Quante volte ci siamo chiesti se la guerra sia una costante umana, che eternamente si ripete nello scorrere della storia, oppure se un giorno avrà fine?  A porsi queste e altre domande sul tema troviamo Piero Visani, storico e pubblicista, ex consulente del Ministero della Difesa (dal 1988 al 2006) e del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica (dal 1990 al 1992), nonché animatore  – insieme ai vari Marco Tarchi, Stenio Solinas e Gennaro Malgieri – del movimento metapolitico passato alla storia col nome di Nuova Destra. Già autore del saggio Lo stratega mediatico, è ora autore di una Storia della guerra dall’antichità al Novecento per la casa editrice Oaks (di cui è uscito il primo di due volumi). Dato che i conflitti non hanno smesso di sconvolgere il mondo, abbiamo voluto intervistarlo per meglio comprendere il fenomeno.

Storia della guerra dall’antichità al Novecento (Oaks, pp. 190, euro 18,00)

Piero, ho il piacere di darti del tu. Quindi, prima di tutto, parliamo un po’ di te. Come ha avuto origine questo tuo interesse, questa tua passione per la guerra?

Potrei risponderti citando James Hillman: sono un uomo nato in Occidente, quindi non è sorprendente che io provi “Un terribile amore per la guerra” (Adelphi, Milano 2005), intesa come pulsione umana primaria, quale ad esempio l’amore. Come tale io la intendo. Quanto all’origine di tale passione, non saprei. Ho cominciato a giocare ai soldatini e a interessarmi di cose militari quando avevo 4-5 anni, e non ho più smesso. Fin da bambino, mi interessavano soprattutto gli aspetti tattici. Così ho messo insieme grandi collezioni di soldatini, poi vendute (e ancora me ne pento), poi mi sono appassionato di wargames (e ne ho una ricca collezione) e successivamente anche di uniformologia. Né dimentico la mia collezione di libri di storia militare (ormai intorno alle diecimila unità, in continua crescita) o la mia passione per il turismo militare (sono stato a visitare molti campi di battaglia, da Waterloo a Gettysburg). Non saprei dare una risposta alla tua domanda: tutto ciò che è guerriero e bellico è sempre stata la mia passione, direi consustanziale. Per chi ci crede, potrei farla risalire a una vita precedente…

E come mai hai sentito il bisogno di scrivere un saggio sulla storia della guerra, dato che le pubblicazioni e le variazioni sul tema non mancano? Quale vuoto hai cercato di colmare con questa tua opera?

Non ho cercato di colmare alcun vuoto. Ho solo cercato di scrivere un saggio che risultasse affrancato dalle banalità moralistiche sulla guerra, onnipresenti nella cultura italiana (e non solo…). Non credo che in tutto il libro ci sia una sola deplorazione di maniera del fenomeno bellico. C’è solo una presa d’atto della sua esistenza. Cruda e tragica, come la vita umana, la vita vera, non quella che ci raccontano i “beati possidentes”.

E quale tra i grandi classici della polemologia consiglieresti a un pubblico di neofiti per approcciare il tema, L’arte della guerra di Sun-Tzu, Dell’arte della guerra di Machiavelli, il Della guerra di von Clausewitz, o quale altra? Qual è l’opera che trovi meno invecchiata tra tutte, la più attuale nonostante il tempo?

Io sono un grande ammiratore di von Clausewitz, così come sono un grande appassionato del pensiero astratto. Al grande teorico prussiano va tutta la mia simpatia, perché è riuscito a scrivere di guerra facendo filosofia, non precettistica militare. Amo molto anche Carl Schmitt, il grande politologo tedesco, e i due sono strettamente connessi, visti i rapporti che entrambi vedono in atto tra guerra e politica (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, per Clausewitz; “l’essenza del ‘politico’ è la contrapposizione amico/nemico”, per Schmitt). Per non dimenticare l’eccellente sintesi del filosofo greco Eraclito: “la guerra è la madre di tutte le cose”…

Della Guerra, Carl von Clausewitz

Ma ora veniamo al tuo libro. Nella tua Storia della guerra hai deciso di partire dal mondo greco per iniziare il tuo racconto. Come mai proprio dai greci? È forse lì che va individuata l’origine di ogni conflitto?

Una semplice scelta tematico-cronologica, dettata peraltro proprio dal celebre riconoscimento di Eraclito che ho appena citato. L’origine di ogni conflitto va individuata nella natura umana. Da nessuna altra parte, ritengo.

Anche se nel tuo saggio tratti quasi esclusivamente degli eventi bellici in Occidente, si trova un capitolo dedicato agli Arabi. A cosa si deve questa tua scelta?

La scelta occidentalocentrica è frutto delle mie competenze, che non si estendono al mondo orientale. Ho parlato degli Arabi perché alcuni, in Occidente, li considerano nemici, commettendo un tragico errore prospettico. Le loro vicende si sono incrociate a lungo con quelle dell’Europa, per cui mi è parso giusto parlarne, facendo anche qualche riferimento alle loro tattiche e alla loro concezione della vita e della morte.

Tra tutte le guerre (storicamente) recenti, qual è a tuo avviso quella che è più vicina a noi, la partita che non si è mai realmente conclusa?

Ce ne sono molte. Dovendo scegliere, propenderei per la guerra mediatica, perché oggi più che mai qualsiasi conflitto si combatte per la conquista “delle menti e dei cuori” della gente, utilizzando ogni tipo di mezzi, anche i più bassi e scorretti. Quella è “la madre di tutte le guerre”. Ad essa si affianca – e sarà forse la principale protagonista dei conflitti del futuro – la guerra per bande, vale a dire la guerra che sta prendendo piede dopo la progressiva eclissi della “forma Stato” e la sua sostituzione con crescenti fenomeni di privatizzazione, dove la linea divisoria sta già incominciando a passare tra la parte elitaria e ricca delle società, e quella popolare e priva di mezzi, in una riproposizione di un conflitto sempiterno: la lotta di classe.

Qual è lo scacchiere più importante, il punto più caldo nei conflitti odierni?

Non penso che ne esista uno in particolare. Direi piuttosto il rapporto tra molte classi dirigenti ormai meramente criminal-cleptocratiche e la maggior parte della gente. Mi piacerebbe poter dire che, da molti punti di vista, stiamo correndo verso un nuovo 1789 – e la prospettiva non mi dispiacerebbe affatto – ma penso che, ancora per un po’, il mio resterà un wishful thinking. Ma non lo rimarrà per sempre. Troppa è la cecità delle classi dominanti attuali.

E come si è evoluta la guerra? Davvero si combatte sui campi di battagli come un tempo, dichiarandola come tale, o si è trasformata in qualcosa di diverso?

La guerra è cambiata moltissimo e si è trasformata nella realizzazione dell’affermazione eraclitea. Oggi TUTTO è guerra, anche se in Italia la cosa è più difficile da comprendere, stanti le tonnellate di melassa sparse a piene mani dalla cultura imperante. In ogni caso, la guerra si combatte oggi nelle menti e nella vita delle persone, ed è terribile, dura, assolutamente priva di pietà.

Oggi si parla di “guerra post-eroica”, combattuta coi droni, come fosse un videogame. Mi viene in mente Ezra Pound, quando diceva che le guerre in futuro si sarebbero dovute combattere semplicemente giocando a scacchi, risparmiando così vite umane. Ti pare un futuro plausibile o una affermazione ingenua?

A mio avviso, si tratta sia di un futuro plausibile sia di un’affermazione molto ingenua. Da un lato, è evidente che la guerra post-eroica (come definita da Edward Luttwak) è la massima aspirazione delle borghesie occidentali, onde non rischiare di perdere i propri figli in un contesto di crescente crisi demografica. Dall’altro, è chiaro che ci sono sempre più guerre, anche se raramente assumono forme di tipo tradizionale e conosciuto, per cui diventa davvero difficile – per chi non è abituato ad affrontare questi problemi – districarsi in un universo confuso, dove non trova riscontri concreti di ciò che gli era noto. “Guerra è sempre”, ha scritto di recente un docente universitario di Firenze, Ugo Bardi, riflettendo su natura, frequenza e capacità risolutive dei conflitti.  Sono pienamente d’accordo con lui. Mi permetto di sottolineare che lo dico da quando avevo poco più di venti anni, dunque da prima della metà degli anni Settanta, ma non posso rivendicare primogeniture: sono “figlio di un dio minore” e, a me, la scoperta dell’acqua calda la rimprovererebbero come tale. Altri sono più fortunati…

Umberto Boccioni, La carica dei lancieri (1915)

Ma dato che, citando Pound, siamo scivolati volentieri nel politicamente scorretto, ricordo che a Milano, qualche tempo fa, durante un’intervista con Maurizio Cabona nel ciclo di incontri promosso dall’UNUCI, ti dichiarasti futurista. Davvero per te la guerra è la “sola igiene del mondo”, per dirla con Marinetti?

Le relativamente rare volte in cui parlo in pubblico, a me piace molto “épater le bourgeois”. Questo perché viviamo un’esistenza talmente narcotizzata e conformistica che l’unica cosa che un (presunto) intellettuale può fare di positivo è introdurre elementi di stimolo, evitando di nascondersi dietro la “banalità del Bene”, tanto comoda e utile per parlare molto senza dire niente. Ideologicamente sì, probabilmente sono futurista e davvero penso che la guerra sia non la sola igiene del mondo, ma una delle poche ancora possibili, uno di quei ambiti esistenziali in cui si pratica un confronto virile e guerriero, non la comoda e vigliacca sodomia tipica di questi tempi saturi di menzogna e viltà. Quel che è certo è che la guerra è un terribile acceleratore di situazioni e, pur se impone costi umani e materiali terribili, talvolta riesce a cambiare qualcosa. Del resto, non è che nelle società pacifiste contemporanee non si muoia. Si muore tantissimo e molto dolorosamente, anche se l’arma scelta in genere per procurare tali morti è l’asfissia, la violenza sottile, lo strangolamento progressivo, la perdita della speranza, la deprivazione del futuro. Molte persone, nel mondo occidentale, sono ormai puri zombies, cioè morti viventi e, nell’eventualità in cui venga loro desiderio di ribellarsi, come nel caso dei gilet gialli in Francia, il trattamento loro riservato è durissimo, per nulla pacifico e tanto meno pacifista. Si spara loro contro ad altezza d’uomo, perché ritornino in gregge il più presto possibile. Anche quella è una forma di guerra. Partendo da questa premessa, mi affianco a Edward Luttwak, invece che a John Lennon, nel dire: “Give war a chance”… Facendo cadere un velo e un tabù, a volte anche i più distratti capiscono…

Per quale motivo hai deciso di dedicare la prima parte del tuo lavoro, che abbraccia più di 2000 anni di storia, in un agile volume di meno di 200 pagine, e il secondo comprendente solo un secolo? Non ti pare una scelta un po’ troppo squilibrata o arbitraria?

Tutte le scelte sono arbitrarie, anche quando ci dicono “stiamo lavorando per voi” stanno lavorando solo per sé, ma sono figli di una cultura sodomitica di massa, che a molti ex-cittadini, ora sudditi-schiavi, piace ancora parecchio, sia pure molto meno di un tempo. Dunque ho compiuto una scelta arbitraria, cercando di sintetizzare in un libro di agevole lettura alcuni concetti che ritenevo essenziali. Ovviamente, poiché lo studio del XX secolo interessa mediamente molto di più il lettore medio, ho preferito dedicargli maggiore attenzione. Se di scelta squilibrata ed arbitraria si tratta, ne vado fiero: a mio giudizio, infatti “in medio [non] stat virtus”…

Conclusioni…

Non ne ho, non ne ho mai, le detesto. Ho cercato di reagire al mare magnum di banalità che ci vengono comminate, da mattina a sera, per 365 giorni l’anno, sulla guerra, facendo per contro riferimento a un po’ di sano realismo politico. Nessuno mi ha invitato da nessuna parte a parlarne e questo perché, nelle sofisticate “democrazie totalitarie” attuali non ti vietano di dire le cose, ma fanno solo in modo che tu non possa raggiungere un microfono…