In principio era la parola. E la parola veniva tradita. Così Ezra Pound, nel suo Carta da Visita. Che prosegue, implacabile:

Nella storia troviamo due forze: una che divide, spezza e ammazza, l’altra che contempla l’unità del mistero

Sono le stesse forze di cui parla Giorgio Locchi nel suo magnifico Sul senso della storia, appena ripubblicato da Edizioni di Ar (pp. 136, € 12,00). Questi grandi inattuali ci dicono, in sostanza, due cose: anzitutto, che l’uomo è storia, ma anche che la storia può essere compresa – e, dunque, vissuta – in diversi modi. Possiamo temporalizzarci secondo diverse modalità, insomma, scegliendo di unire o dividere.

In principio era il mito, scrive Locchi. E il mito era sim-bolico, teneva insieme esteticamente gli opposti, non voltava le spalle al mondo ma si gettava nelle sue viscere, unificando i vari piani dell’essere. L’aberrante uomo teoretico, l’impiegato della correzione e giustificazione dell’esistenza, era ancora di là da venire. Ma il mito venne scisso, il mistero profanato, e gli opposti, orfani dell’unità perduta, andarono a contrapporsi in ideologie, opposte e sorelle. Sintetizzare i contrari diviene allora un problema, un compito. All’abisso di quella perdita irrisarcibile fu infine dato un nome: storia. Una storia che non viveva più nel presente mitico e sacro (cosmico) ma si configurava come una linea irreversibile: ogni istante divorava il precedente, condannato a un continuo parricidio da una necessità stringente.

Giorgio Locchi - Sul senso della storia

Giorgio Locchi – Sul senso della storia

Fu questo il vero peccato originale, l’idea della storia come locus horribilis, colpa da espiare, male da correggere, nemesi della Caduta, maledizione di Dio. Ma, una volta ammessa, la colpa è per definizione inespiabile, e l’umanità condannata non può salvarsi da sé: occorreranno allora retromondi a fare da garanti, perfezioni ultraterrene celanti un profondo odio della terra. Svalutato il mondo, non resta che una salvezza post-mortem, un’euforia da finis historiae. La realizzazione non risiede più nell’accordare il proprio agire a quello del cosmo o della polis (l’arétè dei Greci, per capirci), ma nell’attendere una salvezza, che prima o poi verrà.

Anche perché, tra l’altro, una volta ridotta la storia a una linea, occorre anche che questa sia orientata. Ed ecco sorgere le pulsioni progressiste e conservatrici: le prime dipingono la perfezione come un compito da realizzare, concependo l’umanità come un deficit che deve redimersi, laddove le altre vedono nella storia una caduta, confinando la perfezione in passati più o meno remoti. Poco importa: sono solo due modi di chiamare quello stesso peccato originale, l’aver crocefisso l’uomo al divenire. È un messaggio intimamente anti-politico (basti pensare al destino delle città nel Vecchio Testamento) e anti-umano, nella misura in cui delinea un tipo d’uomo che non agisce ma è piuttosto agito dalla storia.

Un’idea molto antica, insomma, che Locchi giustamente mette in conto al giudeo-cristianesimo, ma che successivamente transita nelle teologie politiche della modernità, in primis quella marxista, come messo a fuoco da altri intelletti eretici del rango di Joseph de Maistre, Eric Voegelin e Adriano Tilgher. È Marx a tradurre nella politica i mitemi giudaico-cristiani. Solo che ora l’escatologia non è più affidata a Dio ma a una classe sociale, che deve redimere il mondo intero. I partiti comunisti assumono così la stessa funzione della divinità, chiamata a restaurare la grazia perduta. L’idea marxista di storia, dominio della lotta di classe, è analoga a quella cristiana, in cui l’uomo è naufragato a seguito del peccato originale. Infine, dall’eguaglianza degli uomini di fronte a Dio si passa all’eguaglianza di fronte allo Stato.

Joseph de Maistre

Joseph de Maistre (1753-1821)

Ma a questa visione della storia se ne contrappone un’altra, cantata da Nietzsche e dal suo Zarathustra. Il quale, un giorno, s’imbatte in un giovane pastore in preda alle convulsioni. Si era addormentato, e un greve serpentello nero gli si era insinuato in bocca. Zarathustra prova a estrarlo, non cessa di tirare. E allora comprende. «Mordi! Mordi! Decapitalo!» intima allo sventurato, che obbedisce. E accade il miracolo: trasfigurato, balza in piedi. Non più pastore, e nemmeno uomo, ride.

Una risata terribile e magnifica. La risata di chi ha deciso una temporalità diversa, non più martoriata da un prima e un poi, in cui ogni istante è quello della decisione – il kairòs degli Antichi – che schiude passato, presente e futuro. La spada a orientare la bilancia. Scegliendosi, il pastore ha trasceso l’uomo, il dio, il mondo. Un «circonfuso di luce»: chi ha orecchi per intendere…

Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Perché ci è così difficile intendere questa temporalità? Semplicemente perché, come scrisse Armin Mohler nel suo studio sulla Rivoluzione Conservatrice, citato da Locchi, il nostro linguaggio – al pari del nostro essere – è ancora bidimensionale, laddove quello annunciato da Zarathustra è tridimensionale. E il tempo di cui Nietzsche è latore non può essere rappresentato, come spesso accade, da un cerchio (il quale non è che una linea curva, necessitante e necessitata), quanto piuttosto da una sfera. Una sfera il cui centro è ovunque – ovunque si verifichi un mutamento interiore.

Ed ecco intervenire Heidegger, che vede l’autenticità dell’esserci dell’uomo in una dimensione che non si sottomette al tempo lineare, edipico, ma raccoglie in sé gli orizzonti temporali di passato, presente e futuro nella Cura, realizzando così la propria intima essenza. Decidendo e sperimentando finalmente la libertà – facendosi centro della sfera, insomma. E redimendo sub specie interioritatiis anche la Storia, profanata dai miseri che scagliano anatemi sulle cose, attendendo una redenzione ultraterrena. A questo punto, scrive Locchi, ogni decisione associata a una visione tridimensionale della storia «è sempre al contempo ri-evocazione di un’origine passata (nella sua epoca), ossia non più presente e quindi “perduta”, un oltrepassamento di un presente “dominante” e “decadente” e, infine, progetto da intraprendere per un futuro “superuomo”, non ancora presente».

Torniamo a pensare la Storia, e facciamolo con titani come Nietzsche, Heidegger e Locchi, vilipesi dalla filosofia analitica, dileggiati da certo giornalismo culturale e calunniati da pessimi esegeti perché osarono – suprema vertigine – cantare l’Europa. Un canto su cui è ancora possibile intonare un Nuovo Inizio.