Carla Vasio può essere una sirena del 1927 ben disposta a introdurci nel ricordo del Gruppo ’63 e non solo. Una nobildonna veneziana che da troppo tempo abita a Roma – ci venne ad appena dieci anni – ed in questa città che non ama sino in fondo ha sedimentato un itinerario culturale vissuto con respiro ampio, a tal punto da aver passato una decade del proprio cammino in Giappone. È una scrittrice di lungo corso, il primo romanzo che ha pubblicato La foresta e la fine stampato nelle Edizioni Grafica di Luciano Cattania fu letto da Vittorini che la coinvolse nella rivista Menabò ove scrisse un racconto lungo: La penitenza. Ha collaborato anche al Punto con una serie di racconti, ma è stata anche una esperta traduttrice dal francese di Michaux e di Compact di Maurice Roche. Ha alimentato in Italia il gusto prezioso per edizioni numerate, testi illustrati da opere grafiche di artisti contemporanei quali Il pescatore di miti, Le centodue parole, La faccia nascosta della Luna. Ha lavorato per un breve periodo alla Rai, dalla quale si è dileguata ben presto, quando la cultura non vi trovava più casa, oltre a certi tentacolari appetiti.

Carla Vasio negli anni '40

Carla Vasio negli anni ’40

Nell’Antologia del Gruppo ha pubblicato il racconto “I grandi riflessi”, nel 1963 il romanzo “L’Orizzonte” che vinse il premio internazionale Charles Veillon (riproposto nel 2011 da Polìmata), e quando era parte della cooperativa editoriale Prove 10 ha fatto uscire il romanzo “L’anamorfosi, un racconto gotico”. Ha diretto la collana di letteratura “Esempi” per l’editore Lerici, ha gestito tra il 1967 e il 1972 la libreria dell’Oca a Roma, dove l’avanguardia ha sempre trovato un raccordo e un ascolto prezioso, oltre che una risonanza. Nel 1974 con Enzo Mari ha dato alle stampe quel capolavoro di inventiva archi-letteraria che costituisce “Romanzo storico”, un’opera invidiata da Italo Calvino, ma lo spettro degli interessi di Carla Vasio non ha tralasciato la letteratura infantile, lavorando anche al Centro Sperimentale di Studi Musicali (“L’Orso, una foglia, la Luna e …” con disco annesso nascono in quella sede), mentre per Lisciani e Zampetti fece capolino la fiaba illustrata “Giovannino e i draghi”.

Per Carte Segrete nel giugno del 1979 compone con disegni di Giulio Turcato “I have a dream today”; “L’autoritratto di Goffredo Petrassi” appena riproposto da Mucchi, riprendendo  il prezioso Laterza del 1991 ormai introvabile, restituisce la conversazione di una vita, mentre seguono nel 1996 “Come la luna dietro le nuvole”, “Laguna” nel 1998, “Invisibile” nel 2003, “Ballate scostumate” nel 2007, “Labirinti di mare” (2008), “La più grande anamorfosi del mondo” (2009), il fondamentale saggio autobiografico “Vita privata di una cultura” (2013), “Piccoli impedimenti alla felicità” (2015), “Tuono di mezzanotte” (2017).

Il Gruppo '63

Il Gruppo ’63

Carla Vasio non è racchiusa nella sua opera, dove peraltro vi si raccoglie la sua certosina smaliziata e sofisticata avventura intellettuale, di donna senza particolari compromessi, vocata al lavoro, al ragionamento, allo spiazzamento sempre terribilmente intelligente, dove la routine è bandita per definizione a favore della schiettezza elegante, del sorriso aggraziato, del gesto dolce. Pasquale Emanuele, Enrico Filippini, Giorgio Manganelli, Sandra Mangini, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Amelia Rosselli, Edoardo Sanguineti, Alice Ceresa, Valerio Fantinel, Francesco Leonetti, Mario Spinella, Nanni Balestrini, sono alcuni protagonisti di quel 3 ottobre 1963 a Palermo, dove anche lei apre le finestre di una cultura bisognosa di nuovi spifferi. Feltrinelli con la collana “Le comete” darà spazio a molte voci. I poeti, i pittori (Perilli, Novelli, Kounellis, Sanfilippo, Accardi), i galleristi (de Martiis, Liverani, de Marchis), critici come Emilio Villa, tra testi, partiture, quadri, mostre, cataloghi, edizioni, concerti, spettacoli, smuovono acque, mentre pulsa una Roma che al Caffè Rosati trova un baricentro provvisorio che dirama poi in svariate sedi, anche le più improbabili.

Perilli, Berio, Nuova Consonanza e Evangelisti, Clementi, Bertoncini, Bussotti, la rivista Alfabeta, Angelo e Guido Guglielmi, Muzzuoli, Bettini, Luperini, Porta, Raboni Giudici, Viviani, Cucchi, De Angelis costituiscono l’origine il tramando, la continuità di donne e uomini di lettere nel senso dilatato di un’avanguardia dissonante. Generazioni diverse che dialogano magari a livelli molto differenti, ma parlano tra di loro, hanno qualcosa da dire e da dirsi, collegando arte, artigianato, praticantati mobili. Insomma interpretano il loro tempo.

Enrico Filippini, Nanni Balestrini, Angelo Guglielmi, Carla Vasio e Alfredo Giuliani nel 1963

Enrico Filippini, Nanni Balestrini, Angelo Guglielmi, Carla Vasio e Alfredo Giuliani nel 1963

Carla Vasio nella sua casa di Roma vive con straordinaria lucidità i suoi anni della decade dei novanta, sembra una donna esigente soprattutto con se stessa, con questi incredibili occhi azzurri sprigiona ancora una bellezza distillata con leggiadra ironia. Ma anche ora lavora, conversa, discorre con quella esattezza colta e sorridente pronta a essere disposta in pagina. Seleziona con cura le sue amicizie, con una precisione di linguaggio che si avvale di più punti di vista. È la sua formazione, la sua vita composta da due mariti (uno senz’altro savio – il secondo – dice divertita), una figlia importante a Milano, altri affetti: e la gatta Kiwi assume pose orientali eleganti e discrete in un gioco di rifrazioni luminescenti nella grande sala ordinatamente parata di libri, opere artistiche, richiami di una vita densa di scelte, curiosità, certo anche pene, ma Carla Vasio ha sempre messo in pratica certe parole del suo grande amico Angelo Ripellino: vivere è stare svegli e concedersi agli altri, dare di sé sempre il meglio e non essere scaltri. Vivere è amare la vita… o almeno ci prova ogni giorno, dopo nove ore di sonno immacolato, uno dei suoi invidiabili vizi mai persi per strada. Per lei vivere vuole dire lavorare, progettare, possedere il presente, combattere la noia.

Le frontiere si aprivano e i linguaggi si confrontavano, nel futuro ci sarebbe stato spazio per scambi di una ricchezza culturale ed esistenziale in continuo rinnovamento, e noi eravamo armati contro l’autorità della tradizione proponendo linguaggi diversamente espressivi: diversamente narrativo o poetico, diversamente musicale, diversamente pittorico o architettonico, diversamente rappresentativo in cinema e teatro, e così via.”  Insiste molto sul fatto che tutto ciò che l’ha mossa aveva ben poco a che fare con il potere, “eravamo ragazzi senza potere alla ricerca di nuovi linguaggi con una gioia di vivere che si affidava alla verità della immaginazione, amicizie e alleanze si formano non tanto per uniformità di scelte quanto per il comune gusto di sperimentare, di capire e di inventare.

Carla Vasio ha vissuto intensamente, profondamente, seriamente una stagione che è stata l’intersezione di tante vite. “Tanta vita” è una formula che sintetizza efficacemente “Vita privata di una cultura”, un testo imprescindibile per conoscere da quella porzione dei cinquanta in poi una donna di cultura alta, con esperienze straordinarie e collaborazioni con gli junghiani a livello europeo, a cominciare da Ernst Bernhardt, solo per fare un esempio.

Oppure vi trovate le frequentazioni con Giacinto Scelsi e il suo universo musicale, di questa signora ben vestita, che si considera una veneta doc, una donna della laguna veneziana, la vera forza della sua lucente concretezza. Suo padre che fu un birichino recensore del Gazzettino per la parte teatrale e cinematografica, diventò un dirigente della Terni – di qui la sua discesa a Roma – le lasciò questo appartamento luminoso a Roma che lei ha trasformato da par suo nella tonalità dell’accoglienza funzionale e confortevole. L’amicizia di Giuseppe Ungaretti, la venerazione per Ostuni, dove Carla Vasio aveva una piccola casa (“una medusa bianca luminescente arenata in cima alla collina” le appare quel pugno di case in un’estate del 1979, in cui ci si può ritrovare nel cuore della propria vita), sono piccole impronte di una individualità accesa capace di rapportarsi alla “profondità del suono” di esperienze collettive, come avrebbe detto Giacinto Scelsi: “Quando si entra in un suono si diventa parte del suono”, o avvicinare l’estro di Michiko Hirayama, in forme sonore da realizzare rivelandone il significato, sono state grandi occasioni di Carla Vasio. Oppure poter scandagliare il magistero di Maria Lai di Ulassai in Sardegna, un’artista sceneggiatrice dell’anima, in una caleidoscopica capacità di attrarre squisitezze umane filtrate attraverso sensibilità condivise.

Enrico Filippini e Carla Vasio nel 1965

Enrico Filippini e Carla Vasio nel 1965

Carla Vasio nell’ “Hilarotragedia” di Giorgio Manganelli è “la foglia che con grazia discende ridendo nell’abisso”, confidava l’autore all’amica che lo coglieva in contropiede nella sua “degradazione mondana”, nel ricevere il premio Viareggio 1979, e comunque complimentandosi con lui, in una compiaciuta riconoscenza pubblica, giunta come al solito quasi fuori tempo massimo. Le conquiste formali, il largo respiro dei contatti internazionali, con il sostegno degli editori, delle sale da concerto, delle gallerie d’arte e perfino dei musei, cioè di tutti quelli che ritenevano fossimo un buon investimento vengono improvvisamente meno, esautorate nel passato, la nostra maniera difficilissima e forse troppo civile di disgregare i vecchi contenuti, con l’arrivo del ’68, del disordine organizzato, disarticolano molti pensieri e molte azioni. Il rifugio per Carla Vasio è adoperare il tempo nello spazio dell’operosità che è un misto di individualità potenziata e di dialogo comunque aperto per coloro che mostrano quella sottile complicità, dove basta spesso solo uno sguardo a trasmettere un’adeguata energia reciproca per procedere nei marosi della difficoltà.

Nel lavoro ho come sempre le idee chiare e distinte. Di una frase posso fare quello che voglio: renderla impeccabile o sorprendente, elementare o sofisticata, scattante o sinuosa, in qualunque stile, per qualunque argomento, e fra le parole scelgo l’unica che mi occorre per dire quello che in quel momento voglio dire. E ne godo. Ma queste capacità di controllo formale servono ancora a fare chiarezza?

Dall’8 al 10 novembre del 1984 il Gruppo ’63 si riunisce per il convegno palermitano “Il senso della letteratura” (celebre titolo di una preziosa conferenza di Giuseppe Antonio Borgese pubblicata in edizione numerata nel 1931 con l’aggiunta di “italiana”, e perfetto calco di un titolo a venire di Ezio Raimondi che raccoglieva alcuni saggi fondamentali del suo magistero ultimo) organizzato dalla rivista Alfabeta. Sarà il canto del cigno.

Calvino avrebbe scritto che il Gruppo ’63 era l’ultimo tentativo di dare un senso collettivo all’espressione di una generazione o di una stagione. Era se vogliamo un modo di stare insieme operando nella lingua ma ora alla porta bussavano i problemi della produzione. Si va oltre, come sempre. Suonare le note giuste vuol dire alzarsi all’ora giusta, per chi ha bisogno che la musica sia qualcosa di unico. Ecco perché Maura Cova, una grande allieva di Arturo Benedetti Michelangeli fonda tra l’altro una scuola di terapia musicale per bambini con difficoltà di comunicazione alla quale collabora. La sollecitazione della sensibilità, la possibilità di liberarla attraverso la manifestazione sonora, la necessità di controllarla per suonare le note giuste nei tempi stabiliti sono gli ambiti dai quali Carla Vasio arriverà in seguito a offrire assistenza musicale a bambini con sindrome di Down presso il centro di viale delle Milizie a Roma, coinvolgendo un musicista del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, John Heineman, che abilita la tastiera di un computer speciale con forme geometriche riconoscibili dai bambini abbinate ai diversi suoni: il coinvolgimento, le abilità, l’affetto scatenato da questa esperienza sarà una delle forme di vita più intense della vita di Carla. Quando racconta nel dettaglio queste vicende che hanno coinvolto anche un grande amore di Bobi Bazlen, Carla sembra combattere l’oblio con le armi più tenaci: la memoria più viva e commovente.

Ezio Raimondi

Ezio Raimondi

Eppure tutta l’avventura della Rivista di Psicologia Analitica, il Libro dei Mutamenti per Astrolabio (I Ching),  ospite di Aline Valangin e le sue amiche  (Donne esperte che parlano almeno quattro lingue, che hanno viaggiato in tutte le parti del mondo e ne hanno capito le differenze, che hanno imparato a vivere dovunque come si deve, che sostengono una conversazione brillante, rapidissima, senza errori, mai pesante né distratta, cambiando lingua, cambiando argomento, con maestria e sempre con vero interesse, senza insistere ma senza mancare la risposta: è la grande arte della conversazione di gente colta in un salotto elegante, dove le persone rispettano l’integrità altrui senza negarsi la capacità sottesa di una sostenuta ironia), oppure ad Ascona, i luoghi del cuore di Kerény, Nicholson, Spitzer, ove Carla declina la possibilità offertale della Valangin di diventare psicanalista, sono intermittenze del cuore di un’esistenza densa ma percorsa pure da fremiti orientali nipponici esclusivi: Michiko Nojiri, maestra del tè e rappresentante della Casa Urasenke, solo per citare una delle eminenze del Sol Levante, sodale di Carla che diverrà nel tempo una delle maggiori esperte di Haiku, e di cultura giapponese in Italia.

Eco, Gadda, Manganelli, Amelia Rosselli, Lea Vergine e Enzo Mari, Alvin Curran, il Gruppo Origine, Irene Brin, Topazia Alliata, potremmo continuare per pagine, ma ogni frequentazione di Carla Vasio è accomunata dalla voglia di cambiamento che navigava nei linguaggi contigui di qualsiasi arte, anche quella di vivere: perché le cose accadono e hanno in sé la propria necessità, e non serve né enfatizzarle né commentarle, neppure se lasciano un fondo di stupore e di ignorato dolore. Vi sono opere splendide nella casa di Carla, molte se non tutte hanno la caratteristica di lasciarci sorpresi, opere d’arte contemporanea di cui poco o nulla sappiamo, regali di amici come Giulio Turcato, oggetti che segnano i percorsi, le curiosità, l’infinita vitalità di un idillio per sensi e significati che ognuno può trarre nell’ambiguo rigore del vero. Una donna pervasiva sempre a caccia d’intelligenza, bellezza e stupore, eppure con un tatto e una grazia d’altri tempi, questa veneziana concreta ma regale, progressista ma attenta alle ragioni altrui, estremamente disinvolta ma ferrea e dura come il cuore di un piccolo diamante immacolato.