La gran parte degli appassionati di speculative fiction ha letto le storie di H.P. Lovecraft, o comunque è a conoscenza del fatto che si tratta di uno dei più importanti scrittori dell’immaginario. L’Autore ha contribuito in maniera determinante a suggestionare stuoli di lettori e ha sedotto pletore di autori che non esitano, appena possibile, a rievoca le tetre atmosfere dei Miti di Cthulhu. La forza della narrativa del Solitario di Providence non si limita solo a questo, in quanto ha creato un fenomeno culturale senza eguali, che ha influenzato non solo altri romanzi, ma anche film, fumetti, giochi di ruolo, giochi da tavolo, videogame e illustrazioni.

Eppure, alla loro prima apparizione le opere del Solitario di Providence giunte in Italia, che ormai risalgono al 1960 circa, non avevano destato grande interesse tra il pubblico e avevano ricevuto pessime recensioni da parte degli addetti ai lavori. Probabilmente i tempi non erano maturi e il nostro doveva inoltre fare i conti con traduzioni dei suoi testi che non erano appropriate, e in talune circostanze erano addirittura sunteggiate!

Howard Phillips Lovecraft nel 1934

Questa iniziale diffidenza riguardo all’orrore cosmico è stata superata grazie alla meritoria opera di divulgazione di Gianfranco de Turris e di Sebastiano Fusco, i quali hanno posto rimedio ai sommari lavori usciti in precedenza curando la pubblicazione di alcune antologie lovecraftiane per Fanucci (I miti di Cthulhu, 1975; Nelle spire di Medusa, 1976; La sfida dall’infinito, 1976). Tra il 1989 e il 1992 è stata inoltre pubblicata parte della narrativa di Lovecraft in quattro volumi (a cura di Giuseppe Lippi) per Mondadori, su controllo dei testi da parte S.T. Joshi, opera che è stata poi ristampata in un unico volume nel 2015 (H.P. Lovecraft, Tutti i racconti, a cura di Giuseppe Lippi, Mondadori, Milano, 2015).

Gianfranco de Turris, massimo esperto della narrativa fantastica in Italia, definisce il nostro come lo scrittore che riesce a trasporre meglio il:

caos che ribolle dietro una quotidianità apparentemente tranquilla.

Al di là della mera narrativa, non sono molti coloro che nel nostro Paese sono a conoscenza del fatto che il Solitario di Providence si è dedicato anche a scrivere poesie e saggi, oltre a essere l’artefice di un pantagruelico epistolario.

La casa editrice Bietti ha colmato questa lacuna pubblicando a settembre di questo anno Teorie dell’orrore. Tutti gli scritti critici, volume curato da Gianfranco de Turris in cui, oltre ai più importanti studi sull’immaginario affrontati da Lovecraft, sono inseriti anche pregevoli apparati critici di Gianfranco de Turris (altresì curatore della predetta), di S.T. Joshi, di Claudio de Nardi e di Sebastiano Fusco.

Al riguardo, S.T. Joshi considera il Maestro dell’orrore cosmico non solo uno scrittore di livello irraggiungibile, ma ritiene altresì che le osservazioni analitiche inserite in quest’opera possano essere considerate pietre miliari per lo studio della narrativa fantastica. È bene rilevare che questo volume costituisce l’insieme dei più importanti saggi in cui Lovecraft si è occupato dell’immaginario, e contiene pertanto saggi e lettere di vario genere in cui abbiamo modo di comprendere appieno la sua visione del fantastico.

Innanzitutto, l’Autore replica egregiamente alle critiche mossegli nei confronti di Dagon (Dagon, 1919), asserendo che il racconto è stato pensato per un pubblico ristretto e non per le masse. Nel far ciò enuclea quella che è la sua idea di narrativa, suddividendola in romantica (che riguarda quei lettori che amano le emozioni fini a se stesse), realistica (diretta a coloro che sono razionali e che apprezzano la ragion pura) e fantastica (che si dedica all’arte nel suo significato fondamentale, amplificando l’immaginario e gli stati d’animo, motivo per cui tali opere sono appannaggio solo dei lettori più sensibili).

H. P. Lovecraft negli anni trenta

Lovecraft afferma che la missione precipua dello scrittore di speculative fiction non è di ricevere i complimenti dal pubblico e nemmeno di fare della morale spicciola, cosa che lo renderebbe soltanto un dilettante, ma di descrivere con esattezza ciò che vede. Lovecraft specifica subito dopo di amare il passato e di prediligere l’Inghilterra agli Stati Uniti d’America. Peraltro, dichiara di essere un materialista, elogiando i lavori di Democrito, che ritiene fondamentali per la scuola di Epicuro, perfezionata successivamente da Darwin e Spencer. Tuttavia, benché si dichiari ateo e attacchi con spregio il concetto di immortalità, avanza l’ipotesi dell’esistenza di cicli temporali tesi a effettuare un’imperitura riorganizzazione del tempo, seguendo in tal modo la teoria dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche.

In un passaggio, il Solitario di Providence arriva a dimostrare una noncuranza del pubblico senza eguali, poiché sostiene che se pure non ci fosse nessuno a leggere le sue opere continuerebbe comunque a scrivere per compiere il proprio spirito. Inoltre, ha cura di evidenziare che non è stimolato a descrivere i rapporti tra gli uomini, ma solo quel tipo di relazioni che si instaurano tra le persone e il cosmo ignoto e infinito. Infatti ci confessa che:

Il mio piacere è la meraviglia, l’inesplorato, l’inaspettato, ciò che è nascosto e quell’alcunché d’immutabile che si cela dietro l’apparente mutevolezza delle cose. Rintracciare quel ch’è remoto nel vicino; l’eterno nell’effimero; il passato nel presente; l’infinito nel finito; queste sono le fonti del mio piacere di ciò che io chiamo bellezza.

Successivamente, in ordine alle contestazioni che gli vengono mosse riguardo all’assenza di umorismo nelle sue opere risponde che:

L’umorismo in se stesso non è nient’altro che una visione superficiale di ciò che, in verità, è tragico e orribile: il contrasto tra le pretese umane e una realtà cosmica meccanicistica.

H. P. Lovecraft, di Adriano Monti Buzzetti Colella

Lovecraft ribadisce ancora una volta di essere uno strenuo difensore delle teorie dell’evoluzione darwiniana, occupandosi di confutare con dovizia di argomentazioni le tesi cristiane e negando l’esistenza di un Dio creatore. L’Autore arriva a sostenere che l’unico sentimento umano è l’egoismo e soggiunge che le sue opere sono:

un ideale artistico che prescinde dai contenuti edificanti e dalle qualità didattiche tanto cari alla maggior parte della gente.

In un’altra occasione, il Maestro rileva che la professione di scrittore, inteso come colui che ricava interamente e unicamente il suo reddito dalla redazione delle sue opere, è in conflitto con la qualità di artista, atteso che questi svolga il suo incarico per mero profitto e non per reale passione.

Successivamente, si occupa di analizzare anche i lavori di Lord Dunsany, il cui vero nome è Edward John Moreton Drax Plunkett (Londra, 24 luglio 1878 – Dublino, 25 ottobre 1957), XVIII barone Dunsany, ufficiale dell’esercito britannico e veterano della guerra boera. In particolare si sofferma su Gli dei di Pegana (The gods of Pegāna, 1905), opera nella quale sostiene di intravedere una nuova mitologia. A essa seguono altri scritti, nei quali abbiamo modo di ammirare l’esaltazione del conflitto classico, il punto di vista cosmico, l’ottimo registro linguistico e la creazione di terre favolose.

Lord Dunsany, di Adriano Monti Buzzetti Colella

Lovecraft definisce aristocratico lo stile narrativo di Dunsany e lo colloca tra i più grandi drammaturghi di sempre, paragonandolo addirittura a Oscar Wilde (anch’egli irlandese). A suo dire, Dunsany è un autore portentoso poiché nelle sue opere ha una capacità unica di descrivere in maniera aulica il gioco a scacchi imperituro tra il Fato e il Caos, i funerali delle divinità, la nascita di universi, il mondo inteso come trastullo dei numi dove possiamo trovare un perfetto bilanciamento tra tradizione e disincanto. Anche in questa circostanza, l’Autore non perde occasione di dichiarare la propria indole antimoderna affermando che:

La scienza moderna, alla fin fine, s’è dimostrata nemica dell’arte e del godimento estetico.

Come se non bastasse, evidenzia oltremodo il suo pessimismo cosmico considerando che le scoperte moderne hanno dimostrato quanto sia vana l’esistenza umana, priva di qualsivoglia senso e hanno dato corso a tutta una serie di scrittori che hanno seguito questo filone come James Joyce, T.S. Eliot e Aldous Huxley.

Thomas Stearns Eliot

Di gran pregio è anche il saggio in cui Lovecraft illustra la modalità attraverso cui programmare sistematicamente la redazione di racconti, dimostrando una pignoleria fuori dall’ordinario, dato che ci elenca non solo quale sia il procedimento migliore per progettare lo schema di una storia, ma fa anche una tassonomia dei cliché più utilizzati del genere. Secondo l’opinione del Solitario di Providence, i racconti fantastici devono comprendere cinque elementi fondamentali: l’orrore, le conseguenze che derivano dal medesimo, la modalità attraverso cui tale aspetto si manifesta, la tipologia di paura che suscita nelle persone e gli effetti che causa nell’intreccio.

Lovecraft non lesina nemmeno mordaci critiche nei confronti degli scritti di fantascienza del suo periodo storico, affermando che solo pochi fra gli autori che si cimentano in quel genere di speculative fiction sono degni di attenzione, in quanto la gran parte di essi compone opere banali e puerili. Poi ci confessa che la sua inclinazione a occuparsi di racconti dell’orrore deriva dal fatto che tale emozione è quella più forte negli esseri umani ed è anche quella che ci permette di realizzare le visioni più allucinanti, che valicano le leggi della Natura. Per quanto concerne il tempo, un altro tema assai presente nei suoi lavori, esso corrisponde all’elemento più ineluttabile e drammatico dell’universo. Pertanto, Lovecraft arriva ad affermare che la scelta di dedicarsi all’orrore deriva dalla necessità di fuggire dalla prigione della realtà e di rifugiarsi in terre incantate e in avventure oniriche che ci vengono dischiuse dai sogni.

Robert Ervin Howard

Non manca nemmeno un prezioso contributo riservato alla dipartita di Robert E. Howard (Peaster, 22 gennaio 1906 – Cross Plains, 11 giugno 1936), evento assai doloroso per l’Autore. Il Maestro di Cross Plains viene considerato ineguagliabile nella capacità di descrivere battaglie, scontri e sangue, e gli vengono tributate qualità ben maggiori di quelle che gli avevano assegnato i critici dell’epoca. Lovecraft rileva che Howard era un amante dell’antico mondo dei barbari, periodo ancestrale in cui la forza prevaleva sull’inganno e una schiatta di guerrieri impavidi combatteva senza alcun timore civiltà decadenti, mostri e divinità. Nello specifico rileva l’abilità di Howard nella:

Descrizione di enormi città megalitiche del mondo primordiale, intorno alle cui nere torri e labirintiche cripte sotterranee aleggia un’atmosfera di terrore pre-umano e di necromanzia che nessun altro autore riuscirebbe mai ad imitare”.

Anche solo queste brevi note consentono di comprendere che Lovecraft, in tale contesto, dimostra di possedere una cultura estesa a tutto l’ambito dello scibile umano che lo rende un gigante non solo in fatto di narrativa dell’immaginario ma anche sul versante della saggistica. Ne discende che Teoria dell’orrore, per l’eccelsa qualità e varietà dei contenuti che presenta, può essere considerata una vera e propria “Bibbia” del fantastico, che ogni scrittore e critico deve leggere e studiare.