Ultimo e speriamo buono, ecco il nostro contributo al ricordare e celebrare Guido Ceronetti dopo la sua dipartita del 13 settembre scorso. Lo facciamo con lieve e voluto ritardo e le nostre non son lacrime di coccodrillo, giacché è stato forse il più grande artista e intellettuale (in senso dantesco) italiano del mezzo secolo trascorso. E nemmeno son lacrime a dire il vero, giacché intuiamo quanto il disincarnarsi per lui, il liberarsi di un corpo tanto provato dalla vita terrena, fosse da lui auspicato. Chi ha letto le sue opere sa che della morte Ceronetti non aveva paura, tutt’altro.

Arrivato a 91 anni, non è morto in agosto, che percepì mese nefasto per disperante aridità, omicidi ricorrenti, e fatti storici devastanti come le bombe atomiche sul Giappone. Mese inoltre della sua nascita in quel 1927 che, come amava ripetere, aveva visto anche la pubblicazione di Essere e Tempo di Heidegger. In una delle ultime interviste video esprimeva una cauta speranza nei giovani Salvini e Di Maio al governo. Tanto peggio di quelli venuti prima difficilmente potranno fare. Del ripopolamento italiano da Africa e Medioriente si diceva allarmato da anni, motivando l’allarme con la forza del pensiero, senza che venisse meno una pagliuzza di pietà per l’umano, della sua profondissima compassione per le creature tutte.

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Certo Ceronetti mancherà, alle poche persone che lo aveva vicino nel quotidiano e ai suoi lettori. Mancheranno le sue parole lucide e liriche, a dovere sdegnate sui fatti del mondo e dell’esistenza. E volendolo appunto celebrare, quale sua manifestazione, quale suo aspetto, che chiave usare? Come inquadrare il non inquadrabile anarchico e mistico Ceronetti? Marionettista, traduttore di testi biblici e di lirici greco-romani, polemista sui giornali, scrittore satirico (chi non ha talvolta riso leggendolo non lo ha compreso), artista del disegno e del collage, romanziere (il suo In un amore felice del 2011 è un capolavoro ignorato), poeta. Soprattutto poeta. Racconta in Un viaggio in Italia di quando glielo gridarono da un finestrino nei primi anni ‘80: poeta! E lui sul marciapiede, col suo basco in testa e un Manzoni in borsa a vergognarsi.

Sì, poeta, colui che fa. E cosa fece soprattutto Ceronetti? Quale il senso del suo far spettacoli di marionette, tradurre pure Blake, Nietzsche e Rimbaud, interrogare Nostradamus, studiare cabala e apparizioni Ufo? Noi diremmo che il senso va cercato ne l’attesa. Ecco, il senso dell’attesa per Ceronetti. La sua opera tutta ci appare sotto il segno della nostalgia di un futuro che riscatti il bene del passato, cancellandone il male. Un’attesa d’Assoluto, d’un assoluto buono.

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L’ultimo suo vero libro pubblicato per Adelphi (se escludiamo la recentissima riedizione delle traduzioni da Orazio) è stato appunto Messia, già apparso in realtà per le pregiate e numerate edizioni Tallone nel 2002. Il Messia è l’Atteso, perché è l’Unto dal Signore, suo inviato, sua manifestazione. La certezza che c’è altro oltre brutture, morte, dolore e decomposizione. Ceronetti l’ha sempre invocato, come consolamentum cataro, avvento gnostico di uomo pneumatico, Salvatore che redime la materia. Lo ha invocato come paleoiranico, stilnovista e Filosofo Ignoto rosacrociano. Come Apocalittico. Si rilegga la sua versione del libro di Isaia, si rilegga la poesia Invocazione al dottor Buddha perché venga e ci salvi del 2003:

Sono al lavoro spiriti mali

Che dappertutto segano ali

Sublime Buddha schiacciali tu

Si rilegga la breve prosa Aspettando Qualcuno che chiude la raccolta L’occhiale malinconico (1988), dove al sentimento di “intamponabile abbandono” si risponde con l’attesa di un profeta, dell’Agnello, del Puer di Quarta Egloga virgiliano,

… Avatar? Godot?

– Paracleto, Amitaba…

papa del Tarocco, Veltro, Immanuèl…

Imam Dodici, Principe Miŝkin…

taumaturgo, stigmatizzata, Rebbe?

Già ho detto l’Introvabile, ammetteva, cercando l’Uomo d’azione dallo sguardo amico, la magia bianca di Louis Claude de Saint-Martin, un Nirvana non astratto come spesso se lo immaginano gli Occidentali quando traducono in loro concetti il pensiero orientale. Un Assoluto buono dove ancora suona un organo di Barberia, sorride un lustrascarpe di Oświęcim trent’anni prima dell’arrivo dei tedeschi, Rembrandt dipinge Saskia e a Bernadette appare Aquerò, l’Immacolata Concezione. Un Assoluto che forse chiama “da una crepa di asfalto”. Ceronetti ci ha aiutato a tener le orecchie aperte, se mai chiamasse quel Qualcuno, a cercare il buono Assoluto. Lo ringraziamo e gli auguriamo buon viaggio.

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