Nulla è più nascosto delle cose che abbiamo sempre in bocca. La battuta di Hofmannsthal potrebbe tranquillamente riferirsi all’abusatissimo concetto di Europa, e non appare peregrino guardare con attenzione alle parole del grande viennese capace di attraversare precocemente i secoli in una vita breve ma densa di frequentazioni stellari, attraverso le voci dei libri. Incontrarsi in una lingua, in una scrittura, vuol dire penetrare nel passato che è in noi. Può apparire pretestuoso affidarsi alla parola del grande viennese, eppure proprio lui è stato uno degli uomini più consapevoli di ciò che l’Europa – una certa Europa – ha rappresentato per alcuni spiriti d’eccellenza che hanno saputo tramandare oltre la loro presenza terrena una pre-esistenza, poi coltivata nella quotidianità e ulteriormente amplificata dal loro pensiero, dalla loro azione, dalle loro opere, nell’amore per la vita. Questa capacità di condividere il dolore, la gioia, la colpa, risiede per Hofmannsthal nei veri viventi. Un processo di coscienza che coincide con l’esperienza interiorizzata capace di superare la propria maturità, in grado quindi di perseguire propositi secondo un riconoscimento nitido dei diversi caratteri.

Hugo von Hofmannsthal nel 1910

Hugo von Hofmannsthal nel 1910

Nell’esempio della dignità, della naturalezza, della socievolezza, nel riconoscimento del merito altrui si eleva l’umanità di coloro che possono aspirare ad edificare una comunità coesa: parlare con verità e discrezione, diceva Pascal, uno dei grandi padri della cultura europea, alimenta comunque quel processo di conoscenza che determina scomposizione e integrazione, comprensione del nuovo, attraverso l’attenzione o l’osservazione, in una nuova rigenerazione. L’inno alla gioia di Beethoven – inno di una comunità europea ancora in fieri – mette in evidenza uno stato che richiede abbandono, coraggio, sfida del buio e dell’ignoto, per ironia della sorte atteggiamenti che sembrano ben lontani da certe buone pratiche idealizzate e mai realizzate sino in fondo, mai mostrate, solo dimostrate. Maturità piena avrebbe detto Shakespeare significa separare con nettezza le questioni, e saperle congiungere più intimamente, mettere in contatto significa attivare uno spirito creativo, cercare il buono non nel nuovo o nell’attuale ma nell’interessante.

L’onda della vita è movimento dell’anima: Ruskin, Pater, Madox, Brown, Rossetti, Burne-Jones sono ispirazione e dialogante società creativa. Ma la vita per Hofmannsthal è anche un sogno armonioso che contempla la molteplicità come una emblematica sua riflessione:

la biblioteca di un poeta dovrebbe contenere ad esempio un libro sulla costruzione dei violini e uno sull’arte del violino, per poter far proprio il gruppo di locuzioni che esprimono la formazione del suono e le ricchezze e le diversità ivi contenute. E così pure sull’architettura, sulla scienza forestale, sulla vita degli animali. Inoltre sulla vita silenziosa delle pietre e dei metalli, tutte le ricche parole che descrivono come essi penetrano l’uno nell’altro, come i cristalli si solidificano, prendono e mutano forma.

Ma la molteplicità che è disconoscimento di ogni idealismo e quindi disposizione verso la fenomenologia include la delicatezza degli individui, ove ogni relazione tra due creature è un individuo, un demone.

Il gioco, la gioia, l’ironia, l’eroismo, la santità, il problema del tempo come spazio spirituale della nazione, inteso come dialogo conflittuale ma prolifico, sono temi che stanno a cuore a un altro grande europeo della latinità come l’alsaziano Ernst Robert Curtius, nel topos della trasformazione, della ricerca del proprio destino, nell’azione dove l’agire è una conversione variegata all’unità, attraverso l’incanto di una metamorfosi. La dimensione spirituale europea, le culture che la animano, è il paesaggio dello spazio vitale che si chiama Europa, un continente inteso come forza, coraggio, fede, come civitas dei, res publica litteraria, cosmopolitismo germanico, slavo, latino rivolto verso l’Asia, l’Oriente così tanto riscoperto e studiato nei primi decenni del novecento, vissuto nel profondo attraverso viaggi ed esplorazioni sulla via della Seta, e possiamo ricordare non solo le pagine di Fosco Maraini ma anche quelle di Paolo Vegetti Finzi per arrivare a Tiziano Terzani che grazie alla stampa tedesca ha goduto di spazi inesplorati in tempi difficili.

Il rimpianto di Hofmannsthal per l’unico stato federale che si sia mai attuato in un largo spazio come quella mitteleuropa che aveva difeso sino all’ultimo spasimo, coincideva in quest’uomo con un senso della bellezza che gli veniva da una civiltà urbana pure metropolitana ma anche con i significati più profondi di una sensibilità ben ancorata alla terra più genuina del suo essere austriaco e cittadino del mondo. La bellezza faceva il paio con la verità. Haydn entrava con estrema facilità nelle sue corde, il riverbero della grazia come la dimensione metafisica contemplano lo spavento, la bellezza della vera pietà che pretende dedizione e induce alla forma più alta di coraggio: l’umiltà.

Hugo von Hofmannsthal a 19 anni

Hugo von Hofmannsthal a 19 anni

Il mondo delle forme, in una dimensione che tende a disfarsene, è già di per sé un’indicazione di ordine: la profondità è una disposizione che viene dal cuore, la via percorribile è quella della molteplicità, il poter afferrare un parte della verità, e lo spazio spirituale della nazione sul quale Hofmannsthal ha insistito con veemenza nel celebre discorso di Monaco era in senso morale la costruzione di un linguaggio in divenire che allontanava da sé ogni forma di provincialismo: si pensi all’ideale del Sacro Romano Impero, all’umanesimo che ne discendeva che sapeva anche esprimersi in modo grave e inquieto attraverso il genere della commedia, una forma perfetta di leggerezza nella sua difficoltà di perfetto equilibrio, esempi magistrali ce ne offrono proprio Hofmannsthal e Strauss, notoriamente complementari ma non amici, e, per fare un esempio, la straordinaria commedia dell’Uomo difficile, il conte Hans Karl Bühl: essere e divenire, fedeltà e metamorfosi, caso e necessità, parola e silenzio sono le antinomie delle relazioni, dei malintesi, della falsificazione. Socievolezza dei conversari, seduzione, reticenza sono ulteriori ingredienti di un sapere della vita che si oppone a ogni violenza.

E le grandi letture e vaste di commedie, le scritture, le conversazioni erano il modo di penetrare nei vissuti cercando di sollevare le parole e cercando di prendere sul serio ogni suo interlocutore. Il pensiero più vicino all’azione è la parola del sentimento dove uno spirito creatore rispetta per definizione la realtà storica, e i fatti sociali vengono interpretati come simboli che trovano nella tonalità tutta la loro atmosfera sociale. Sono le costellazioni delle metamorfosi, fra la morte e il pensiero del ricongiungimento di creature separate nel fluire rapido e silenzioso, nell’evasione alla libertà, alla luce, nella battaglia spirituale dove deve pur emergere il bagliore della conciliazione, l’avvenire: soltanto allora la vera tragedia ha un giusto fondamento. In Shakespeare la notte, l’orrore, l’assoluta mancanza di una via d’uscita sono spesso troppi profondi. Eppure Hofmannsthal nella lettura dell’Egmont di Goethe riesce a dare la giusta impronta:

Leggeva meravigliosamente e la sua sola presenza in mezzo allo svolgimento del dramma era una luce significativa che faceva spiccare i contorni. Come colui che aveva superato infinite difficoltà leggeva guardando i personaggi non di sotto in su, ma dall’alto, e abbracciandone tutto il destino assegnato loro dal poeta.

Man Reading (Georges Lemmen)

Man Reading (Georges Lemmen)

Le sue letture erano sempre incontri, vere esperienze nei ricordi, un percorso dove si impara nella passione, nello spavento, nel pericolo, nella gloria, in una creatura umana nella quale si concentra arditamente e inconfondibilmente la sostanza decisiva di tutto un popolo. L’inarrivabile delicatezza del cuore, la finezza morale, la saldezza della natura erano parte indispensabile del suo mondo europeo. I demoni della danza, del denaro, della colpevole innocenza, del vuoto, sono i tormenti spirituali di un’Europa dove già da quel tempo non toccare i giornali per venticinque giorni era un elisir come rinnovarsi vuol dire non irrigidirsi nella mancanza di sentimento per chi è più giovane di noi e ancora nel dedicarsi al lavoro, alla lettura, allo studio, alla scrittura. Così il romanzo dove si esprime il passaggio delle diverse generazioni, il mutamento, la metamorfosi, la patria di Hofmannsthal è l’Europa e soltanto la chiarezza preserva dalla lenta distruzione di se stessi.