Giornalista, poeta e romanziere, il fiorentino Giovanni Papini (1881-1956) è una figura letteraria tra le più controverse della prima metà del XX secolo. Dapprima come editorialista e scrittore ferocemente iconoclasta, poi come leader del movimento futurista, infine come esponente del tradizionalismo cattolico-romano, ha attraversato – con il suo stile variopinto – generi letterari che spaziano dalla polemica d’avanguardia al lirismo biografico. Fondò con Giuseppe Prezzolini una stimata rivista chiamata Leonardo (1903-1907), cui seguì una seconda esperienza con La Voce (1908-1916). In quell’epoca, Papini era già diventato un entusiasta aderente al futurismo e fondò un altro periodico, Lacerba (1913), con Ardengo Soffici.

Papini e Soffici

Papini e Soffici

Nel medesimo clima culturale si inserisce il suo primo saggio, dal titolo Il crepuscolo dei filosofi (1906) – ripubblicato quest’anno dall’editore GOG – con il quale il nostro autore attaccò ferocemente la filosofia di Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer e Nietzsche – autentici idoli i cui seguaci non devono avergli perdonato i morsi della giugulare e i colpi da coccodrillo famelico. Già nel prologo, l’autore avverte:

È un libro di passione, […] senza scrupoli, violento, contraddittorio, insolente come tutti i libri di quelli che amano e odiano e non si vergognano né dei loro amori né dei loro odi.

Un tentativo, per il giovane scrittore e per l’uomo già in preda a profonde crisi esistenziali, di liberarsi dall’influenza mortificante della cultura accademica e dei filosofi da cattedra. Il suo libro, a differenza di altri, più garbati, è da intendersi come un’opera di vita; infatti, il suo sforzo personale e il suo travaglio spirituale sono i veri protagonisti del volume.

Non siamo dinnanzi ad una storia della filosofia moderna ovvero ad una raccolta di saggi sui corrispondenti filosofi, con dotte disquisizioni sul loro pensiero, bensì ad un’autobiografia intellettuale, un coraggioso tentativo di emanciparsi dalle incrostazioni logico-razionaliste del suo tempo. E tiene a precisare che il valore del pamphlet verrà dal futuro, se egli avrà avuto la forza di compiere qualcosa di grande – ben cosciente che le rivoluzioni non si attuano sui libri e con i libri; in caso contrario, resterà

uno sfogo che interesserà soltanto qualche compagno di cammino o qualche dilettante di anime.

Si vanta di aver posto sotto tortura quelle tre o quattro idee generali che ognuno dei filosofi esaminati aveva inventato e lasciato in eredità ai posteri, per gettarle poi con disgusto nel cestello degli avanzi; uno sforzo, insomma,

per dimostrare tutta la vanità, la vacuità, l’inutilità e la ridicolaggine della filosofia, […] questo equivoco aborto dello spirito umano, questo mostro di sesso dubbioso che non vuol esser né scienza né arte ed è un miscuglio di tutte e due le cose, senza arrivare ad essere uno strumento di azione e di conquista.

Per stendere questa violenta accusa, Papini afferra la parte più recente e viva della filosofia, che persiste nelle scuole, nelle università, nel dibattito sulle riviste; e invece di studiarla in astratto, preferisce giudicarla e aggredirla nella persona dei suoi più grandi rappresentanti, osservati come uomini viventi, concreti e determinati, presi di petto uno per uno e gettati contro il muro, senza riguardo e compassione. La principale complicazione di tutti i sistemi di insegnamento moderni – cui non sfugge la filosofia – è la mancanza di un dubbio metodico; tutto diventa oggetto di accettazione passiva, di fede, di cieca adesione ideologica. Così, al principio del secolo terribile, sembra che i nodi vengano al pettine.

Nel primo Papini – dalle colonne del Leonardo o dalle pagine del Crepuscolo – sentiamo rivivere l’ideale romantico della vita come volontà, sforzo, dolore; ma il desiderio di verità ed eternità non è adeguatamente appagato e rinasce come una catena infinita di spasimi, tormenti, desolazioni, perché le sorgenti più pure della vita e del pensiero – che sgorgano fresche, per dissetare gli spiriti più alti –sono ora ostaggio dei demagoghi, dei fiacchi borghesi, dei “proletari”, diventando rapidamente secche, fetide ed equivoche. Lo storicismo, il materialismo, il positivismo e tutti gli altri “-ismi” di questo mondo sono strumenti vecchi e arrugginiti; il principio è la vita, il fine è la morte. Il giovane Papini è in cerca di un sentiero per vivere intensamente ed abbracciare la morte stando ben ritto.

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Per millenni, i filosofi hanno esplorato il significato dell’esistenza, arrivando ad un ampio spettro di conclusioni, più o meno convincenti. Ora, caduta la narrazione positivista, non rimane che il deserto, nessuna bandiera morale o realizzazione filosofica. Tutte le esperienze umane, dall’amore alla gioia e al dolore, sono prive di senso, l’esistenza stessa non ha più uno scopo, neanche illusorio. Il nichilismo si afferma nella mancanza di valori, tutti i giudizi appaiono arbitrari, è il momento di volgersi di nuovo a se stessi, piuttosto che ai propri idoli: scoprire cosa è nascosto dentro di noi, portarlo alla luce. In quello che Julius Evola definì il suo “periodo speculativo”, tra il 1918 e il 1927, che fu ispirato dal neo-idealismo di Croce e Gentile, egli perseguì la via d’uscita e, allo stesso tempo, la risposta al problema fondamentale della moderna filosofia, il problema gnoseologico – la necessità di trascendere l’io come si manifesta abitualmente e interpretare e vivere il mondo non più (e non solo) in termini di conoscenza, ma in funzione di potere.

Allora, Evola – come Papini – prese le distanze da Nietzsche, criticando il filosofo tedesco per l’incapacità a sviluppare un vero superamento dell’ordine della natura, dato che la pura esistenza vitalistica può essere oltrepassata solo tornando ad un principio; in altre parole, se il sentiero dionisiaco ha ragione nel respingere il sentimento meramente religioso e consolatorio, che nega l’io come non idoneo alla trascendenza, entra in errore quando regredisce nell’orizzonte degli impulsi naturali. Di conseguenza, il compito sta nel determinare se, e in che modo, è possibile che l’io sia dominio assoluto e potenza infinita, su se stesso e sulle cose, come espressione di una libertà ugualmente assoluta, superando i limiti meramente gnoseologici entro i quali era stato confinato dall’idealismo filosofico: il superamento del dominio banalmente cognitivo era ciò che intendeva Evola con l’espressione “idealismo magico”. Insomma, il vero superamento della religione non può essere l’ateismo, né la generale incredulità, ma la possibilità per l’uomo comune di diventare dio, di essere dio, di ritornare alla propria identità con dio, poiché l’assurdità del sentiero opposto, quello del dio che diventa uomo nella forma di totem ideologici, è già stata percorsa con esiti terrificanti.

Julius Evola

Julius Evola

Tutte le società tremano all’apparire di un’aristocrazia sprezzante di vagabondi, di sovrani dell’ideale e conquistatori del nulla, che avanzano senza inibizioni; affermarsi, realizzarsi, riconoscere come unica legge ciò che corrisponde alla propria natura, al proprio essere profondo, e renderlo qualcosa di assoluto: questa è la missione dell’essere uomo. Nel 1921, Papini annunciò la sua conversione al cattolicesimo, nel quale era stato allevato. Seguirono un certo numero di opere religiose. Fu questo un abdicare alle sue prime tensioni e aspirazioni? È possibile che egli avesse trovato una propria strada personale e solitaria, staccandosi dalla mondanità? Solo alla sua coscienza spetterebbe una risposta definitiva.