Scrivendo di divulgazione culturale attraverso forme in qualche modo accattivanti vengono alla mente il 18, 19 e 20 ottobre 1985, tre giornate interamente dedicate a Fernand Braudel a Châteuvallon nei pressi di Tolone, con all’ordine del giorno dialoghi sopra il Mediterraneo, il capitalismo, la storia della Francia. Proprio l’identità della Francia costituì il prologo della kermesse con una lezione tenuta da Braudel sull’assedio del 1707 subito da Tolone, le regole della guerra nel XVIII secolo, gli assetti vigenti a quel tempo sul territorio francese: una lezione di storia filmata in 52′ da Gerard Martin in un college di Tolone (The lesson of history).

Io penso che il mare, come si può amarlo e vederlo, sia il più grande documento esistente… La sua vita è mescolata alla terra, la sua poesia è più che a metà rustica, i suoi marinai sono contadini; è il mare degli uliveti e delle vigne quanto degli stretti battelli a remi o dei navigli rotondi dei mercanti, e la sua storia non è separabile dal mondo terrestre che l’avvolge più di quanto non sia l’agilità delle mani dell’operaio che la modella.

scriveva Braudel. La civiltà del Mediterraneo impartiva per tempo una estesa lezione di lunga durata tra intrecci, discontinuità, fratture, tra crogioli, interessi, scontri. Un porto di mare diventa per Braudel l’osservatorio straordinario del fatto storico nel tempo, la storia stessa.

Fernand Braudel

Fernand Braudel

Welt für sich, un mondo in sé, dicevano del Mediterraneo i tedeschi, come a sottolineare in un certo senso che era possibile ritrovarvi il significato della presenza animale, vegetale, minerale e dell’uomo in ogni variante. E rileggendo sin dalle prime pagine il dibattito tra specialisti della prima giornata dedicata al Mediterraneo (Fernand Braudel, Una lezione di storia, 1988, Einaudi) ci si rende subito conto della freschezza dei temi, al di là dell’occasione invidiabile di interrogare, stuzzicare, ammirare un grande maestro della cultura europea pregno di un’umanità e di un’energica ironia tutta inclusiva. L’intensità della parola di Braudel è capace di trasmettere tutta la tensione che anima una conoscenza sterminata, anche a fronte della provocazione più sibillina, e ciò che colpisce il lettore in un dibattito serrato tenutosi ormai più di trent’anni fa è la modestia del grande studioso, questo rifugiarsi anche nei propri limiti di uomo con ancora molti interrogativi e poche risposte, al cospetto magari anche del pregiudizio ideologico dei suoi colleghi illustri. Ma quale grado di accessibilità, quale dialogo fruibile pure da un pubblico ampio e trasversale.

Quando Braudel mette all’erta sugli storici, sugli iperspecialismi, sulla mancanza di una visione d’insieme sembra prevedere i tragici impasse di interi continenti, preconizza per certi versi serie mancanze di leadership: la tolleranza non regna affatto sul Mediterraneo

è la storia ad aver “sfigurato” il Mediterraneo; e la storia non si può cancellare. Vi si fronteggiano civiltà in atteggiamento tutt’altro che fraterno, ma purtroppo è stato sempre così.

Dirà anche con altre parole che le alte pressioni e che le perturbazioni che interessano tutta l’area mediterranea derivano da altre aree, da altri mari, sottolineando ancora una vota le interdipendenze reciproche, il desiderio di uno sguardo lungo di almeno medio termine:

le preoccupazioni sono indubbiamente superiori delle certezze…

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Senza problemi non ci sono storie scandiva Lucien Febvre, il maestro di Braudel, un concetto che transita verso l’endemica diseguaglianza sociale senza la quale non esiste collettività, e la pericentralità europea è per Braudel un frammento di un’economia-mondo, con una centralità tedesca (dell’ovest a quel tempo) e una speciale alleanza con gli Stati Uniti, ma temporanea. La trasparenza della contabilità è un documento per Braudel, un’economia di scambi documentati, non il grande mercato della finanza, delle informazioni, il capitalismo della rivoluzione industriale è un processo che muove dal basso verso l’alto con processi meno dirompenti di quanto si pensi nel breve periodo. Nel 1985 la robotica stava invadendo la grande industria, già ora entra nella vita quotidiana, aumenta la disoccupazione, prefabbrica un tempo libero ampio, limitando la libertà per paradosso.

Ho bisogno di cominciare la mia giornata molto presto e di finirla molto tardi, è una battuta che meriterebbe di essere divulgata con la necessaria parsimonia, anche perché è il caso di preservare le canoniche otto ore di sonno, quantomeno per ragioni salutistiche, ma probabilmente la generazione di Braudel ebbe altre impellenze già diverse dalle successive più prossime, ma l’importanza di questi dialoghi travalicano il contesto, danno l’intonazione di come la cultura in Francia rimane a tutt’oggi qualcosa che interessa una cerchia piuttosto ampia della popolazione, lo si nota ancora dalla solida rete delle librerie indipendenti (quale strumento più pulsante nell’intera nazione, con personale solitamente molto competente, che diventa riferimento e tramando di quel lascito orale che fa il paio con la frequentazione fisica dei luoghi dove si sviluppano e crescono le occasioni culturali e sociali che muovono dalla divulgazione per passare oltre). Già nella biografia di Braudel c’è il senso di un cammino storico che anticipa l’Europa della quale si fatica a vedere nell’odierno la speranza dei propri fondatori che appaiono giganti se voltiamo lo sguardo verso il nostro presente.

Lucien Febvre

Lucien Febvre

“Una lezione di storia” diviene una lezione di vita, una traccia alla quale partecipano molti studiosi importanti ma anche un uditorio numeroso, un bilancio involontario (Braudel scomparve solo un mese dopo) ma vigoroso dove pesano al di là delle parole gli atteggiamenti, il linguaggio del corpo, la disponibilità all’ascolto come l’azione e la reazione immediata a tener fede alle proprie incertezze, alle tendenze dei propri convincimenti, al fondamento della propria scrittura. Pivot che intervistò a lungo Braudel ce ne ha lasciato un’ulteriore testimonianza che può essere custodita grazie alle magie della rivoluzione digitale, ma sono molti i frame reperibili in rete che restituiscono una figura capace nelle giornate di Châteuvallon di aprirsi con rara franchezza.

Se l’Università fosse stata cortese nei miei confronti, nel 1923 sarei stato nominato professore al liceo di Bar-le-Duc e vi avrei trascorso l’intera vita. Insomma sono un uomo dell’est. Il Barrois non è precisamente Lorena, ma è già quasi Lorena. Noi Lorenesi siamo una popolazione francese annessa tardivamente alla Francia: nel 1766, neanche tantissimo tempo fa. Solo che invece di aver la Francia davanti o intorno a noi, l’abbiamo dietro di noi. Siamo per così dire addossati alla Francia: e sembra una cosa proprio strana: Lucien Febvre in Franca-Contea, Marc Bloch in Alsazia, io in Lorena… Un raggruppamento piuttosto curioso… E siamo là per vegliare alla sicurezza e alla salvaguardia della Francia. Siamo dei Francesi di tipo molto particolare. Credo di essermi abbastanza liberato della mentalità della mia infanzia, ma non ho la pretesa di essermene liberato completamente. Non mi ritengo nazionalista. Ho vissuto a lungo all’estero e son diventato Italiano di cuore, Spagnolo per passionalità e, prima del 1939, amai perdutamente la Germania; poi son diventato Brasiliano al cento per cento. Insomma, poco a poco, quasi inconsapevolmente, ho perso il mio nazionalismo francese. Lo sono stato; ma non sono più un nazionalista…

Di questi tempi rimangono parole di una certa risonanza e a loro modo ci fanno comprendere anche da questo punto di vista che sono trascorsi più di trent’anni e nonostante tutto…

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Braudel ha sempre favorito l’incontro tra film e analisi storiografica, altro canale privilegiato per una visione filmica della storia, e forse solo lui, come in un film, ha fornito un panorama di rara suggestione storiografica nell’opera “Il mondo attuale” che è un testo del 1963 testimone e custode di un abbraccio globale degli eventi africani, islamici, cinesi, indiani, giapponesi, indocinesi, indonesiani, europei, americani, sovietici (allora) incrociando il novecento nel dialogo incessante con gli altri secoli, andando a ricercare quelle costanti che permettono di dare un senso compiuto all’economia, alla sociologia, all’antropologia, ma sempre in movimento in un’intersezione dei saperi e dei vissuti dove emerge un potente intento ermeneutico nel quale si affiancano diverse verità possibili e trovano dignità i processi che portano a porsi domande attraverso una ricerca sempre aperta.

Il mondo attuale” non è un libro datato, anzi può costituire ancora uno splendido accesso alla complessità odierna, con uno spirito originale e anticipatore perché è un incessante stimolo ad apprendere con la premura di non perdere mai di vista pure le diversità e i diversi gradi di sviluppo e crescita, ma con uno sguardo che mai dimentica l’uomo in una visione ampia. Sono testi che divulgano un approccio che è stato duramente criticato, eppure quante intuizioni discendono da pagine che venivano accusate di eccessiva narratività, quasi fossero storie di storie, e invece enucleavano inglobandole una ricchezza archivistica che si trasformava nella capacità di saper disarmare con esempi concreti ogni pregiudizio. Le grandi opere sulla civiltà del Mediterraneo, sulla civiltà materiale, l’economia e il capitalismo (le strutture del quotidiano: il possibile e l’impossibile, i giochi dello scambio, il tempo del mondo), la stessa identità della Francia sono le tre stelle polari del Braudel maggiore, ma anche le parti dedicate all’Italia, a Venezia, all’Europa, al Mediterraneo, sono tutte opere accessibili e pronte a parlare una voce viva e ancora sorprendente.

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Le dodici trasmissioni televisive co-prodotte da Europa 1, FR3, RAI dedicate al Mediterraneo (1977) con il nostro Folco Quilici, così come “L’uomo europeo” (1981), co-prodotto da FR3 e RAI e nella serie “Mémoire” dell’INA le trasmissioni dedicate a Fernand Braudel (15 e 22 agosto 1984), offrono altre opportunità di approfondimento da accostare a svariati materiali reperibili in rete. Siamo nel campo dell’alta divulgazione culturale, la sola che meriti l’impiego del poco tempo che abbiamo a disposizione.