Che cos’è Hagakure? Chi è sempre alla ricerca di una definizione univoca rimarrà deluso di fronte a un libro che si presta a molteplici interpretazioni. È il bushidō – 武士道, codice comportamentale e manuale di autodisciplina dei samurai, certo, ma anche lucida testimonianza di un’epoca giunta al tramonto; il testo tristemente noto per aver accompagnato gli aviatori kamikaze nei voli suicidi durante la Seconda Guerra Mondiale, ma allo stesso tempo il diario intimo di un guerriero, Yamamoto Tsunetomo, fattosi bonzo più per necessità che per virtù. E quest’ultimo aspetto, in verità fondamentale, rischia troppo spesso di passare in secondo piano a causa delle forzature e delle interpretazioni contrastanti cui il testo è stato oggetto nel tempo. Il titolo, però, parla chiaro: “al riparo”, “nascosto dalle foglie”, suona in italiano.

Pensieri sparsi, dunque, riflessioni maturate nella solitudine del romitaggio da un samurai e monaco buddista per essere fissate nella brevitas dell’aforisma o dell’aneddoto e infine discusse ed impartite quali precetti a un giovane allievo, lo stesso che avrebbe poi disobbedito all’estrema volontà del maestro: distruggere il libro. Varrà innanzitutto la pena spendere qualche parola su Tsunetomo, controverso autore più volte accusato di non essere una voce del tutto attendibile. Quando serve il suo signore, Mitsushige Nabeshima, l’epoca d’oro dei valorosi samurai è un ricordo che inizia a sbiadire: terminate le sanguinose lotte tra clan, il Giappone si avvia, sotto la guida di un unico shōgun – 将軍, verso un lungo periodo di prosperità e benessere, la Pax Tokugawa. Chi esercita il mestiere delle armi deve sapersi reinventare: Tsunetomo, pur continuando a vivere secondo l’etica del bushido, aspira a diventare consigliere di corte e dunque legge e studia molto, concilia la via del pennello con quella della spada.

Quando Mitsushige scompare, però, un editto lo priva del suicidio rituale: nulla c’è di peggio per un samurai che diventare un rōnin – 浪人, un guerriero senza signore, un uomo alla deriva tra le onde di un mondo che più non gli appartiene. Non gli resta che una strada: se la morte gli è negata fisicamente, Tsunetomo può ancora abbracciarla spiritualmente: a soli quarantadue anni rinuncia alla vita mondana, diventa monaco buddista e si ritira nella solitudine dei monti per dedicarsi alla meditazione e all’ascesi. Qui, tra rimpianti e privazioni, ripensa alla sua esistenza, alla sua condizione, al destino beffardo e ai tempi che stanno irrimediabilmente cambiando. Le sue riflessioni, la sua testimonianza sincera, sono affidate ad Hagakure.

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Una contraddizione evidente sottolineata da molti, ovvero che è un samurai atipico come Tsunetomo a codificare il bushido e per di più in tempi di pace, da elemento di debolezza può trasformarsi in punto di forza: il sogno che l’autore ha visto sfuggirgli tra le mani, l’ideale di vita cui si è votato sin da bambino, lo conducono a un’idealizzazione senza precedenti della casta guerriera cui appartiene. E a proposito del contenuto del libro se ci fosse un sottotitolo da apporvi sarebbe “maneggiare con cautela”, cosa che avranno sicuramente pensato anche le autorità statunitensi quando ne proibirono la diffusione nel Giappone post bellico. Perché l’insistenza ossessiva su particolari temi, in primis la necessità della morte e del sacrifico in cui la “Via del samurai consiste”, vanno approcciati senza pregiudizi di sorta e opportunamente contestualizzati, magari leggendo scritti affini (dal Budoshoshinshu di Yuzan al Go Rin No Sho di Musashi) ed opere storiografiche che forniscano gli strumenti indispensabili all’interpretazione del testo.

Non è semplice, intendiamoci, ma è l’unico modo per non cadere nel circolo vizioso delle strumentalizzazioni e rendere giustizia a figure divenute leggendarie incarnazioni dell’onore, della fedeltà e dell’abnegazione spinti oltre l’estremo limite, ideali che a ben guardare sopravvivono ancora nella cultura giapponese (si pensi, ad esempio, all’eroico sacrificio di una cinquantina tra ingegneri, tecnici e operai che all’indomani dell’incidente di Fukushima decisero di restare ad esporsi alle radiazioni pur di contenere gli effetti devastanti del disastro nucleare). Tuttavia a tale chiave di lettura se ne può affiancare una ancor più suggestiva. Yukio Mishima, che all’opera di Tsunetomo deve molto, una volta ebbe a dire:

Quindi nelle tenebre della nostra epoca Hagakure irradia per la prima volta la sua vera luce.

È fin troppo facile intuire che oggi, nel bel mezzo di una crisi di valori endemica e di un vuoto esistenziale incolmabile, ritrovare la rotta nel mare in tempesta passa anche attraverso il recupero del passato, del modello di vite esemplari e dei principi che le hanno ispirate. Fermo restando la distanza, culturale e cronologica, che separa i due mondi, quegli ideali, troppo spesso dimenticati e surclassati, andrebbero ripresi, ridiscussi, attualizzati. Scrive Tsunetomo:

Le tendenze di un’epoca sono insostituibili […] non si può far regredire l’età attuale alle tendenze di cent’anni fa. Cogliere gli aspetti positivi di ogni epoca: questo è l’essenziale. Coloro che si attaccano alle tendenze dell’antichità, però, non lo capiscono e cadono in errore. Del resto, altri mirano a preservare soltanto lo spirito del presente e odiano le tendenze del passato; anche tali attitudini sono erronee.

Il presente non è un piano temporale antitetico al passato, ma convive con esso, ne preserva e arricchisce la memoria, ne trae insegnamenti validi oggi quanto ieri.

Perché i tempi cambiano, non possiamo farci niente, ma gli uomini, in fondo, restano sempre un po’ uguali e allora ben vengano queste lezioni d’umiltà, parola divenuta quasi estranea al nostro vocabolario, di autocritica, ormai soffocata da un ego ipertrofico, di spirito di sacrificio, preteso dagli altri ma mai da sé stessi, e via di seguito verso il fine ultimo: il raggiungimento di una consapevolezza e una serenità che, Tsunetomo insegna, si possono trovare solo nel proprio intimo. Anche questo è Hagakure, anche questo si nasconde “tra le foglie”: al benevolo lettore il compito di scoprirlo e appropriarsene.