Pochi autori sono in grado di ritrarre le inquietudini di un’epoca, ancor meno sanno sconvolgere generazioni di lettori. Huysmans è certamente tra questi, e come il suo Des Esseintes, fine esteta in fuga dal mondo, ha vissuto controcorrente fino ad avvicinarsi all’occultismo e al satanismo. L’abisso è il resoconto del suo tormentato viaggio lontano dalla luce.

È il 1890: da meno di dieci anni Huysmans ha pubblicato il suo capolavoro, À rebours, scioccando la perbenista società del tempo. Sta ora lavorando a un progetto diverso: una biografia di Gilles de Rais (1405 ca.–1440), eroico maresciallo di Francia nella Guerra dei Cent’anni, compagno d’armi e tutore di Giovanna d’Arco, omicida, stupratore, apostata e stregone. Si tratta forse del primo esempio di serial killer che la storia ricordi, un mostro che avrebbe seviziato e ucciso più di centoquaranta bambini, ispirando il famigerato Barbablù della fiaba di Perrault.

Scriverne, però, non è facile.
Huysmans, che non è uno storico di professione, accumula e consulta documenti, vaglia e confronta le fonti, rilegge le carte processuali fino alla nausea, ma è qualcos’altro a colpire la sua sensibilità di letterato e una domanda gli arrovella il cervello: cosa ha spinto un prode cavaliere cristiano al crimine e alla stregoneria? Quale fascino può aver esercitato su di lui l’occulto? Forse, proprio per comprendere appieno il controverso Gilles de Rais, si dà a coltivare il mai sopito interesse per la magia nera riuscendo persino a farsi presentare l’abate Boullan, canonico scomunicato dedito a bizzarre pratiche occulte.

È l’uomo che sta cercando, l’individuo che può introdurlo in un mondo misterioso e conturbante, il maestro in grado di svelargli i misteri iniziatici di una Parigi segreta che lo attrae irresistibilmente. Nasce così L’abisso, un’opera a metà strada fra romanzo e saggio in cui, alle ben note vicende del Maresciallo di Francia, si mescolano quelle del protagonista Durtal, alter ego di Huysmans ricorrente nella produzione successiva. Si tratta di un personaggio che preserva ancora ben marcati i tratti dell’esteta decadente: nauseato dalla sterilità emotiva della modernità si rifugia nel passato, in quel Medioevo di passioni semplici e autentiche, pervaso dall’ossessionante lotta tra bene e male, con i suoi santi e i suoi diavoli.

Da naturalista disilluso per cui “la letteratura non ha che una sola ragion d’essere: salvare chi se ne occupa dal disgusto del vivere”, col suo scetticismo Durtal vuole andare oltre il sensibile, oltre la realtà fenomenica per scoprire finalmente l’uomo e metterne a nudo l’anima. Se i tranches de vie possono servire tutt’al più a render conto delle circostanze che hanno indotto Gilles ad agire in un determinato modo, per chi come Huysmans punta a comprendere le ragioni profonde delle sue diaboliche gesta, a sondarne la psiche e a soppesarne il cuore, servirà uno sforzo ulteriore, un tentativo titanico di mimesi. E a ben guardare è proprio la ricerca il tema portante dell’opera: il Maresciallo di Francia, con i suoi istinti e le sue contraddizioni, non è che un pretesto, un’occasione offerta all’indagine, e lo stesso vale per i diversi personaggi che contribuiscono al dipanarsi dell’intreccio, compresa quella madame Chantelouve che condurrà il protagonista ad assistere a un’autentica messa nera.

Huysmans

Il lettore, trascinato ben presto nel vortice di un’atmosfera onirica e disturbante, pur avvertendo costantemente il rischio che la trama gli sfugga tra le dita, procede nella sua personale récherche sapientemente guidato dal migliore Huysmans il cui impasto linguistico tocca l’apice dell’espressività e della tensione emotiva. Ci si ritrova così, insieme a Durtal e sulle orme di Gilles, a passeggiare proprio sull’orlo dell’abisso, di un mondo misterioso e oscuro che sfida l’inarrestabile sete di conoscenza umana e in cui è facile perdersi.
Ma attenzione: varcata la soglia, superato l’estremo limite Là bas è possibile risalire? Questo sinistro interrogativo riecheggia nelle pagine del romanzo, tra le pieghe di una ricerca che conduce sempre più lontano dalla luce.

Le successive vicende di Huysmans sono ben note: pur riportando cicatrici profonde da tale esperienza, si convertirà presto al cattolicesimo e gli ultimi lavori testimonieranno una fede sincera e incrollabile, uno spirito pacificato cui contraltare saranno un linguaggio semplice e disteso, un tono umile e dimesso. L’abisso rappresenta, dunque, il romanzo che precede la svolta, sia tematica che espressiva, di In viaggio, cui seguiranno altre due opere dello stesso tenore, La cattedrale e L’oblato.

Cosa ne è invece di Gilles de Rais?
Nel tracciarne la parabola discendente Huysmans ritrae un individuo che, quasi novello Ulisse, finisce gradualmente col perdersi dietro la sua folle brama di conoscenza e rinchiuso nel suo castello, circondato da opportunisti e ciarlatani, si spinge sempre oltre fino a macchiarsi dei crimini e delle scelleratezze più efferate.

La fiaba di Barbablù

Eppure non tutto è perduto: in alcune delle pagine più toccanti del romanzo, dove si riscostruisce con viva partecipazione il processo e la condanna, il mostro sanguinario sa ritrovare se stesso, pentirsi e chiedere perdono a Dio e agli uomini cui tanto male ha arrecato. Il pianto sincero e l’inconsolabile disperazione fissano il momento culminante della sua vicenda terrena e spirituale, sono un monito e una luce di speranza, un esempio e una promessa di redenzione per tutti. E così, nella catarsi finale, persino l’odiato “macellaio di Sodoma” riappare “il compagno di Giovanna d’Arco”, “il mistico” la cui anima può involarsi a Dio “in balbettante adorazione, trascinata da fiumi di lacrime”.