L’imponente romanzo di Victor Hugo, I Miserabili, continua a stupire ancora oggi per le grandi battaglie di cui sono protagonisti i suoi personaggi, che in nome di un ideale sono disposti anche ad affrontare le più aspre difficoltà e ai più tremendi sacrifici. Anche al tempo del racconto, costoro devono scontrarsi con una categoria di persone che vivono secondo tutt’altri schemi.

Grandi lotte di ideali, parole che il popolo divenuto massa ha disgraziatamente dimenticato. Sono battaglie che, cullato nei suoi falsi desideri, non riesce a comprendere e scambia per ingenuità, seguendo pedissequamente il motto: “rinunciare a un desiderio, manco per sogno”. Ed è per questo che sarebbe opportuno riscoprire “Les Miserablès” di Victor Hugo (1862), questo grande classico che ha assegnato agli ideali un ruolo da protagonisti. In particolare, di questo monumentale lavoro conosciuto tuttavia da pochi in maniera sufficiente, vanno messi a fuoco principalmente tre elementi che inquadrano il valore e lo spirito dei personaggi.

Il primo è certamente Jean Valjean, il protagonista del romanzo. Condannato ai lavori forzati, sconta la pena ed esce dal carcere, e l’incontro con un vescovo straordinario gli cambia la vita. Commette però un piccolo furto – in uno stato quasi confusionale, atto di cui si pentirà – che lo renderà un ricercato dalle forze dell’ordine, da cui riuscirà a tenersi lontano tramite fughe, morti simulate e identità false. Nonostante ciò, si dedica anima e corpo ad aiutare i poveri e i bisognosi superando ogni sorta di difficoltà. Si fa anche carico di una figlia orfana di nome Cosette, di cui si prenderà cura in ogni modo possibile: ella diventerà il principale motore della sua vita, combatterà per la sua felicità in ogni momento. Quella di Jean Valjean è una vita profondamente cristiana, interamente devoluta al servizio degli altri e questa visione del mondo, nata in lui grazie all’opera del vescovo Myriel, lo guiderà per tutta la sua vita.

Un’illustrazione che ritrae Jean Valjean

Il secondo fulcro del romanzo è l’ideale politico, che è certamente imposto dall’epoca storica in cui è ambientato il romanzo, che si colloca negli anni della Restaurazione. Ricercando un’attenta ricostruzione storica, I Miserabili descrive in particolare una specifica rivolta soffocata nel sangue avvenuta nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1832. La divisione tra le due fazioni, realisti e repubblicani, divide amici e parenti più o meno stretti. Esempio emblematico è il giovane avvocato Marius, fedele bonapartista, figlio di un caduto nella battaglia di Waterloo e orgogliosamente difensore dell’imperatore – così definiva Napoleone, tanto da andar via dalla casa del suo padre adottivo a seguito di una accesa discussione politica.

Inoltre sono descritti nelle pagine del romanzo i circoli dei giovani parigini, a cui partecipa anche Marius, che fanno del dibattito filosofico e politico un modo di crescere e di vivere assieme. Questi uniscono il momento ricreativo con la riflessione e il dibattito, rendendo in questo modo il momento stesso un’occasione di confronto e di crescita. Infine, l’ultimo fulcro del romanzo è l’amore tra Marius e Cosette. Un amore quasi platonico – Hugo ce li descrive non essere mai andati oltre un singolo bacio – che spinge i due giovani a dolori, gioie, fatiche e sacrifici. È dunque una passione ardente, che scuote l’animo dei due giovani, tra le promesse di Marius, i suoi giuramenti con in palio la morte, indice dell’intensa fedeltà che li lega. Nulla a che spartire con le relazioni usa e getta del nostro tempo, che poco hanno di sincero e che sono a metà tra il capriccio individuale e la pressione sociale.

Un’illustrazione che ritrae Cosette

Eppure quest’opera, che tanto è incentrata sulla lotta di ideali e sullo spirito di sacrificio, non cessa di stupirci con una pagina di profondo realismo. Anche nell’epoca di Victor Hugo, infatti, il popolo, più che all’azione, tende a un atteggiamento reazionario, guarda con profondo sdegno ai tumulti che accadono, forse memori dell’esperienza passata – quella del Terrore – e affinché decida di muovere un qualcosa è necessario che sia toccato nel profondo da un’insoddisfazione, e che vi sia un casus belli, una scintilla tale da far divampare l’incendio.

Non si fa camminare di sorpresa un popolo più in fretta di quanto non voglia. Disgraziato chi tenta di forzargli la mano. Il popolo non lo permette. Allora abbandona l’insurrezione a se stessa. Gli insorti diventano degli appestati.

Così lo scrittore analizza il sentimento sociale che regna prima della lotta sulle barricate. Il popolo è distante, è stanco, ha la pancia abbastanza piena da non voler rischiare di perdere comunque quel poco che ha e quindi si accanisce contro quelli che – gli sembra – vogliono privarlo della stabilità che gli può consentire almeno di sopravvivere. Non a caso nella storia sono avvenute rivoluzioni in presenza di un fortissimo malcontento generale; esempio principe ne è la rivoluzione russa: la guerra aveva talmente stremato la vita della popolazione da farle giocare il tutto per tutto, non avendo veramente più niente da perdere. Perciò il popolo non è animato dalla stessa passione, non è catturato dall’ideale come i protagonisti del romanzo, disposti anche al sacrificio. Per rendere questo concetto dal punto di vista letterario, Hugo descrive la reazione di una cittadina al principio del tumulto:

Che vuole quella gente? Non è mai contenta. Compromette uomini pacifici. Come se non ne avessimo abbastanza di queste rivoluzioni! Cosa sono venuti a fare qua? Che si arrangino. Tanto peggio per loro. Se lo sono voluto. Hanno quel che si meritano. Non ci riguarda. Ecco la nostra povera strada trivellata di colpi. Sono un mucchio di farabutti. Soprattutto non aprite la porta.

Al di là dello specifico riferimento politico di Victor Hugo, di un’insurrezione che si può sostenere o avversare, l’atteggiamento che lo scrittore francese vuole descrivere è quello della gente comune che si barrica dentro le case, dentro il suo piccolo, rigettando quello che c’è fuori, guardando al massimo dalla finestra, senza prender parte nè da un lato né dall’altro. Questo aspetto tradisce, in particolare, un tratto distintivo tipico dell’uomo comune che lo differisce enormemente rispetto ai grandi protagonisti de I Miserabili.

Victor Hugo

Infatti da una parte questi ultimi percorrono una via in maniera attiva, seguono i propri valori, soggiaciono ad essi e in più sono disposti a enormi sacrifici materiali per portarli fino in fondo. Al contrario, l’uomo medio non sente queste esigenze, vive alla giornata; non vive di dubbi, di ideali, di ricerca ma semplicemente vive. Forse, dal momento che è privo di un sistema valoriale che lo costringe a procedere in una certa direzione, sarebbe descritto da qualcuno come più libero, ma in realtà è solamente libero di soggiacere alla sua quotidianità, che sarebbe altrimenti sovvertita da un senso profondo di mancanza che sfocerebbe nella ricerca o nella realizzazione di un progetto. Discutendo di questi aspetti, il filosofo che più ne ha indagato le cause e le implicazioni è stato certamente lo spagnolo Ortega y Gasset e nel suo capolavoro La ribellione delle masse ha descritto così il concetto di vita attiva:

Nobiltà, per me, è sinonimo di vita coraggiosa, tesa sempre a superare se stessa, a trascendersi, a raggiungere quel che si propone come dovere ed esigenza. In tal modo la vita nobile si contrappone a quella volgare o inerte, che staticamente si chiude in se stessa, condannata a una perpetua immanenza, poichè nessuna forza esteriore la costringe a uscire. Per questo chiamiamo “massa” un tal modo di essere uomo – e non tanto perché appartenga a una moltitudine, quanto perché è inerte.

Così anche noi leggendo – o rileggendo – questo grande capolavoro, possiamo cercare ancora di capire come una vita nobile “si definisce in base all’esigenza, agli obblighi, non ai diritti”. Le catene di Jean Valjean scompaiono veramente non quando esce di prigione, ma quando la sua vita viene sconvolta dal vescovo Myriel, che gli apre una fetta di mondo che lui ignorava, e lo costringe a vivere non degli accidenti ma in maniera attiva e consapevole. E allo stesso modo sono più liberi e realizzati i giovani amici e compagni di Marius, che muoiono sulle barricate in nome di un qualcosa che loro credono giusto, rispetto alle masse che si ubriacano in una bettola qualsiasi di Parigi per poi tornare mestamente a casa. Sembra perciò che la più grande rivoluzione che si dovrà compiere nel futuro sarà appunto non quella di liberare la popolazione da un qualsiasi potere che la opprime, più o meno pesantemente, bensì quella di liberare l’individuo stesso. E questa non potrà che essere una rivoluzione culturale.

Vi è infine un’altra caratteristica che rende particolarmente pregiato questo lungo romanzo e che lo colloca certamente lontano dalla massa dei prodotti editoriali del nostro tempo, che tanto vanno a ruba nelle librerie, rendendolo un rifuggito dalle moltitudini in cerca di un semplice prodotto di consumo. Questa peculiarità consiste nelle lunghe pagine di riflessione, di politica, di storia, di analisi sociale, di religione, di vita quotidiana, che arricchiscono il capolavoro di Victor Hugo. Queste allungano la lettura e forse la rendono anche più impegnata, ma di certo la arricchiscono sensibilmente. In questo modo l’autore ottiene sia l’effetto di far arrivare il lettore più preparato al racconto vero e proprio – altrimenti avrebbe qualche difficoltà a comprendere fino a fondo il romanzo – ma anche di far attendere il lettore più impaziente, che vorrebbe scivolare via con gli avvenimenti della finzione letteraria, solo quel tanto che basta a rendere più piacevole poi il momento della ripresa della narrazione.