Giovanni Papini pubblicò Il Diavolo nel 1953, verso la fine della sua estrema e contradditoria parabola artistica, politica ed umana. All’epoca il libro scandalizzò l’opinione pubblica, fu incluso nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica e fu stroncato come maldestra prova “scapigliata” dall’Osservatore Romano. Ma ha senso ripubblicare questo saggio oggi, nell’Italia vittima della scristianizzazione e del laicismo, in cui la Fede cattolica è scacciata livorosamente dal dibattito pubblico, dalla scuola e dai salotti buoni? Forse sì, perché in realtà, a dispetto della scomparsa di Dio dall’orizzonte mediatico ed istituzionale, quando ci si immerge nella realtà viva e concreta si vede che Dio è ancora ben presente nella società, negli anziani e nei giovani, nei genitori e nei figli, che se non avvertono la sua presenza accusano però la sua mancanza, sentono un lancinante ed inappagato bisogno di Dio e che si torni a parlar loro di Dio.

E allora ha senso ripubblicare un libro sul diavolo perché forse è soltanto tornando a parlare del diavolo che si può tornare a parlare davvero di Dio; se si parla del secondo senza menzionare il primo si opera un’evangelizzazione meritoria ma parziale, giusta ma monca e quindi meno efficace, come sembra pensare anche il Papa regnante che cita satana con grande frequenza nei suoi discorsi. Abbiamo sempre pensato che fosse così, tant’è che scrivemmo proprio su queste colonne un articolo sul diavolo oggi partendo dal terribile dialogo di Ivan Karamazov con il demonio alla fine del romanzo di Dostoevskij. Ed è per questo che abbiamo letto avidamente il libro di Papini, nonostante non ne abbiamo condiviso tutti gli aspetti e tutte le conclusioni: perché abbiamo subito concordato con la sua premessa, secondo la quale per avere un’idea cristiana completa e totale di Dio bisogna tener conto anche dal suo irriducibile avversario, del suo acerrimo rivale. Baudelaire, citato da Papini, diceva che il più grande capolavoro del diavolo è convincere gli uomini che lui non esiste: oggi questa subdola opera sembra quasi portata a compimento, e per scongiurarla serve invece tornare a tracciare un serio profilo del rivale, per rendere noti i suoi trucchi ed inchiodarlo alle sue debolezze. Serve pertanto anche ripubblicare un libro come quello di Papini, che pur con certi scivoloni ha il pregio di dedicare al grande nemico una analisi serrata, attenta e scrupolosa.

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Ripercorrendo al contrario il libro di Papini, che analizza il rapporto del demonio con Dio, con Gesù e poi con gli uomini, potremmo iniziare a prendere in esame il rapporto tra l’uomo ed il demonio, a partire dalla semplice quotidianità, tentando di tracciare di questo rapporto un profilo credibile e comprensibile. È facile infatti, svolgendo questo tipo di discorsi, incorrere in aperti scetticismi, in timori superstiziosi ed in ilarità irriverenti. Ma come, davvero credi di poter vedere nella vita di ogni giorno queste apparizioni? Certo, suona incredibile se ci arrestiamo all’iconografia classica del demonio, che ce lo raffigura come un mostro dantesco od una fiera agghiacciante, ma sembrerebbe forse più credibile se la mettessimo in questi termini. Il diavolo è la voce che ognuno sente dentro di sé che ci intima a desistere, a rinunciare, a non rischiare: la voce della paura che ci trincera in casa e non ci fa scoprire il mondo, la realtà ed il prossimo. Ognuno di noi, chi più chi meno, ha presente questa voce, che a volte sa essere anche imperativa e categorica, prepotente e presuntuosa. La principale molla della sua forza è la paura, che prescrive la diffidenza verso gli altri, conduce al disprezzo verso di sé e all’accidia ed alla noia nella propria condotta.

Questa voce sa bene la sua pochezza, capisce perfettamente che, quando solo abbiamo la forza di affacciarci nel mondo e di rapportarci con il prossimo, capiamo subito l’inconsistenza dei timori che ci sobillava e dei sospetti che ci suggeriva. È per questo che la voce del diavolo ha come massima ambizione quella di farci perdere il più possibile il contatto con la realtà, con il prossimo e con il mondo: perché è soltanto nella claustrofobica clausura del nostro sogno che la sua melliflua voce ha veramente potere su di noi, guadagna credibilità e forza. Il demonio è un fantasma incorporeo ed evanescente, sa benissimo che se noi abbiamo la forza di incontrare veramente un’altra persona, fatta di carne e di sangue, viva e tangibile, lui è costretto a fuggire e le sinistre suggestioni che ci procurava evaporano nella loro risibile menzogna.

The Shaman - Sascha Schneider (1901)

The Shaman – Sascha Schneider (1901)

Dio si è fatto uomo, di corpo e di sangue, ed ha potere sulla realtà e sul mondo reale; satana, viceversa, è la negazione della realtà e quindi non ha alcun potere sulla realtà del mondo, ma solo sui nostri sogni e sulle nostre astrazioni. Papini ha ragione quando, scagionando Machiavelli dalle accuse di satanismo, sostiene che a maggior ragione si potrebbe accusare di aver scritto opere demoniache ad Hobbes; e coglie nel segno anche quando dice che la Francia è la “terra promessa” del satanismo perché è la patria del cartesianesimo, cioè della modernità filosofica che ha preteso di pensare l’io come atomo isolato e chiuso in sé, dubbioso dell’esistenza della realtà e del prossimo. La paura, il senso di diffidenza verso l’altro che ispirarono l’opera e tormentarono la vita di Hobbes sono due potenti menzogne con cui il diavolo può tenere in ostaggio l’uomo; mentre l’astrattismo cartesiano, il sogno che dubita della realtà, è il terreno prediletto su cui il diavolo si muove, il solo, per la verità, in cui non sia completamente impotente.

Lo spirito di satana si insinua nei sogni, nelle ambizioni, nelle paure, nelle insicurezze; ma è solo lo spirito di Dio che innerva e dirige la realtà, gli incontri, le relazioni, gli amori, gli affetti. Il diavolo è isolamento, ed è, anche secondo l’etimologia del suo nome, colui che divide, Dio invece è relazione, scambio, amicizia, amore; se il demonio è una voce irreale ed incorporea, Dio è nelle cose ed ogni persona che incontriamo può essere un angelo che Lui ci manda per destarci dall’incubo…In questo senso, forse, può anche assumere un carattere più preciso la maggiore colpa del diavolo, ovvero quella di superbia. La superbia del diavolo è solo la massima espressione della sua intima essenza che è appunto quella dell’isolamento: la tracotanza del diavolo è quella di bastarsi, di poter fare a meno degli altri e della realtà, dell’amicizia e dell’amore. Il diavolo è sempre solo, questo è il suo vanto ma anche la sua condanna. Questo non vuol dire che satana sia completamente impotente, ma che, per quanto possa esercitare influenza su di noi, se soltanto abbiamo il coraggio di arrischiarci nel mondo con candore e genuinità, la bellezza dei rapporti e degli incontri che cogliamo ci fa apparire le sue sinistre illazioni come timori remoti e distanti, che non sanno toccarci. Si può rimanere a volte ostaggi del sogno, ma la realtà è più del sogno, e perciò Dio è più del diavolo.

Satana presiede il concilio infernale - John Martin (1824)

Satana presiede il concilio infernale – John Martin (1824)

Un’altra arma della paura che il diavolo sfrutta per tentare di metterci in scacco è l’accidia, la pigrizia, l’attaccamento alla comodità, la chimera da sempre inseguita dall’umanità di eliminare il dolore. Infatti, è vero che vivere la realtà, perseguire i propri obiettivi, coltivare i propri rapporti è molto più appagante che trincerarsi nell’isolamento del proprio sogno, ma è anche vero che vivere e rapportarsi con l’altro è anche molto più faticoso, difficile, comporta delle privazioni e delle rinunce. Ed è su questa leva che il diavolo punta per tenerci in ostaggio e paralizzarci. È vero che la realtà è più del sogno, perché solo attraverso la realtà possiamo conoscere l’amore, che è il vero fine della vita di ciascuno; ma è anche vero che ogni amore porta con sé un dolore, che amare l’altro significa anche rinunciare a qualcosa di sé, che ogni cura comporta un impegno ed un sacrificio. Il diavolo non ha niente da offrirci che abbia la forza dell’amore, la sola cosa che può prometterci è di preservarci dal dolore, dal sacrificio, dalla rinuncia.

Oggi questa tremenda tentazione è diventata un progetto di civiltà molto fortunato in Europa, specialmente in Nord Europa, ed è un modello sociale che, attraverso importanti sponsor e potenti gruppi di potere, sta tentando di conquistare il mondo intero. Quello che si immagina è un mondo in cui ciascuno sia preservato da ogni sacrificio, da ogni rinuncia, da ogni lavoro, in cui la vita di ciascuno sia scandita solo dai comfort e dagli agi. Ma lo scotto che si deve pagare è che una società così sarà formata da uomini e donne viziati e capricciosi, che guarderanno all’altro solo come ad uno strumento di godimento o di guadagno, che non avendo conosciuto nessuna rinuncia non saranno nemmeno capaci di amare: una società di comodità anaffettiva, di godimento istantaneo ma sterilizzato ed apatico.

Raffigurazione di Satana - Gustave Doré (1866)

Raffigurazione di Satana – Gustave Doré (1866)

A contrapporsi a questo modello, suadente ma mortale, c’è e resterà la civiltà cristiana, ovvero quella civiltà che, sul modello di Cristo, suggerisce che bisogna passare attraverso la rinuncia ed il sacrificio per crescere, per maturare, per poter veramente amare. Papini cita diffusamente le tre tentazioni che Satana tese a Cristo, ma forse la tentazione più difficile e subdola che il demonio gli tese fu quando Gesù rivelò per la prima volta il suo destino di passione e di sofferenza ai discepoli, e Pietro gli disse che certo doveva esserci un modo per scongiurare la sua sofferenza e la sua morte, che bisognava evitargli questo dolore. Poteva esserci tentazione più subdola e più suadente? Gesù conosce la sua missione di indicibile sofferenza, ed è proprio il suo migliore amico, il suo discepolo prediletto, a profilargli una fuga, una via più facile, più comoda, più rassicurante.

La risposta di Gesù fa impressione: Vade retro, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! In questa vicenda si vede proprio con chiarezza la verità di quella famosa frase: l’inferno è lastricato di buone intenzioni. Qui il demonio si serve della buona fede di Pietro ma lo mette al servizio del male: se Pietro avesse preservato a Gesù la passione Egli non avrebbe sofferto più di tutti ma non avrebbe nemmeno amato più di tutti, non sarebbe morto ma non sarebbe nemmeno risorto…Quante madri, amici e fratelli a volte in buona fede tentano di preservarci da tutto, non capendo che è solo attraverso le esperienze e gli incontri reali che abbiamo, anche negativi, che diventiamo pienamente noi stessi, pienamente maturi? Ed in questo senso forse non sbagliò Soloviev quando nel suo celebre racconto sulla fine dei tempi immaginò l’Anticristo non come un truce combattente od un sanguinario assassino, ma come un apparente benefattore, uno spirito subdolo e conciliante, generoso ad assecondare voleri e a concedere vizi.

“La Passione di Cristo”

Ma, al di là del rapporto del demonio con l’uomo e con Gesù, cioè con Dio nella sua incarnazione terrena ed umana, resta decisivo e determinante provare ad intuire, nei limiti della nostra condizione umana, il rapporto tra Dio ed il demonio, come questo si sviluppò al principio, prima dei tempi e dei mondi. Papini si sofferma moltissimo su questo rapporto primario ed originario, così decisivo per l’umanità, cercando di ricostruirne la genesi e le modalità attingendo dalle Scritture e dalla Patristica, oltreché naturalmente dai Vangeli. A differenza di Papini, autore vulcanico e spregiudicato, noi affrontiamo con riluttanza questo tema. Ci sembra una cosa troppo grande e troppo difficile, che se raccontata in modo troppo enfatico rischia di assumere l’aspetto di una storia fantasiosa. Certo, a questo proposito, forse si potrebbe ragionare al contrario: non è la ricostruzione dei rapporti tra Dio e satana a ricordarci i miti della letteratura fantastica di ogni epoca, ma all’opposto sono questi miti, che affondano le loro radici nel nostro passato più ancestrale, ad essersi sempre modellati inconsapevolmente su questo originario antagonismo, di cui ogni uomo non può avere una certa conoscenza ma ha necessariamente un remoto presentimento. Si tratta di una sensazione nebulosa ma insistente di una lotta colossale che ci precede e ci sovrasta, al cospetto della quale siamo infinitamente piccoli ma rispetto alla quale ciascuno è chiamato a schierarsi.

Parliamo della lotta sempiterna tra bene e male, tra amore e odio, tra costruire e distruggere, tra unire e separare, tra vita eterna ed eterno nulla. Sembra appunto di favoleggiare, ma in realtà niente sembra avere un significato completo se non consideriamo che, accanto alla presenza di un Dio benevolo che ci ama e ci vuole riunire a sé, c’è anche una forza, meno potente ma più subdola, che briga invece per boicottarci, per farci perdere, e che ha avuto il potere di scompaginare persino i piani originari di Dio, all’inizio di tutto. Perfino il passaggio di Gesù sulla terra, la sua esemplare predicazione, il suo sacrificio e la sua Resurrezione risaltano, se possibile, di una luce ancora più sfolgorante se ci immaginiamo che accanto a lui in quei momenti restò fino all’ultimo istante il tentatore, che alla sua morte e Resurrezione subì una prima, decisiva, non scontata sconfitta. Mel Gibson con la sua resa cinematografica della Passione ha avuto il merito di mostrare in modo sensazionale questo aspetto, che rese ancora più atroce la prova affrontata da Gesù. Ma, come scrive giustamente Papini, il tradimento originario del diavolo nei confronti di Dio ci fa anche soffermare su un aspetto inedito o comunque poco meditato della natura di Dio: ovvero la sua sofferenza. I cristiani predicano sempre l’amore di Dio mentre i naturalisti si dilettano a predicare un Dio come somma intelligenza, impersonale ed indifferente; ma poco riflettiamo sul fatto che il nostro maestoso Creatore soffre dell’affronto che gli arrecò Satana e di quanto questo costò alle sue pur colpevoli creature. Fatichiamo ad immaginarcelo, ma il Dio che preghiamo soffre e, come nel film di Gibson, alla fine della sofferenza di suo Figlio, addirittura piange.

Scena finale de La Passione di Cristo: Cristo muore e sconfigge Satana col suo sacrificio, infine risorge

Papini alla fine del suo libro arriva ad una conclusione ardita: alla fine dei tempi, quando tutte le anime saranno guadagnate a Dio, anche Satana avrà la sua finale redenzione ed anche il suo più irriducibile rivale non sarà privato del perdono di Dio. È una tesi provocatoria, che appare ancora più suggestiva nelle parole del poeta Alfredo da Vigny, citate da Papini:

Senti? Senti il rumore dei mondi che scoppiano e cadono in polvere? I tempi sono finiti. Tu sei salvo. Lo prende per la mano e le volte dell’Inferno si aprono per lasciarli passare… Essi vedono, passando, tutti i mondi inabissati. Cielo. Dio, quando essi giunsero, aveva giudicato tutto con uno sguardo. Gli angeli erano seduti. Un posto era vuoto tra essi: il primo. Una voce ineffabile pronunciò queste parole: Sei stato punito, nel tempo; hai sofferto abbastanza perché fosti l’angelo del male. Ma una volta hai amato; entra nella tua eternità. Il male non esiste più.

Non sappiamo esprimerci su questi versi, pur sublimi, né su questa eventualità prospettata da Papini. O forse, essendo ancora nel pieno della vita, nel pieno della battaglia, fatichiamo a praticare tutta questa indulgenza nei confronti di un nemico che adotta espedienti subdoli e miete tante vittime. Però questa conclusione forse mostra un’altra verità: ovvero che un uomo che si sia completamente liberato da ogni tentazione del maligno, che sia totalmente guadagnato a Dio e quindi sappia guardare al rivale con equanime distanza, con ogni paura evaporata, davanti a lui non proverà più timore, ma soltanto commiserazione, forse perfino pietà.