Un tempo, quando ero bambino, vagavo per un Quinto Angolo del mondo e scoprivo che laggiù tutto era diverso da ogni realtà nota, come solo i bambini e i vecchi desiderano che sia. Ora il mio sogno si è avverato.

Inizia così la narrazione di Rudyard Kipling del viaggio brasiliano, compiuto con la moglie nei mesi di febbraio e marzo del 1927, quando i due si erano lasciati alle spalle la giovinezza e la vita li aveva già provati dolorosamente. Le lettere di viaggio — sette in tutto — che lo scrittore inviò al Morning Post di Londra verranno pubblicate tra il 29 novembre e il 20 dicembre dello stesso anno, e poi sulle pagine del Liberty per la stampa statunitense, a cavallo tra il 1927 e il 1928. Un’edizione che li raccoglie tutti, con il titolo di Brazilian Sketches, verrà data alle stampe da Doubleday Doran, a New York, nel 1940. Ogni testo in prosa è accompagnato da una poesia, che funge insieme da esargo e da epigrafe.

Scrive Massimo Scotti:

Lo scrittore, che ha visto centinaia di paesaggi diversi, ritrova i ricordi della sua infanzia indiana in un insperato specchio magico, anche se deformante: il carnevale di Rio e le sorprendenti ferrovie montane, le fattorie in cui vengono allevati i serpenti e le case antiche abitate da misteri sono solo alcune delle scoperte di Kipling nella sua esplorazione libera da pregiudizi e perpetuamente sospesa fra l’incredulità e una sincera, mai altezzosa passione per l’esotico.

Appena sbarcato sulle coste brasiliane, Kipling si accorge subito, quasi come colto da un’improvvisa illuminazione, che:

C’era una vita antica e affascinante oltre quelle coste verdi […] ma ancor più all’interno, un mondo quasi intatto. […] Ci lasciammo trascinare dalla corrente di quella nuova società; ogni legame con il resto del mondo era infranto. Quei luoghi appartenevano a un altro Potere, sorto su fondamenta a noi completamente ignote.

Gran parte degli appunti di Kipling si innescano sulla riflessione dedicata alla dicotomia esistente tra il “mondo civilizzato”, vale a dire quello anglo-occidentale che, dopo coloni ed esploratori, importò nell’Iberoamerica anche i frutti della rivoluzione industriale, e quello “indigeno” che tuttavia, avendo già alle spalle almeno un paio di secoli di colonizzazione, appare più come un crogiolo di etnie e costumi diversi piuttosto che come un universo nativo inteso graniticamente, sul modello del «buon selvaggio» di Rousseau.

Nella poesia che introduce il terzo scritto, intitolata Il canto della dinamo, Kipling si rivolge direttamente al motore dinamo, imago visibile e terribile dell’avvenuta rivoluzione industriale, giunto fino in Amazzonia per arginare il Caos dell’Inferno Verde con la téchne dell’uomo bianco: «Come posso sapere» gli domanda il poeta, «se controlli i Poteri che mi fanno muovere? / Io so soltanto che sono tutt’uno / con le vere potenze che lacerano / il Firmamento sopra di me / e possono distruggere la Terra / salvando me soltanto». Emerge dunque, nell’animo di Kipling, l’incommensurabile ambiguità delle conseguenze dell’avvento del progresso industriale, positive per l’uomo, mortifere per la selva.

Impressionante è soprattutto il capitolo dedicato ai costruttori di ferrovie, spesso impegnati a fissare manualmente le rotaie su versanti montani con anche duecento metri di dislivello: «Le montagne si innalzavano maestose e magiche, con cime a testa di martello o simili a zanne di roccia, vellutate, coi pendii verticali ricoperti da fitte e tenaci foreste vergini»; è compito dei manovali contrastare giorno dopo giorno tutte le insidie insite su queste parete montuose, che la foresta vergine minaccia continuamente di riportare nuovamente allo stato originario, fagocitando l’opera dell’uomo nel proprio amplesso vegetale.

Eppure, l’anima profonda del Sudamerica dei secoli precedenti non sembra indietreggiare di fronte all’avanzata delle macchine “infernali” portate dall’uomo bianco. Anche se «si prosciugarono le paludi, la febbre fu sconfitta, gli autocarri presero il posto dei muli», nondimeno «il cuore oscuro dell’antica città [di Santos], con le case dai colori violenti e i magazzini traboccanti di caffé, sembra ancora narrare sottovoce i tempi delle baracche, degli schiavi e delle malattie».

Dietro al lusso, al progresso e allo sviluppo, alle pretese di questa o quella scuola di pensiero, dietro al clamore degli alieni appena sbarcati, si percepisce ancora lo spirito dei primi capitani e delle bandeiras — gli squilli di tromba, gli eserciti — nascosti, ma sempre presenti — mentre le braci vive attendono sotto le ceneri di una stagione lontana il momento per risorgere e dominare questo seducente, enigmatico mondo a parte.

Per non parlare dei serpenti e delle tarantole velenose, che Kipling definisce «Piccoli figli della Morte», «create dal Diavolo in persona», che nonostante tutti gli accorgimenti dei coloni per rendere tutto «lindo e pulito» non sembrano affatto accennare a diminuire di numero. La giungla appare così, agli occhi dello scrittore inglese, come un grembo incommensurabile in grado di fagocitare vite (umane) e di materializzare perennemente le forme vive della natura selvaggia, quasi come se stesse combattendo una vera e propria guerra contro il «Progresso» portato dall’uomo bianco: «pare che la Terra, come il Sole e le case dalle tinte sgargianti, esageri recitando il proprio ruolo nell’immenso e florido dramma di questo Mondo a parte».

A quanto pare, nella gran luce del sole, tutto deve essere vistoso, teatrale: e questo forse è il segreto dei popoli latini.

Chiosa Kipling. Quale occasione migliore per corroborare questo suo pensiero del Carnevale di Rio, durante il quale «la città impazzisce completamente», tra enormi sagome e carri allegorici fatti sfilare dalle varie gilde e corporazioni cittadine:

Gruppi di uomini e donne di colore, uniti da una corda, formavano drappelli e cortei barbarici, colorati di rosso, verde e giallo, e così avanzavano a tempo, scuotendo il suolo e l’aria con il timbro e il rombo di melodie ancestrali, muovendosi tra la folla a ritmo di samba. Era Africa pura. Il legame con le origini non sembrava interrotto.

Il territorio brasiliano, già altro in senso geografico dal punto di vista del visitatore inglese, diventa altro anche da una prospettiva ontologica, andando a creare una dicotomia tra la «civiltà della scienza e della ragione», qual è ovviamente quella anglo-occidentale, e la cultura indigena che non è — si badi bene — né l’assenza di una civiltà né una fase precedente («pre-logica») rispetto alla civiltà occidentale di stampo razionale. Operazione, peraltro, già riscontrabile in altre opere kiplingiane, come i Racconti del terrore anglo-indiani, scritti sul finire del secolo precedente, dal 1885 al 1893.

È anche per questo che non è lecito, a dispetto di quanto qualcuno sostenga più per sentito dire che altro, etichettare sbrigativamente Kipling come razzista: pur non ignorando alcune sue posizioni filo-imperialistiche, nelle sue opere è sempre avvertibile un senso di meraviglia se non di ammirazione verso le culture altre, che egli non si limita a tratteggiare facendo uso di luoghi comuni e pregiudizi, ma anzi indaga con la sete del vero uomo di sapere, dell’esploratore d’altri tempi. Così, ad esempio, nella poesia che apre il capitolo conclusivo — quello dedicato al Carnevale di Rio — intitolata Due razze, si legge:

Le nostre albe e i nostri morti amati
impongono e controllano che le nostre vite
siano separate dalle origini: figlie di un’unica sorgente,
ma ruscelli diversi, distanti come i Poli.

Ma anche se i nostri mondi son così disgiunti,
incontrarti può essere mostrare
quel cuore grande e generoso che
il prossimo di rado può vedere.

[…] Nel breve spazio di un momento
ciascuno potrebbe essere appagato
e scoprire che l’altro è un portento
per poi tornare alla sua razza, illuminato.