Forse sono perversa. Un’ombra mefitica che è come un sortilegio si abbatte su di me da sempre quando mi dedico alla lettura. Da ragazzina, ad esempio, incantata dalle avventure dell’Odissea, non appena ebbi contezza dell’indole di Penelope, del tutto identica a quella di Ulisse, iniziai a immaginare l’inganno della tela come una sorta di viaggio parallelo a quello del marito, compiuto da lei nelle stanze della sua reggia a Itaca: a ogni avventura che tesseva di giorno (Lestrigoni, Ciclopi, Sirene, Lotofagi, eccetera), corrispondeva lo scioglimento delle stesse di notte, come se, scucendole, volesse ricalcare il distacco dal divino che l’eroe invece metteva in pratica. Le immaginavo nel senso che provavo a vederle intessute per davvero quelle storie, proprio con i disegni prodotti dai ricami. Sono perversa perché, di fronte al fatto narrativo, tendo da sempre a reinventarlo nella mia testa, dando voce ad altri punti di vista, manipolandolo. Sono perversa perché da allora è la tela – di cui cerco di rintracciare il tessuto e la trama – il risultato del lavoro narrativo di chi lo ha creato.

La tela è per me l’assunto, il luogo fisico della narrazione, il dominio incontrastato dell’autore che tesse un lavoro coerente. Ma ancora altre suggestioni mi diede l’Odissea; lo capii dopo, con uno studio più approfondito. Ulisse inizia a narrare la sua storia solo dopo avere sofferto a seguito del canto di Demodoco presso la reggia dei Feaci. Il dolore che aveva inferto ai Troiani lo tocca finalmente attraverso la poesia e il canto. Viene trafitto, trapassato dalla sua stessa ferocia. Da quel momento può cantare, non è più Nessuno, può diventare poeta e narrare la sua storia. Una volta raccontata, ritornerà a casa occultandosi nei panni di un mendicante. E così, travestito da mendicante, narrerà al porcaro Eumeo, umile ma nobile di nascita, qualcosa che assomiglia alle proprie avventure, mescendo la verità con la finzione, con menzogne simili alle verità, quelle che Esiodo definirà ψεύδεα (pseudea), racconti non veri ma verosimili.

È un gioco di specchi e di rifrazione quell’incontro con Eumeo: sono entrambi nobili, vestono però i panni degli umili; Eumeo ha preso il posto di Ulisse per quello che ha potuto, proteggendo il suo regno; Ulisse veste i panni scalcinati che la sorte gli ha costretto a indossare e assomiglia quindi a Eumeo. E narra di sé, fingendo, ma dicendo parti di verità. Ecco, qui ci vedo il personaggio che diventa il narratore della sua storia e l’autore che si inabissa in altro da sé, sparpagliando il suo immenso essere in tanti bagliori di possibilità.

Testa di Ulisse, Gruppo di Polifemo

Forse non mi giudicherete perversa, ma parruccona, pedante, inappropriata. Sono spinta invece dalla più radicale eversione che però trova sempre una sua strada. Alcuni autori, infatti, mi inebriano a tal punto da decifrare certe strinature, fino a darne delle mie interpretazioni, come se, rapita ed estatica, non riuscissi a farne a meno, a dispetto del risultato a cui approdo che è invece una sorta di piacevole razionalità conquistata, dove la tela assume infine una forma metodica, compiuta, ogni filo è al suo posto e l’opera diventa un organismo vivente a sé, che l’autore consegna. A me, in questo caso, farneticante. A voi tutti, insomma, padroni o no di leggerla. La tela, i personaggi, la possibilità di guardarli da un’altra angolazione, il controllo da parte del loro autore sono i ghirigori della mia perversione, del mio diletto. E non tutti gli autori mi lasciano sempre qualcosa, non tutti mi danno questa possibilità.

Non voglio eleggermi qui a recensore delle ultima novità editoriali, non mi compete e il web già pullula di tutto ciò nei modi più disparati. Non sono un’accanita divoratrice di libri – non credo ci si possa vantare di ciò, se non per una qualche forma di esibizionismo – non riesco infatti a trangugiare qualcosa che invece vorrei fare penetrare nelle mie fibre; non riesco a darmi scadenze nella lettura, posso lasciarmi trascinare per giorni, settimane o mesi da un libro che poi, magari, attraverso vie più o meno agevoli o più o meno impervie, mi condurrà a un altro libro. E così via. Non mi sento, tra l’altro, la depositaria di un sapere da sfoggiare in incontri o salotti.

Tutto quello che so è questo, – disse Franny. – Se sei un poeta, fai qualcosa di bello. Cioè, la gente si aspetta che tu lasci qualcosa di bello quando finisci la pagina e così via. La gente di cui parli tu non lascia nulla, non una cosa sola che sia bella. Quelli che magari sono solo un tantino migliori non fanno altro che entrarti in testa e lasciartici dentro qualcosa. Ma solo perché lo fanno, solo perché sanno lasciare qualcosa, non è detto che debba essere una poesia, per amor del cielo. Può darsi che sia soltanto una specie di gocciolio sintattico terribilmente affascinante…

Così fa dire J. D. Salinger a Franny, il tormentato personaggio nel primo dei due racconti che compone il dittico dal titolo Franny e Zooey. Ecco, io ho bisogno di sentire quel ‘gocciolio’, che sia in una poesia o in un romanzo. Ci sono autori che, in virtù di questo gocciolio, mi permettono questi giochi – quello della tela e quello del mendicante – e sono quelli che, nel mio itinerario solitario ed errabondo, fanno la differenza…

Illustrazione raffigurante Salinger apparsa nella copertina del Time il 15 settembre 1961

E così qualche mese fa mi sono imbattuta nuovamente in Silvana Grasso e nel suo ultimo romanzo La domenica vestivi di rosso, edito da Marsilio. Bene, sarebbe facile e attuale stilarne qui una recensione. E invece no. Sarò inattuale. Leggere un nuovo libro della Grasso non è mai come andare a trovare un riparo confortevole. Alla fine, sì, in qualche modo il conforto arriva dalla bellezza che però, in lei, è figlia della dissonanza. In quest’ultimo romanzo, poi, con due finali e una trama parallela, il baricentro emotivo del lettore si perde. Vieni travolto, tracimato da un’opera che non è solo un romanzo, bensì un meta-romanzo, un romanzo sull’arte di fare un romanzo. Di fatto, si tratta di un manifesto di poetica, di una lezione applicata che riassume l’ideologia, l’ispirazione e gli espedienti narrativi di una scrittrice dall’ormai corroborata carriera, tradotta, tra l’altro, in tantissime lingue.

Bisogna chiarire che il romanzo possa essere letto come tale, anche se si insinua il risvolto disturbante che annienta le certezze del lettore. Ma io, da ‘perversa’, non potevo che farmi assorbire voluttuosamente dalla lettura dell’altro romanzo, ovvero la sua lettura simbolica, quella tra le righe. E così, e lo dichiaro con consapevolezza, quest’ultimo romanzo è un’ottima base teorica sulla quale credo si inizierà a studiare l’opera dell’autrice a prescindere dall’opera singola in sé per sviscerare la sua concezione dell’arte. Le dichiarazioni del processo creativo sono innumerevoli e ne cito una tra le più rappresentative:

Dopo la tempesta spuntava in natura un solo arcobaleno, non mille. Io, invece, mi sentivo accecata da mille arcobaleni, sedotta, affatturata da infinite, trame, spunti, ognuno dei quali, da solo, avrebbe potuto essere un romanzo. Invece dovevo sottoporre a selezione innaturale infinite magnifiche tentazioni letterarie, guidata solo da un cazzo d’intuito, e vedere cosa sarebbe successo.

Ma non dovevo essere inattuale? Un attimo di pazienza… la digressione è importante perché ritengo necessario lo studio di quest’ultimo romanzo della Grasso come propedeutico anche per la sua opera edita in precedenza. Ecco, è accaduto che, durante la lettura, io mi perdessi in uno di questi ipotetici romanzi tali solo in potenza, non in atto, e, precisamente, dentro un personaggio secondario, dentro il suo ipotetico romanzo che non si compie: la storia di Natalina, una donna obesa, stupida, una sorta di madre putativa di Nerina, la protagonista nonché io-narrante, nonché alter ego della scrittrice siciliana.

Natalina è brutta, grassa, gretta, ignorante, sciatta, sembra un personaggio della letteratura crepuscolare, con l’aggiunta del sentimento del contrario pirandelliano che in questo romanzo è preminente sotto il profilo filosofico, ma a un tratto (e sono qui per farvi incuriosire e non per svelarvelo del tutto, se vorrete, potrete leggerlo), prende in mano le redini della sua vita, si guadagna da vivere stirando corredi in una Sicilia di provincia degli anni ’60. Non ci sarebbe nulla di anormale, se quell’ombra mefitica che da sempre mi accompagna non mi avesse condotto sul sentiero meno battuto.

Vederla stirare fu la prima opera d’arte che vidi nella mia vita. Un quadro, una scultura che, a ogni movimento, del lino, del polso, del busto, del braccio, del gomito, si ridefiniva in una nuova vita che rinnegava, solo un istante dopo, per accamparsi in un’altra vita ancora, estrema ed impensabile, mentre il tessuto cedeva inerme al suo polso forte, inerme, maschio.

La voce narrante intesse la trama, ci dice di essere alla ricerca di una storia da raccontare e intanto la racconta. Inventa un piano narrativo delle possibilità: anche Natalina sta tessendo la sua storia, anche lei sta compiendo un’opera d’arte attraverso la stiratura. La narratrice che si è già sdoppiata, ci ha consegnato un bocciolo, una storia parallela sottesa, un aborto che non avrà compimento. Ed ecco che arrivano le mie considerazioni inattuali.

Vado indietro nel tempo di poco più di due anni. Il romanzo della Grasso è Solo se c’è la luna, che allora lessi e amai parecchio. La storia, totalmente diversa, mostra però analogie con quella dell’ultimo romanzo. Entrambe le protagoniste si caratterizzano per intelligenza e cultura prodigiose, sono state inoltre abbandonate dalle rispettive madri, hanno dei difetti fisici che, in qualche modo, le escludono dal mondo; si inventano allora un mondo di carta da preferire a quello reale, scelgono infine, in qualche modo, un destino tragico. La possibilità di lettura di un personaggio secondario, sviscerato dal recente romanzo-manifesto attraverso la grassa e grottesca Natalina, mi ha però dischiuso un’altra visione dell’ispirazione poetica, rimandandomi alla memoria un altro personaggio secondario del libro di due anni fa. Si tratta di Gelsomina, la madre della protagonista Luna.

Gelsomina apre e chiude il romanzo (attenzione a questo punto). È giovane, bella, ignorante, ritenuta da tutti una stupida. Abbandona e si fa abbandonare dal marito, Gerri, una sorta di nuovo Mastro Don Gesualdo del secondo Novecento, ritornato ricco dall’America e assolutamente a suo agio, a differenza del grande personaggio verghiano,con il mondo che gli sta attorno, nella fattispecie la nascente società dei consumi; abbandona la figlia per vivere intagliando statuette, maturando un’arte tanto prodigiosa quanto spontanea. Tenterò di dimostrare in questa sede che questo personaggio altri non sia che un alter ego dell’autrice; il mendicante sotto le cui mentite spoglie si nasconde, come Ulisse che rientra a Itaca, l’autrice che, attraverso il filtro di Gelsomina, ha tessuto una storia di eccelsa raffinatezza narrativa.

Qui non c’è l’abbozzo, l’aborto, la possibilità di un filo che in silenzio e sornione si dirami, tracciando percorsi di ipotesi sospese. Qui è tutto compiuto. No, non siamo sul piano del realismo, nonostante i dettagli della vita quotidiana si presentino con dovizia di particolari. Siamo sul piano del simbolico. La vita è dolorosa e infida. Inutile, dunque, scrivere altri romanzi realistici, afferma Houllebecq nell nell’incipit del suo saggio su Lovecraft. Questo vale anche e soprattutto per la figura di Gelsomina, eterea, folle, bestiale che, alla fine, rivelerà più degli altri una profonda saggezza, l’arcano e il suo opposto, la verità più incontrovertibile:

Pensava invece alla morte come a una vicina di casa, a cui chiedere un pizzico di sale, se non ce l’aveva al momento, o uno spicchio d’aglio, una cipolla fresca, strappata dall’orto mentr’ancora s’allattava alle radici della terra.

Silvana Grasso, attraverso il personaggio di un’apparente donnetta di provincia, peraltro confinata e non riconosciuta dalla sua stessa realtà sociale perché ritenuta diversa, si ricollega ai temi del Simbolismo, della lettura del mistero panico dello sposalizio con il cosmo, privilegio di poche anime elette, quelle che riescono a decifrare le foreste di simboli della Natura, come scrisse Baudelaire o riescono a mettere il nome a tutto ciò che vedono e sentono come il fanciullino pascoliano. Sì, gli elementi ci sono tutti in Gelsomina Caltabellotta, una che il suo nome riusciva a scriverlo a stento.

Silvana Grasso

Siamo in Sicilia nel secondo dopoguerra, in un paese non ben identificato del Palermitano. Il romanzo –  questa volta in terza persona, che sia chiaro questo punto perché affranca fortemente la volontà di creare uno spettacolo fatto di scenografie quanto di personaggi, pronto a essere sdoppiato e raccontato ulteriormente dal potenziale delle sculture di Gelsomina – comincia con le doglie di questa giovinetta che prega la luna perché è talmente ignorante da immaginare la luna come la Madonna, con il volto della Madonna:

La faccia tonda della Luna, nel delirio dei dolori, le era sembrata la Madonna, accorsa in suo aiuto[…] Gelsomina ne era proprio convinta. La Madonna era là, seppure con una faccia strana, da Luna. Era là solo per lei, che non chiedeva il miracolo grande di non morire, ma il miracolo piccolo di non patire oltre quell’inferno.

La religiosità di Gelsomina è scollata da quella della comunità a cui appartiene, è un altro elemento della sua diversità. Ai tempi in cui è posto storicamente il romanzo – come anche adesso – la mentalità siciliana comune è decisamente distante dalla trascendenza, come dice Leonardo Sciascia a proposito di questo aspetto della cultura isolana:

Questo modo, assolutamente irreligioso, di intendere e professare una religione che pure è fermamente, rigorosamente e minuziosamente codificata in ogni atto del culto interno ed esterno, ha radice in un profondo materialismo, in una totale refrattarietà a tutto ciò che è mistero, invisibile, rivelazione, metafisica.

Gelsomina non sa cosa farsene di questa contraddittoria religiosità che la circonda. Il suo universo è solipsistico, e inoltre vede la presenza divina come qualcosa di spontaneo e prossimo anche in uno scenario naturale. Dopo l’esposizione al sole durante il giorno del suo Battesimo, la bambina che ha partorito perde i sensi, è da tutti ritenuta morta. La bambina che presto abbandonerà, Gelsomina la consacra alla luna:

La offrì, quasi con un gesto di devozione, alla Luna in cielo, che le illuminò entrambe, madre e figlia. Sotto quella luce la bambina non sembrava più sfigurata, insanguinata, bruciata. […]  Solo teneva la figlia alta alta, sulle sue braccia alte alte, a rischio di scavernarne l’omero mentre farfugliava chissà cosa all’ignara accecante Luna.

Non a caso, questa consacrazione avviene subito dopo il Battesimo e credo proprio che ciò voglia indicarci una lettura in chiave figurativa, metaforica. Gelsomina, insomma, un po’ ingenua e un po’interlocutrice con una realtà misteriosa, sembra appartenere poco a questo mondo e molto di più a qualche fiaba o leggenda tramandate da antichi racconti orali. Questo mistero alla vista della luna, la Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio dell’ingenuo Ciaula di Pirandello, lo è per i poeti e per le anime infantili e quindi poetiche. Questa donna così bene ritratta echeggia vagamente la donna-capra, anzi, la capra-mannara Gurù, sacerdotessa di un Sabba nel romanzo La pietra lunare del sofisticato e perturbante Tommaso Landolfi.

Leonardo Sciascia

Insomma, Gelsomina consacra la figlia alla luna, come una sacerdotessa, come una donna-mannara, come l’unica voce fuori dal coro che cerchi l’armonia e la bellezza in qualcosa di mistico. E il ‘miracolo’ si compie, ma la malattia incombe sulla piccola come le maledizioni per le principesse nelle fiabe. Luna non potrà vedere la luce del giorno, la sua pelle è malata, anche qualche sparuto raggio di sole potrebbe ucciderla. Deve vivere chiusa in casa e uscire solo se c’è la luna, quella a cui la madre l’aveva consacrata. Gelsomina è come la fata buona che interrompe temporaneamente quella condanna. Il suo credo è una sorta di libertà assoluta e istintiva, ritenuta dalla sua comunità come da interdire per minorità mentale:

Certo è ancora una bambina, ma non per un fatto d’età, per un fatto di cervello. E a questo difetto non c’è rimedio. Non mi pare molto sveglia.

Ma lei, a differenza delle altre donne del suo tempo, senza proferire una sola parola che lasci intendere anche una vaga idea connessa con il femminismo, è di fatto una donna libera che poi riesce anche a vivere del suo lavoro; lei, la mentecatta è libera mentre le altre, le ‘normali’, devono per forza assicurarsi un futuro garantito dal matrimonio, altrimenti non avrebbero di che vivere:

Gelsomina, da quando si era liberata da ogni dovere, di moglie e madre, era diventata talmente brava a scolpire che, dalla sua passione, aveva fatto un vero lavoro.

Sparisce, come la luna, per gran parte del romanzo:

Una volta al mese, poi sempre più raramente, Luna poteva dunque vedere ancora sua madre Gelsomina, che veniva di notte e solo di lunapiena.

Felice Casorati

Riappare nuovamente anni dopo. Ha trovato la sua dimensione, ha trovato un uomo da amare, senza scandalo nonostante quei tempi e questo davvero appare inverosimile in una società dove esisteva ancora il delitto d’onore. Ma a una fuori di testa, in fondo tutto è concesso. Questa piccola donna, però, si è affermata nella sua arte, forse non è così stupida a scorno delle apparenze. Svolge anzi un compito insolito: fa il ritratto dei defunti ai loro parenti e poi anche alle persone vive per consegnarle alla memoria della sepoltura:

Tutto era successo per caso. Non pochi avevano notato le testine degli Angeli, della Madonna, di Gesù, che lei, per pena tenerezza o chissà cosa, lasciava gratis sulle tombe dei poveri, che avevano solo un’iscrizione da poveri.

La mia domanda è retorica: non è forse una lettura del ruolo dell’autore che adocchia, coglie, registra i tratti di un volto, della sua personalità, della sua storia per consegnarlo all’eternità dell’arte? Ma c’è di più: attraverso le statue di Gelsomina, la Grasso ci dà un’ulteriore visione del potenziale umano che la scultrice autodidatta abbia potuto ritrarre. Ha imparato perché nata per questa vocazione, proprio come lo scrittore. Il quale, per necessità, per una forza interiore che deve assecondare, non può fare altro che farsi rapire dall’ispirazione e consegnare la memoria che raccoglie nel vissuto ed eternarla:

Era diventata una vera professionista, non accettava però mai l’incarico, se prima non avesse avuto l’ispirazione giusta e gettato giù lo schizzo giusto con un carboncino. L’ispirazione giusta veniva dalla storia che ognuno raccontava sul parente defunto. Quando i morti erano giovani, e il dolore era vero, quel dolore scolpiva al posto suo, le prendeva cuore cervello mani e li conduceva dove voleva lui.

Addirittura centinaia di persone accorrono dalla scultrice:

Nel giro di pochi anni, s’era sparsa voce, nei paesi vicini, di queste statuine magnifiche, opera di Gelsomina, e da tutte le province limitrofe arrivavano i parenti, figli genitori vedovi vedove, a commissionare statue in marmo.

Sembra quasi una figura a metà, tra l’umano e il divino, una traghettatrice di anime a cui dare il tributo per passare ad altra vita. Platone, nel Simposio, definisce così il poeta:

Gli dèi non hanno contatto con gli uomini ma attraverso il poeta si realizza ogni rapporto e ogni colloquio degli dèi con gli uomini, desti o addormentati. E chi è sapiente in simili arti è uomo demonico.

Gelsomina, come personaggio ha un fascino discreto che si insinua a intervalli, diluito per tutta la trama. La dimensione fiabesca in cui l’abbiamo lasciata, così irreale eppure vivissima, viene interrotta a un tratto dal destino che deve compiersi. Non siamo in una fiaba. Nell’ineluttabile catabasi della figlia, c’è la ricerca della madre. Luna esce dalla casa in cui vive nascosta, affronta i raggi solari e la conseguente morte, per riappropriarsi di un’immagine sacra, un Crocifisso che Gelsomina aveva scolpito e che era stato vigliaccamente sottratto. Cercando la madre, trova consapevolmente la morte. Cercando la madre, trova il destino e la sua autrice che ne ha decretato la fine, riaccogliendola in sé. Leonardo Sciascia, già, lui, ha dichiarato di aver sempre letto I promessi sposi immaginando che il protagonista fosse Don Abbondio. Da questa angolazione, il romanzo gli appariva non consolatorio, ma disperato. Gli sposi promessi riusciranno a raggiungere il loro obiettivo, ma dovendo soffrire, dovendo poi emigrare. A trionfare su tutto, sulla peste, su Don Rodrigo, ci sarà Don Abbondio, l’emblema della mediocrità.

Don Abbondio e il Cardinal Federico Borromeo

Ecco, Sciascia ha sciolto una tela, per intavolarne un’altra: il cambio di prospettiva, la seconda lettura, l’interpretazione. Sì, potrei immaginarlo come il romanzo di Gelsomina. Immaginatelo così anche voi per un attimo. In un mondo di cinismo e di dolore, dove ogni personaggio passa in rassegna con il suo carico di focolai di ossessioni terrene e fantasie più o meno impossibili, Gelsomina è lì, innocente nonostante il male che distribuisce inconsapevolmente. Gelsomina si trova lì, all’inizio e alla fine con qualche intermezzo dilazionato, a dirci la sua verità, la sua certezza incrollabile: bisogna consegnarsi alla memoria lasciando qualcosa di sé. Questo è il mistero di ogni atto creativo. La trama principale è un’altra però, devo farvi ritornare indietro: è il destino di Luna a cui è avvitato quello di Gioiella, l’altra tragica protagonista che nutre per lei un amore segreto.

Gelsomina è troppo marginale ai fini della trama centrale che scandaglia nettamente il suo scorrere sinuoso verso l’epilogo attraverso tutti i suoi nodi, fino ai momenti di massima tensione finale. L’autrice è stata ispirata, ha selezionato e scelto il fulcro della storia, il suo albero maestro, la sua navata principale, come fosse una chiesa da percorrere fino in fondo, fino al luogo più sacro: Luna, e, insieme a lei, Gioiella assurgono a tabernacolo di questa chiesa. L’identificazione in loro, dandogli voce, corpo e destino da parte della loro creatrice è un modo per esorcizzare riflessioni sulla vita. La prima somiglia certamente alla sua autrice: come lei, nulla sconosce dei libri o delle scansioni metriche; l’altra si contorce invece d’amore non corrisposto e la Grasso l’ha creata consapevolmente ispirandosi alla poesia, ispirandosi a Saffo.

Il nodo centrale della storia è certamente attraversato da una qualche identificazione in queste due creature di carta. Ma è un’identificazione di tipo esistenziale. L’identificazione con Gelsomina è invece di tipo artistico: è l’alter ego dell’autrice come poeta, che, come al solito, ha sparpagliato con maestria le sue innumerevoli sorgenti di suggestioni e di umanità, travestendosi da Gelsomina come sacerdotessa di un mondo superno, spirituale più che religioso, raccoglitrice paziente di particolari, pronta però a erompere impetuosa con le sue sculture che sono le parole usate come corrusche fiammelle, come dardi.

Saffo, di Miquel Carbonell Selva

Non è credibile che un tale personaggio sia potuto esistere nella realtà siciliana di quei tempi. Chissà su quale calco, su quale visione o impressione l’autrice lo abbia generato, alterato e modificato per essere affine alla sua arte e renderne il significato. Ma ciò che è impossibile da incontrare nella realtà, può avvenire nell’arte, nella verosimiglianza di cui Aristotele aveva preso nota. Per fare solo un esempio, non avremmo Kafka che fa risvegliare Gregor Samsa trasformato in scarafaggio con una naturalezza e semplicità stilistica da lasciare esterrefatti. Questo l’arte lo può, attraverso un patto tacito tra lo scrittore e il suo lettore. Perché sto scrivendo tutto questo? Perché siamo abituati a non pensare. E non mi riferisco soltanto ai detentori dell’ignoranza dilagante dei nostri tempi, mi riferisco anche a quelli sempre informati sulle ultime novità editoriali, che alimentano così la dimensione estetica della classe definita ‘intellettuale’. Troppo spesso ci si lancia nella lettura di qualsiasi cosa e tanto ci offre il mercato. Sembra che gli scrittori stiano diventando quasi più numerosi dei lettori, sono legioni di replicanti, piombano come cavallette. Ma di cosa scrivono? Di destini tragici in salsa attuale, dei soliti temi a forte impatto sociale. Così è facile salire sul carro dei vincitori, vendere, colpire al cuore, toccare i sentimenti. Dove sono gli scrittori che parlano della propria arte, di come essa nasca e si crei? Cosa distingue l’arte dal fatto contingente, dai temi che devono sempre riattualizzare il passato o da quelli ovvi, consueti, strappalacrime?

La Grasso invece compie il principio di riflessione estetica. E vende anche dopo venticinque anni. Nel suo travestimento in Gelsomina, ribadisce come nascano i prodromi dell’ispirazione, che ci sono prima ancora di qualsiasi sovrastruttura culturale:

Non le aveva insegnato nessuno a scolpire, non aveva altri maestri che non fossero l’istinto e la solitudine, ottimi a giudicare i risultati.

Il talento, spontaneo quanto necessario, ha bisogno di riprodurre la realtà (le sculture da consegnare alla memoria), poi si allena con la tecnica, con la pratica, si nutre di studio e poi si libera, pronto a interpretare e stravolgere i suoi soggetti. Arriva a un punto di resa sopraffina e levigata, non in contrapposizione, ma come conseguenza e risposta al dolore di questa vita che spesso è puttana e bastarda. L’epilogo del romanzo è infatti ecfrastico, ci mostra con le parole le sculture per i sepolcri di Luna e Gioiella, realizzate da Gelsomina:

Su ognuna delle due tombe Gelsomina pose una sua scultura, il volto di Gioiella aveva gli occhi ridenti e un che di felicità, come mai da viva. Era così che aveva voluto la ragazza, quando glielo aveva chiesto, come faceva con tutti i morti, prima di scolpirne la statua. Per la tomba di sua figlia, invece, aveva scolpito il volto d’una bambina sul petto della Madonna. Poteva essere la Madonna, ma solo perché si era al Cimitero, poteva però essere una madre che stringeva al petto sua figlia, in un abbraccio senza fine.

L’incantesimo della tela mi ha afferrato nuovamente. In esso riscontro sempre la follia del concepirlo e il suo esatto contrario, ossia la coerenza costruttiva dell’opera d’arte. In questo caso il sigillo è il sepolcro, l’opera di Gelsomina dove però, in qualche modo, si trova la catarsi, che, in questo caso, è l’illusione di eternità. Non è forse lo stesso tentativo della sua autrice? In qualche modo, l’ho smascherata.