«Che l’Adalgisa debba chiudere bottega è un’ingiustizia che grida vendetta al cielo, ma si rende conto Reverendo?». Don Camillo se ne rendeva ben conto, anche senza gli avvertimenti della Desolina, la perpetua in dotazione. Il problema era serio: il vecchio emporio del crinale era un istituzione che solo l’ennesimo centro commerciale di fondovalle poteva abbattere definitivamente.

Solo nella bottega dell’Adalgisa si trovavano ancora le candele sfuse e il sale grosso nel cartoccio, i tappi per bottiglia e i panini fatti alla bisogna con il miglior salame in circolazione. Non c’era quell’ordine da corsia ospedaliera del supermarket, ma c’era l’inconfondibile sapore delle cose. E dall’emporio il cliente usciva sempre con quello che effettivamente gli serviva. Sul vecchio e consunto bancone di legno erano passate generazioni, l’Adalgisa non ne aveva mai fatto una questione di profitto, la sua era una presenza.

Ma ora l’ennesimo simbolo del progresso, buono per i proletari e per i borghesi, stava dando l’ultima spallata al vecchio emporio. Don Camillo convocò le pie donne e gli uomini della confraternita per decidere il da farsi. «Ma vi rendete conto», attaccò la Cesira guardando negli occhi i convenuti, «che per fare la spesa adesso ci vorrà sempre l’automobile? Che per prendere un litro di latte dovremo fare 8 chilometri in discesa e altrettanti 8 chilometri per risalire?» Le domande avevano un loro senso anche di sicurezza pubblica, visto che il gruppo aveva una media di anni 65 con punte oltre gli 80, e la guida non era più il pezzo forte di gran parte degli abitanti del crinale. «Senza contare», aggiunse Berto, «che l’Adalgisa faceva anche credito ai poveretti, quelli laggiù, invece, non guardano in faccia a nessuno!». La rivendicazione non era solo sindacale, ma aveva un ché di evangelico.

Il giorno dopo sulla piazza era visibile il risultato dell’adunanza, apparvero, infatti, i gilet gialli di crinale, una razza con pochi francesismi dialettici, ma molta sostanza. Al calore di un falò volantinavano alla grande: «Si favoriscano i piccoli commerci: su le serrande e giù le tasse. Basta supermarket».

E continuavano a chiamarlo don Camillo, di Lorenzo Bertocchi – Cantagalli edizioni (10,00€)

La cosa mise in difficoltà l’amministrazione comunale che sosteneva l’apertura del nuovo supermarket, nato per cooperare a favore del popolo. Peccato che di popolo sul crinale ne fosse rimasto davvero poco, tutto trasferito verso le città di pianura sulla spinta dell’emancipazione proletaria.

L’assessora alla cultura e al commercio convocò subito una contro adunanza nel palazzo comunale. Don Camillo per l’occasione sfoggiò un gilet giallo che era uno splendore. «Mi sono unito alla protesta», esordì il parroco, «perché la chiesa deve sentire il grido della gente. Per questo la signora assessora non può non sapere che questa reiterata politica del supermarket è contro il popolo di crinale che chiede semplicemente di poter fare la spesa a due passi da casa».

«Non sapevo che gli agenti del Vaticano si mettessero a fare i sindacalisti», lo interruppe Peppone dalla platea. «Reverendo non faccia della propaganda, l’Adalgisa può abbassare la serranda in santa pace dopo anni di buon servizio e tutti gliene siamo grati, ma oggi bisogna saper stare sul mercato globale».

«Qui di globale», rispose don Camillo, «c’è solo il contenitore dove avete buttato il vostro cervello. Perché se procediamo così tra un po’ anche le vostre cooperative per il popolo qui sul crinale avranno come clienti solo le volpi e i cinghiali. Avete fatto la propaganda contro i bottegai affamatori del popolo e ora vi siete messi in proprio con il grande commercio, ma 1 dei vostri baracconi non valgono 1000 Adalgise che tirano giù serranda. L’Adalgisa dovreste pagarla solo per tenere aperto!».

Il giorno dopo sulla piazza c’era un gilet giallo in più. Quello di Peppone. Perché, disse, «dove non arriva il ragionamento subentra la fede nella sacra causa del popolo».