Tra i diversi sottogeneri del fantasy (molti dei quali come l’urban fantasy e lo young adult diretti prevalentemente a un pubblico giovanile), emerge il grimdark fantasy che, affermatosi con Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, ha visto negli ultimi anni una costante ascesa sul mercato editoriale e ha conosciuto grande popolarità anche tra il pubblico generalista, grazie soprattutto all’adattamento della saga in una serie televisiva prodotta dalla HBO. Non vi sono finora stati contributi sul tema in questione da parte dei critici italiani, salvo qualche sporadico articolo su blog e siti specializzati. Per contro, oltreoceano, si è creato un forte dibattito su questo genere di speculative fiction che ha causato anche aspre polemiche, dividendo la comunità degli addetti ai lavori.

Peraltro, negli Stati Uniti d’America è nato un movimento letterario che ha visto svilupparsi realtà come Grimdark Magazine, che possiede un sito ben curato e una casa editrice dove vengono pubblicati riviste e libri (in formato digitale e cartaceo). Abbiamo seguito con estrema attenzione il fenomeno fin dall’inizio, tuttavia ad averci colpito maggiormente è stato The Mud, the Blood and the Years” in cui John R. Fultz ha sostenuto con fervore evangelico che il grimdark sia l’erede diretto dello sword and sorcery.

George R. R. Martin

George R. R. Martin

Parimenti, Gardner Dozois (1947-2018), nell’introduzione a Il libro delle spade (The Book of Swords, 2017), ha affermato che l’uscita de Il gioco del Trono (A Game of Thrones, 1996), di George R.R. Martin, ha dato propulsione alla rinascita dell’heroic fantasy, tanto che da quel momento si è potuto parlare di “The new sword and sorcery”. In tale genere, ad avviso dell’americano, devono essere annoverati autori come Joe Abercrombie, K.J. Parker, Scott Lynch, Elizabeth Bear, Steven Erikson, Garth Nix, Patrick Rothfuss, Kate Elliott, Daniel Abraham, Brandon Sanderson e James Enge. Tornando a Fultz, per sostenere le sue tesi muove da una disamina storica dell’heroic fantasy (dalla sua nascita a oggi), effettuando una sommaria analisi delle opere classiche del genere, che presenta numerose imprecisioni.

Fultz è uno scrittore che ha pubblicato per Weird Tales, Black Gate, Space & Tim, Grimdark Magazine e ha ottenuto un buon successo con i romanzi The Testament of Tall Eagle (inedito in Italia, 2015) e Son of Tall Eagle (inedito in Italia, 2017). Innanzitutto, si rileva un errore quando l’Autore afferma che la nascita dello sword and sorcery è da individuare con la pubblicazione de Il regno fantasma (The Shadow Kingdom, 1929) di Robert E. Howard, racconto facente parte della saga di Kull di Valusia. Peccato che ben un anno prima il Maestro di Cross Plains avesse pubblicato Ombre Rosse (Red Shadow, 1928). Ci domandiamo come sia possibile dimenticare questa storia, avente come protagonista Solomon Kane, che ha fatto scuola tra gli appassionati del genere. Sarà stata una svista.

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Successivamente, Fultz dichiara che dopo la morte di Howard (avvenuta nel 1936), Weird Tales ha chiesto ad altri scrittori un crescente numero di avventure di sword and sorcery perché il pubblico si era appassionato a questo genere di pulp fiction. Tuttavia, incappa in un’altra svista imbarazzante quando aggiunge che sino a quel momento non vi era stato alcun autore che avesse scritto di fantasia eroica. Questa è bella! Dove lo mettiamo Clark Ashton Smith, definito uno dei “Tre moschettieri di Weird Tales” insieme a Howard e a H.P. Lovecraft (di cui era anche amico e corrispondente), autore di pietre miliari come i cicli di Hyperborea, Averoigne, Poseidonis e Zothique? E come non citare C.L. Moore, moglie di Henry Kuttner e creatrice della prima eroina femminile, Jirel di Joiry, i cui racconti sono stati pubblicati a partire dal 1934 e quindi coevi a quelli del Maestro di Cross Plains? Non contento di ciò, Fultz aggiunge che Smith ha continuato a scrivere heroic fantasy molti anni dopo la dipartita di Howard. Non pensavamo si potesse giungere a tanto! Ogni appassionato del genere è a conoscenza del fatto che Smith ha concentrato la sua attività di scrittore pulp tra il 1926 e il 1935. Dopo, si è dedicato esclusivamente alla scultura. Appare lapalissiano che un minimo di documentazione in più avrebbe consentito a Fulz di non incappare in questi strafalcioni e di evitare figuracce. Ma tant’è. Proseguendo nel suo sermone Fultz afferma, come si è detto poc’anzi, che il punto di svolta nella fantasia eroica moderna si ha con la pubblicazione de Il gioco del Trono (A Game of Thrones, 1996), di George R.R. Martin, emulato da Joe Abercrombie, Steven Erikson, Mark Lawrence e R. Scott Bakker. Incredibile!

Secondo Fultz, il merito di questi scrittori sarebbe quello di aver sostituito i valori presenti nelle opere classiche come l’idealismo, il mito pastorale e gli eroi infallibili con il fango, lo sterco, la sozzura e l’ultraviolenza, consentendo pertanto ai nuovi romanzi di essere più realistici. A suo dire, in tal modo il grimdark si presenta come una forma progredita, ovvero più matura, dello sword and sorcery, il che gli permette di attrarre i gusti del pubblico moderno. Ma vi è di più! Questo apologeta dell’oscurità, al cui cospetto anche Giacomo Leopardi sarebbe potuto impallidire, da un lato condanna a morte lo sword and sorcery, il cui sintagma – a suo dire – è stato ormai superato dalla storia e – soprattutto – dalla moda, e dall’altro sancisce la sua rinascita nella forma del grimdark, in una sorta di catabasi letteraria. Ovviamente, con un ego ipertrofico, inserisce anche se stesso tra i vari autori che rivestono il ruolo di guida in questo genere letterario. Prima di confutare queste balzane e superficiali argomentazioni, occorre procedere con ordine e comprendere cosa sia effettivamente il grimdark.

Clark Ashton Smith nel 1912

Clark Ashton Smith nel 1912

Il termine si origina dal gioco da tavolo Warhammer 40,000: “In the grim darkness of the far future there is only war” e secondo Adam Roberts è un sottogenere del fantasy caratterizzato da violenza, amoralità e distopia, dove i personaggi non sono buoni ma cinici e vengono evidenziati i peggiori aspetti della vita umana (Get Started in: Writing Science Fiction and Fantasy, Hachette, 2014. p. 42). Liz Bourke ritiene che l’elemento distintivo del grimdark sia che ogni condotta corretta, sincera e onesta è da considerare inutile (The Dark Defiles by Richard Morgan, in Strange Horizons, 2015). Per chiarirci ulteriormente le idee, ci viene in soccorso The Value of Grit, un saggio di Joe Abercrombie pubblicato sul suo sito il 25 febbraio del 2013, che riassume anche le considerazioni di Fultz. A differenza di Martin, l’inglese infatti non si è limitato solo a scrivere romanzi, ma si è adoperato anche per gettare le basi di una vera e propria scuola di pensiero, elaborando dettami atti a fornire uno schema di lavoro per tutti coloro che vogliono approcciarsi a questo genere. Come si può ben immaginare, tutta una serie di epigoni ha cominciato a seguirlo, i cui principali alfieri sono: Richard Ford, Scott Lynch, Anthony Ryan, Richard Scott Bakker, Daniel Polansky, Brian Staveley e Stella Gemmell.

Da questa lista escludiamo Mark Lawrence, Richard K. Morgan e Luke Scull perché, pur appartenendo al genere dianzi illustrato, nelle loro opere è presente la magia. In relazione all’elemento fantastico, i primi due hanno un approccio molto simile a quello degli autori di seconda generazione dello sword and sorcery, mentre l’ultimo segue invece un filone simile a quello dell’high fantasy più oscura, in linea con la saga del Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson. Ci preme evidenziare altresì che Lord Grimdark è talmente dipendente dal turpiloquio che non riesce a scrivere alcunché senza abusare delle scurrilità, tanto che anche nel lavoro in discussione è presente in molteplici punti il termine “shit”. Probabilmente, oltre a dimostrare trivialità, questo autore è tanto ricco di fan quanto povero di sinonimi. Ciò detto, occupiamoci di esaminare il saggio.

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Abercrombie rileva la necessità per gli scrittori del grimdark di concentrarsi maggiormente sul profilo psicologico dei personaggi e non sul setting, o sull’inserimento di creature fantastiche. Tali individui non possono essere completamente buoni o cattivi, ma devono assumere essere ambigui, allo scopo di far emergere una maggiore verosimiglianza al contesto in cui si svolgono le vicende. Secondo il britannico, infatti, l’uomo non è esente da vizi e difetti. Al contrario, in un’opera di fiction debbono palesarsi i lati più foschi delle persone, come ad esempio l’abuso di droga, di alcol, del gioco d’azzardo e della prostituzione. L’inglese continua sostenendo che il grimdark può essere considerato una risposta alla visione edulcorata della vita prevista dalle opere di fantasy classico, dove i problemi sociali e personali della gente vengono risolti dall’intervento provvidenziale di un eroe predestinato, o attraverso la magia che riesce a sconfiggere la malattia, la morte e la sofferenza. Abercrombie conclude affermando la necessità di utilizzare un registro linguistico moderno e l’importanza del fattore shock per scuotere il lettore dal suo torpore, inoculandogli dosi massicce di adrenalina attraverso l’inserimento di numerose scene di ultraviolenza, sesso esplicito, turpiloquio e pessimismo.

Orbene, cerchiamo di ragionare su quanto finora illustrato, in modo da arrivare a fornire conclusioni che possano valere sia per le tesi propugnate da Fultz che per quelle avanzate da Abercrombie. In primo luogo, per quanto concerne l’inserimento di circostanze turpi o di personaggi con profili psicologici foschi, ci duole far notare agli autori anglosassoni che il grimdark non ha apportato alcun elemento di originalità, dato che nella fantasia eroica erano già presenti tali caratteristiche, sin dagli albori. Paradigmatico è il caso di Conan il Cimmero di Robert E. Howard, che non esita a rubare, uccidere e spodestare legittimi sovrani per raggiungere il proprio tornaconto personale. Abbiamo Bran Mak Morn che, ne I Vermi della Terra (Rober. E. Howard, Worms of the Earth, Weird Tales, 1932), per vendicare l’onta subita non esita a fare ricorso a divinità malefiche per sconfiggere Tito Silla, governatore romano, e condanna per sempre il popolo dei Pitti. Oppure basti pensare a Malygris di Clark Ashton Smith, perfido negromante che domina di fatto Poseidonis con la stregoneria.

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In secondo luogo, per quanto riguarda l’adozione di infinite scene di torture, del continuo turpiloquio, di ultraviolenza, del luridume e del sesso esplicito, dobbiamo confessare che è vero che tutto questo è presente nella vita reale, ma non è verosimile che vi siano società intere contraddistinte esclusivamente da queste valenze negative. Tutto ciò può sicuramente impressionare il lettore “debole” o giovane, meno avvezzo a riscontrare tali circostanze in un romanzo. Diversamente, il lettore forte si sentirà offeso di essere trascinato nel fango in una maniera tanto esplicita. Ad ogni modo, se proprio si vuole parlare del male assoluto, consigliamo a questi signori di prendere a modello Clark Ashton Smith che già negli anni ’30 del secolo scorso ha saputo descrivere scene di erotismo, sadismo, necrofilia e crudeltà con una prosa barocca e raffinata.

In terzo luogo, in relazione all’applicare un linguaggio moderno a un romanzo fantasy, pensiamo sia una scelta non idonea, in quanto si tratta di vicende ambientate in un’epoca differente dalla nostra, o comunque preistorica, antica o medievale. Peraltro, non di rado, la prosa di questi scrittori è banale, scialba e asettica. È risibile leggere conversazioni di guerrieri barbari che utilizzano una terminologia più simile a quella di un tassista di New York che di un uomo del loro tempo. In quarto luogo, nei romanzi di questo genere le ambientazioni e le trame sono ripetitive, trite e ritrite. Si adotta sempre un setting immaginario che richiama quello storico europeo (preferibilmente del Basso Medioevo), si modificano i nomi di personaggi realmente esistiti e di luoghi geografici, si eliminano le descrizioni, si aggiunge una pletora di personaggi che possano rendere il libro verboso e il gioco è fatto. Non a caso, l’opera che ha avuto maggiore successo Il trono di spade di George R.R. Martin, è ispirata fortemente alla Guerra delle due Rose (Adriano Monti Buzzetti, Fiabe da grandi. Intervista a Gianfranco de Turris, in Focus Storia n. 122, dicembre 2016, cit. p. 47).

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In quinto luogo, sul versante della magia la tesi propugnata da questa corrente di pensiero è che essa sia da escludere dall’intreccio, o comunque da ridurre ai minimi termini. Se proprio deve essere presente, bisogna farla apparire come mera superstizione del popolino o come leggenda. Il motivo di tale scelta è da attribuire alla necessità di garantire da un lato maggiore credibilità alla storia e dall’altro di privare l’opera di quegli elementi puerili che possano assimilarla alla narrativa per ragazzi. Si argomenta inoltre che la gran parte delle precedenti pubblicazioni fantasy prevedeva una modalità di risoluzione dei conflitti analoga a quella dei giochi di ruolo (D&D su tutti), che rendeva queste opere prevedibili. A ben vedere, quella che viene condannata dai sostenitori del grimdark, è una manifestazione degenerata della magia. In realtà essa appartiene a una cultura che risale all’età della pietra. Anticamente vi era un dialogo continuo tra uomini e dei, e gli incantatori erano gli intermediari per accedere al mondo del soprannaturale. I limiti della natura venivano valicati grazie all’incontro con gli spiriti dei boschi, dell’acqua, delle piante, delle gemme, che procuravano fertilità e salute, ma che potevano anche arrecare danni alla popolazione causando tempeste, malattie e morte.

Un serio lavoro di ricerca consente di comprendere che queste qualità non erano a disposizione delle generalità delle persone, ma appannaggio esclusivo di alcuni soggetti temuti e guardati con diffidenza dalla comunità e che i poteri magici non si manifestavano nella maniera ridicola di certi romanzi di terz’ordine. Evidentemente, però, non è stato effettuato a monte uno studio, dato che il principale esponente di questo movimento, proprio Abercrombie, non nasconde il fatto di aver scritto la serie de La Prima Legge, avendo letto solo Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings, 1954) di Tolkien e altri due romanzi fantasy.

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Per quanto concerne l’aspetto meramente letterario, Fritz Leiber ci ricorda che lo sword and sorcery, per definirsi tale, necessita di due elementi fondamentali: la magia e l’orrore soprannaturale. Parimenti, Sebastiano Fusco asserisce che i romanzi di fantasia eroica si distinguono dagli altri per la c.d. trasgressione totale, ovvero la violazione delle possibilità tecnologiche, scientifiche e logiche nel momento in cui l’opera è composta, fattore da cui discende il sense of wonder. Senza tali condizioni imprescindibili, non si può parlare di fantasy ma di narrativa storica, pseudo-storica e avventurosa (Claudio Asciuti, Introibo, in AAVV, Guida alla letteratura fantastica, a cura di Claudio Asciutti, Odoya, Bologna, 2015, cit. pp. 8-9). Sul tema ci chiarisce ancora di più le idee Roger Caillos, il quale ritiene che

nel mondo del fantastico, il Soprannaturale si rivela come una rottura universale. Qui il prodigio diventa un’apparizione proibita, minacciosa, che spazza la stabilità di un mondo le cui basi erano fino ad allora giudicate rigorose e immutabili. L’Impossibile ne costituisce l’essenza: e, in quanto Impossibile, s’impone all’improvviso in un mondo da cui è bandito per definizione (Sebastiano Fusco, op. cit., cit. p. 10).

Respingiamo pertanto decisamente le tesi di Fultz e di Abercrombie in quanto pensiamo che il grimdark non solo non sia l’erede diretto dello sword and sorcery, ma si mostri come una forma deteriore del fantasy sia per stile che per contenuti. Riteniamo che l’obiettivo precipuo di questo genere sia quello di oltraggiare i miti e la tradizione, e di rappresentare in maniera plastica gli aspetti più malvagi dell’animo umano. Tutto ciò, ovviamente, per un mero scopo commerciale, al fine di accattivarsi le simpatie dei lettori adulti di fantasy e di accrescere le vendite di questi libri, come ha sottolineato Walter Damien su The Guardian.

Fritz Leiber

Fritz Leiber

Inoltre, intendiamo lanciare un messaggio. Lo sword and sorcery non è morto, ma è vivo più che mai! L’Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery, il sito di Hyperborea, l’Italian Sword&Sorcery Book e la nuova pubblicazione di Dimensione Cosmica – rivista cartacea dedicata alla narrativa dell’immaginario – ne sono la dimostrazione. Dal canto nostro, vogliamo opporci con tutte le forze a questa deriva nichilista che evidenzia lo stato di decadenza che affligge la nostra società e vogliamo garantire un’alternativa a coloro che non si accontentano di questo genere di letteratura.