Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire. Parole di un giornalista che ha combattuto la Guerra Civile spagnola contro il franchismo. Pensieri di un narratore satirico che nel 1944 ha dipinto magistralmente la società, tessendo un romanzo scottante: La fattoria degli animali. Lord da strada, penna rock progressive: George Orwell. La sua impetuosa allegoria narra l’irruenza irredentista del regime staliniano, costruito su basi rivoluzionarie, ma gestito con piglio zarista. Si aggancia perfettamente all’impero odierno di Putinopoli, edificato nell’ex URSS da più di vent’anni.

Orwell racconta i fasti della fattoria padronale del signor Jones, nel cuore dell’Inghilterra agreste. L’impresa agricola è a ogni piè sospinta da animali ligi, che stufi delle loro condizioni di vita estreme, decidono di indossare il drappo rosso: i maiali – notoriamente i più intelligenti del gruppo – organizzano una sommossa animalesca con l’ausilio dei compagni delle altre specie, pecore, cavalli, galline, cani e un asino. Essi puntano all’instaurazione di una repubblica che scalzi definitivamente l’uomo al potere, da sempre visto come sfruttatore insensibile delle loro esistenze.

George Orwell

George Orwell

Dopo alacri battaglie e fiotti di sangue versato, ci riescono, rimodernando le norme sindacali interne, i comandamenti spirituali e la gestione della giornata cooperativa. I maiali arrivano al trono, sembrando inizialmente dei leader orizzontali, in stretto contatto con gli altri compagni. Più trascorre il tempo e più essi si trasformano in capi verticali, fino a divenire i padroni assoluti della Fattoria degli animali (nuovo nome della tenuta). La situazione degenera in fretta: uno dei tre maiali al comando, Napoleone, caccia via in maniera spregevole il suo socio, Palladineve, con l’intento di afferrare il frustino da dittatore, servendosi dell’attività poliziesca di un branco di cani che aveva segretamente allevato. Dopo l’atto di forza di Napoleone, il vecchio diktat da compagni, pronunciato in loop dalle pecore, “quattro gambe buono, due gambe cattivo”, perde di consistenza, e addirittura l’inno della rivoluzione animale, Bestie d’Inghilterra, viene vietato.

Sono soppresse anche le assemblee e le proteste di qualsiasi forma: il maiale al vertice diventa intoccabile. Egli decide di entrare in affari con gli uomini delle altre fattorie, non curandosi del parere dei suoi ex compagni. La scena finale del capolavoro orwelliano dà la giusta cognizione di come il potere ramificato nelle vene di Napoleone lo abbia portato a perseguire le stesse abitudini umane che aveva sempre condannato – cupidigia, consumo di alcol e avarizia verso l’altro –, sovrapponendosi perfettamente al rivale atavico. La morale è parsimoniosamente ficcante: il padrone è un maiale, il maiale è un padrone. Gli animali più deboli, affacciati alla finestra dell’abitazione padronale, se ne rendono realmente conto:

Dalla casa giungeva un clamore di voci. Tornarono precipitosamente sui loro passi e ripresero a guardare la finestra. Sì, era scoppiata una lite violenta: urla, pugni sul tavolo, sguardi incattiviti dal sospetto, contestazioni furiose. L’apparente motivo di quel parapiglia era che Napoleone e il signor Pilkington avevano giocato entrambi, simultaneamente l’asso di picche. Dodici voci urlavano rabbiose, ed erano tutte uguali. Non c’era alcun dubbio su ciò che era successo alla faccia dei maiali. Dall’esterno le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro.

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Trentatré anni dopo La fattoria degli animali, fende l’orizzonte della discografia mondiale un estenuante LP composto da cinque tracce fulminanti (come un destro-sinistro di Mohamed Alì): Animals. I genitori della perla art rock sono il gruppo più eclettico della storia della musica dissidente: I Pink Floyd. Roger Waters a dettare l’anima con basso e voce, David Gilmour ad accarezzare il palato con chitarra e voce, Richard Wright a spalancare le porte dei sogni con la tastiera e Nick Mason a dettare il contro-passo con la batteria. Animals raccoglie in poco più di quaranta minuti altalenanti tutto il patos della dicotomia comandanti-comandati: il prodotto culturale è ispirato al romanzo tragicomico di George Orwell: La fattoria degli animali. Su lungimirante idea di Roger Waters, la scala gerarchica orwelliana viene riproposta per raccontare l’imperante capitalismo dell’Occidente, vegliato dagli ormoni della Casa Bianca.

La storia si ripete: scenario analogo alle eccitazioni suine di Donald Trump, che al giorno d’oggi rappresentano un buffo pericolo sugli equilibri internazionali della pace e del mercato. Le varie classi sociali raccontate nell’album (già un anacronismo nel Duemila) vedono come al solito i maiali al comando, con dispotismo e seguente efferatezza. Essi si servono dei cani, aggressivi esecutori della legge, per mantenere lo status quo. A rappresentare le masse sono le pecore, continuamente soggiogate e sfruttate senza appello. Queste arrivano al culmine della pazienza: decidono di ribellarsi nei confronti dei cani. Ma i maiali sono lontanissimi: i protestanti si squartano coi mediatori e non coi veri carnefici. I maiali “volano”: sono troppo fitti i cordoni di difesa tra comandanti e comandati, perciò i padroni non possono essere spodestati. Nel disco viene citata l’opera De umbris idearum del filosofo italiano più eretico di sempre, Giordano Bruno:

C’è un motivo per cui i porci bramano volare: è qualcosa di sconveniente per natura.

I capitoli del romanzo musicale si dispiegano così: Pigs on the Wing I, Dogs (per il lato A); Pigs (Three Different Ones), Sheep e Pigs on the Wing II (per il lato B).

Pigs (Three Different Ones) – Pink Floyd

Prendiamo come caso di studio Pigs (Three Different Ones). A rabbrividire il cielo sono i grugniti dei maiali al potere, ottenuti con l’effetto talk box del basso di Roger Waters. Successivamente un fischio assordante: entra in scena l’organo celestiale di Wright, che con fraseggio in minore – essenziale, due accordi, alla stregua di Bach – apre la scena a un assolo pulp di basso e agli accordi tambureggianti della chitarra ritmica. Il passo incalza: la batteria fa da tappeto alla voce di Waters: parte un’invettiva ai maiali che ingrassano fregando alle spalle animali innocenti. Il testo è distribuito in tre strofe, ognuna delle quali raffigura una categoria distinta di persone che si concedono brutalmente al potere. Echi derisori, effetti grotteschi, rubano l’orecchio alternandosi a versi sussurrati con saccente enfasi. L’affresco musicale acceca lo squallore e la depressione dei tre protagonisti, che rimandano ad altrettanti (potenti) personaggi dell’Inghilterra del Settanta. Nell’incedere del brano vengono colpiti satiricamente due capisaldi della politica britannica: Lady di ferro Margaret Thatcher, descritta come «Good fun with a hand gun», e l’attivista inglese che voleva reintrodurre la censura nelle radio, Mary Whitehouse, vista come il simbolo della repressione culturale e sentimentale: «House-proud town mouse». Scorrendo in avanti si arriva al verso culminante «Hey you, Whitehouse», con un’accezione binaria che tira il bavero alla leadership americana, ben protetta da tutta la sua opinione pubblica.

La conclusione degli undici minuti accoglie la chitarra acustica, dotata di due accordi semplici, in grado di far riecheggiare i grugniti dei maiali al comando. Gilmour regala, nel momento di maggior tensione, un raccapricciante assolo filtrato con il consueto talk box, che dà l’illusione di versi animaleschi dei compagni devastati dai padroni. Dopo le “ideali grida”, riconquista la scena il fraseggio d’organo di Wright, vegliato setosamente dal basso horror di Waters. Al termine della strofa tutti gli strumenti dell’impianto sonoro entrano con cauta forza, quasi a dare voce a tutto il bene da strada regolarmente stritolato dal dominio suino.

Margaret Thatcher

Margaret Thatcher

Oggi non esistono più le classi sociali, esiste altro: le élites che comandano per regia dinastia, vegliando su una grande massa dalle medie e mediocri possibilità, che a sua volta guarda con sospetto chi non riesce a fare la storia del progresso, ovvero gli emarginati cronici. Le élites annoverano ogni tanto nuovi elementi della società civile nel proprio organigramma, giusto per dare l’incanto della partecipazione dal basso. Vilfredo Pareto, padre dell’elitismo italico, ha sempre sostenuto che il potere di controllo delle nazioni mondiali scegliesse tatticamente chi portarsi in braccio, allattandolo con minuzia. I pargoli del dominio vengono poi comandati a bacchetta e una volta cresciuti fungono da totem pubblicitario per la garanzia della scala gerarchica. Certo, l’individuo sta diventando troppo impersonale a causa delle coercizioni indolori del potere dominante. La droga del consumismo globalizzato crea grossi danni al cervello (ma non al cervelletto). Ciononostante, l’aspirazione di diventare un maiale unto da vigorosi oli è sempre viva: il potere non ha perso il suo invincibile appeal e anche un militante o un intellettuale di contro-cultura può sempre leccare l’élite se ne trae un sostanzioso vantaggio (?).

Stranamente La fattoria degli animali era stata osteggiata da quattro case editrici e da un plotone di intellettuali integerrimi. Stranamente Animals aveva avvelenato il fegato di un gruppo nutrito di politici laburisti e conservatori, per non parlare dell’establishment di Gerald Ford – presidentissimo degli States negli anni Settanta –, che si burlava delle vibrazioni disincantate dei Pink Floyd. Volete sapere il perché di tutto ciò? Ce lo spiega George Orwell nel suo articolo La libertà di stampa del 1945:

Gli intellettuali inglesi, almeno in buona parte, avverseranno questo libro perché diffama il loro Capo e perché (a loro avviso) nuoce alla causa del progresso. Se facesse l’operazione opposta non troverebbero niente da ridire, neppure se presentasse lacune letterarie dieci volte più microscopiche […]. Sono i liberali ad avere paura della libertà, e sono gli intellettuali a voler infangare l’intelletto».