo del serpente, adottando un approccio tipico della cultura cristiana, per la quale il rettile è una perfida creatura che conduce l’uomo alla perdizione. Nella Bibbia, è proprio l’ofide a lasciar intendere ad Adamo che i frutti dell’albero della morte siano in realtà fonte di vita. Nondimeno, anche prima del cristianesimo vi era rivalità tra l’uomo e il serpente. Si pensi all’epopea babilonese di Gilgameš, dove il rettile ruba all’eroe l’immortalità donatagli dagli dèi. Muovendo da tale orientamento, è possibile desumere che il serpente rappresenti l’avarizia, l’egoismo, l’orgoglio e la lussuria. Inoltre, il drago viene equiparato al serpente e costituisce l’ostacolo che metaforicamente l’eroe deve superare per raggiungere il Sacro. Ne consegue che ogni buon cristiano deve ucciderlo dentro di sé, come fecero San Giorgio e San Michele.

A ben vedere, Il dio nell’urna resta ancora oggi un’opera originale in quanto si configura come un vero e proprio giallo, ma viene ambientata nel periodo immaginario pseudostorico dell’Era Hyboriana dove aberranti esseri preadamitici, perfidi maghi e oscure divinità dominano incontrastati.