Nessuno mette più in dubbio che il cinema sia la modalità artistica che meglio e più di altre, non solo è consustanziale al nostro tempo, ma riesce a descriverlo in profondità. I fotogrammi della pellicola, nel loro scorrere più o meno velocemente nel proiettore, riproducono i ritmi e i movimenti della vita. In quanto ‘specchio’ della nostra epoca, il cinema, come le altre arti, risente del clima esistenziale nel quale è stato prodotto. Nei momenti storico-politici di ‘acque basse’, le produzioni filmiche non possono che registrare fedelmente l’orizzontalità nella quale vivono gli uomini. E’ quanto accade ai nostri giorni, in cui abbiamo sacrificato ogni slancio creativo sull’altare mercatista. Così non è stato nel ventennio che va dal ’70 all’inizio degli anni Novanta. Lo ricorda opportunamente un recente volume di Giuseppe Del Ninno, Piombo, sogni e celluloide. Gli anni Settanta, Ottanta e Novanta al cinema, nelle librerie per OAKS editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, euro 16,00).

Si tratta di un libro scritto dall’autore nel corso del tempo e raccoglie una trentina di saggi critici dedicati ad altrettanti film, che in quel frangente storico ormai idealmente lontano, segnarono significativamente di sé il senso comune di un’intera generazione. Sappia il lettore che il volume non è l’ennesimo esempio di amarcord generazionale. Eventualmente, il rimpianto che emerge dalle sue pagine, peraltro di gradevolissima lettura, è indotto dalla constatazione del calo della tensione esistenziale e politica al cambiamento, manifestatosi con il riflusso alla fine degli anni Ottanta e che si evince dai film raccontati ed analizzati.

Per avere accesso alle tesi di Del Ninno è, quindi, indispensabile tener conto che gran parte della produzione cinematografica aveva alle spalle, nei mitici anni Settanta, il mondo ideale, le speranze, ma anche le aspettative frustrate della contestazione studentesca. Il cinema registrò, innanzitutto, quanto fosse impellente ed irrinunciabile mettere in atto un’azione di ‘revisionismo’  storico. Lo si comprende da tre pellicole di successo: Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande uomo e Soldato blu. In quest’ultima, veniva presentato, sic et simpliciter, il cambio di ruoli tra vinti e vincitori nell’epopea western. I soldati USA, in diverse scene, utilizzano qui contro i ‘selvaggi’ Pellerossa una violenza inaudita, colpendo inopinatamente donne e bambini.

Il film di maggior rilievo della trilogia in questione è il primo. Dalle sue scene si evince quanto la cultura Pellerossa fosse:

intrisa di sacro e ispirata ai principi della lealtà, del coraggio, del rispetto per le forze della natura, al culto degli antenati, al senso di appartenenza ad una comunità fondata sul sangue.

Ricordo ancora che, affascinato dai testi evoliani, ma anche dalle letture di Schuon, trovai conferma in alcune scene di questo film dei riferimenti valoriali della Tradizione. Solo un’altra pellicola mi colpì nello stesso modo, profondamente, Dersu Uzala di Kurosawa.

Del grande regista giapponese, Del Ninno presenta lo straordinario Kagemusha, testimoniante la possibilità del vivere eroico anche in un mondo appiattito sui valori dell’utilitarismo economicista. Al deserto spirituale, lo scrittore Yukio Mishima sfuggì compiendo l’antico rito del seppuku, il suicidio rituale, in modo spettacolare davanti alle telecamere, al fine di sollecitare l’animus nipponico a ribellarsi alla colonizzazione spirituale dell’Occidente nichilista. Akira Kurosawa lo fece attraverso il mondo allusivo e simbolico del suo cinema. Dalla visione di Kagemusha sorge una filosofia della guerra pensata in termini tradizionali, assieme al tratto fondamentalmente estetico di quel mondo, capace di rintracciare la bellezza perfino nella morte.

Un altro film di culto qui presentato è Fitzcarraldo di Werner Herzog. I contenuti della pellicola sono la più radicale inversione del sentire comune contemporaneo. Herzog sentenzia, servendosi della istrionica interpretazione di Klaus Kinski: abito di lino bianco e occhi lampeggianti dal fondo di orbite tenebrose, che la vita val la pena di essere vissuta solo se si insegue ciò che ai più appare impossibile. Ci troviamo immersi nella foresta equatoriale dove la donna del protagonista, Molly, una magistrale Claudia Cardinale, gestisce con affettuosa leggerezza un bordello per poter finanziare il progetto folle del suo uomo: erigere un teatro a Iquitos, nel cuore dell’Amazzonia peruviana.

Momento apicale del narrato filmico va individuato nel tentativo di far risalire al vascello, per giungere alla meta, nientemeno che una montagna, attraverso un sistema di funi e carricole, mentre tra la vegetazione rigogliosa si diffonde dal grammofono di Firmin Fitzgerald, la voce, dai tratti surreali, di Caruso. Il sogno, sostenuto dalla passione, può spostare le montagne. Per inciso, si sappia che Herzog era fermamente convito del valore sacramentale del ‘camminare’: informato che un’amica di Parigi era gravemente ammalata, si recò, a piedi, da Monaco di Baviera fino alla capitale francese. La sua ‘preghiera del cuore’ ebbe esito positivo: all’arrivo trovò la donna guarita!

Il potere della bellezza e delle parole è al centro de, L’attimo fuggente, di Peter Weir. Un insegnante anticonformista, impersonato con passione da Robin Williams, affascina un gruppo di studenti che ridanno vita ad un’antica associazione di allievi, della quale, durante l’adolescenza, aveva fatto parte lo stesso docente, ‘La setta dei poeti estinti’. Il suo metodo viene contestato dal preside e da alcuni genitori, si crea un clima intollerabile che porta al suicidio uno dei giovani e l’insegnante viene rimosso dall’incarico.

Al momento di lasciare l’aula, gli allievi salgono sui banchi e recitano i versi di Walt Whitman:

O Capitano, mio capitano

dimostrandogli di aver compreso il senso ultimo del suo insegnamento, e cioè:

non scoprirò in punto di morte di non esser vissuto…

Abbiamo presentato solo alcuni dei film discussi nella silloge, quelli più vicini alla nostra sensibilità. Non mancano nel testo importanti attraversamenti della commedia all’italiana o di pellicole relative all’esplodere della violenza urbana. Esegesi rilevanti e controcorrente di film storici quali La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, o di produzioni cinematografiche impegnate a discutere le differenze tra genio e talento, come Amadeus di Milos Forman.

Forse lo scritto che sintetizza meglio di altri il libro e le stesse intenzioni di Del Ninno, è relativo ad un altro film di Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo. In esso, il bisogno di libertà del protagonista Randall, un indimenticabile Jack Nicholson, e della sua ‘banda di picchiatelli’, trascrive sulla scena i bisogni di un’intera comunità umana, quella che impropriamente si continua a definire ‘destra’, che in quel frangente storico, anelava al beneficio della libertà che le era negata, nel mentre si spendeva a ridefinire il patrimonio ideale che aveva ereditato dal passato.