Ai più il nome di Ernst Niekisch non dirà nulla. Eppure insieme a Karl Otto Paetel è considerato come il padre di una particolare corrente politica, quella del nazionalbolscevismo, che, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, grazie a degli interpreti quantomeno sopra le righe come il filosofo Aleksandr Dugin ed il controverso scrittore Eduard Limonov, ha conosciuto una discreta fortuna nella Russia della sciagurata era El’cin. A Niekisch, inoltre, il pensatore francese Alain De Benoist dedicò un’intera sezione del suo libro Quattro figure della Rivoluzione Conservatrice tedesca.

L’oblio a cui l’uomo ed il suo pensiero sono stati costretti sia in vita che post mortem ha una ragione ben precisa. Niekisch ed il suo pensiero erano e sono ancora pericolosi. Questo originale pensatore tedesco, infatti, nel corso della sua vita, ebbe modo di vivere in prima persona e di opporsi con forza a tutte e tre le principali ideologie politiche del Novecento: liberalismo, fascismo-nazionalsocialismo e comunismo (anche se, in quest’ultimo caso, l’opposizione nacque da alcune divergenze con il leader della Repubblica Democratica Tedesca Walter Ulbricht). Ed a differenza del ben più famoso dissidente sovietico Aleksandr Solzenicyn (che lanciava strali contro l’URSS e l’Occidente capitalistico dalla sua villa nordamericana rimpiangendo che Hitler non avesse fatto strage del suo stesso popolo), pur avendo passato anni in un campo di prigionia nazista e riconosciuto l’incantesimo psicologico di cui cadde vittima la sua gente, non arrivò mai a desiderare la distruzione della sua patria.

O siamo un popolo rivoluzionario, o cessiamo definitivamente di essere un popolo libero.

Così è scritto sulla targa posta nella sua vecchia abitazione di Berlino dove morì in totale solitudine e abbandono nel 1967. Un aforisma che in poche parole sintetizza l’impegno di una vita intera. Ed Ernst Niekisch, infatti, ha speso ogni singolo attimo della sua esistenza nel tentativo di restituire alla Germania ed al suo popolo quel ruolo di centro e guida continentale che, nella sua prospettiva, geograficamente e filosoficamente, le spettavano di diritto. Piaccia o meno, infatti, l’Europa non può fare a meno della Germania, la quale, al contrario della Gran Bretagna, storicamente antieuropea, nel bene e nel male, ha sempre svolto un ruolo attivo all’interno del continente essendo stata, a causa della sua particolare posizione, il campo di battaglia preferito per le potenze che si contendevano l’egemonia continentale.

Aleksandr Solzenicyn

Profondamente anti-occidentale ed ostile all’ideologia democratico-liberale, Niekisch interpretò la Prima Guerra Mondiale come una vera e propria crociata per fare in modo che la Germania si convertisse all’Occidente. Un’interpretazione non dissimile da quella di altri protagonisti della cosiddetta Konservative Revolution: Werner Sombart, ad esempio, lesse la Grande Guerra come una sorta di conflitto religioso-culturale in cui si affrontarono due diverse visioni del mondo, quella  mercantilista anglosassone e quella eroico/militare/socialista prussiana.

Proprio alla Grande Guerra ed all’infausto Trattato di Versailles, dal quale la Germania uscì umiliata senza aver subito una reale disfatta militare, Niekisch attribuì la definitiva rovina e decadenza tedesca che raggiunse l’apice con il regno dei demoni nazista. Hitler, nella visione di Niekisch, era un prodotto di Versailles: un demagogo (variante dell’uomo democratico) che avrebbe inevitabilmente condotto la democrazia al suo naturale suicidio, sfruttando ed incanalando le genuine aspirazioni rivoluzionarie del popolo tedesco lungo binari inoffensivi per il “grande capitale”. Nel Mein Kampf hitleriano, Niekisch non riconobbe la visione di uomo che credeva ma, bensì, la visione di un uomo il cui obiettivo era spingere gli altri a credere.

Egli è il maligno al quale la borghesia tedesca ha venduto l’anima, e il quale, in compenso, con l’aiuto dei suoi spiriti servizievoli e demoni, la mantiene in possesso dei tesori di questa terra, finché non rintocchi mezzanotte e irrevocabilmente l’attragga all’inferno.

Di fatto, Niekisch, pur riconoscendo nel nazionalsocialismo un istinto primordiale prettamente germanico, ebbe modo di appurare come questo, nei suoi esiti finali, ed a prescindere dalle sue molteplici anime (talvolta anche prettamente anti-moderne), non poté che ridursi ad un strumento dei grandi gruppi industriali tedeschi per annientare le aspirazioni rivoluzionarie del proletariato dotato di reale coscienza di classe.

Adolf Hitler

Nella visione di Niekisch, il nazionalsocialismo si ridusse a quanto di più lontano potesse esistere dallo spirito tedesco. In esso, il pensatore di Trebnitz, a partire dal fallito putsch di Monaco del 1923, riconobbe degli slanci prettamente latini che determinarono la successiva evoluzione politica del Terzo Reich come mostruosa sintesi tra Roma e PotsdamNiekisch indicò anche nel dettaglio quelle che furono le istituzioni cattoliche prese ad esempio dallo Stato nazionalsocialista: la preminenza episcopale del Papa ed il clero quale archetipo della guida psicologicamente adatta al popolo per mezzo della direzione politica della NSDAP. Ed Hitler, nello specifico, sostituì la democrazia parlamentare di stampo anglosassone con una democrazia cesarea di natura bellicosa fondata su un preciso metodo propagandistico capace di creare una reale suggestione collettiva.

Suggestione che non risparmiò affatto larga parte dell’intellighenzia tedesca. Niekisch, a tal proposito, non fu avaro di critiche ai principali esponenti della cultura tedesca del periodo che assecondarono in modo più o meno esplicito l’ascesa del nazismo: da Martin Heidegger a Moeller van den Bruck, fino ad Oswald Spengler.

Oswald Spengler

Tuttavia, se le critiche all’ontologismo heideggeriano come filosofia dell’attivismo fascista si fondavano su una evidente incomprensione (o quantomeno su una conoscenza limitata) del pensiero del filosofo di Meßkirch, ben altro discorso vale per colui che teorizzò, in modo ben poco originale rispetto a quella che è l’opinione diffusa, il tramonto dell’Occidente. Di fatto, il cesarismo hitleriano, nella prospettiva di Niekisch, anche se lo stesso teorico del socialismo prussiano nutriva una considerazione ben poco positiva sul Führer, era proprio un portato del pensiero spengleriano che aveva individuato nell’uomo forte al comando l’unica via di salvezza per recuperare il mondo occidentale dal suo inesorabile declino. E, allo stesso  tempo, il nazionalismo razziale spengleriano volto all’alleanza imperialistica tra la Germania e l’Occidente “bianco” contro i popoli dell’Eurasia rappresentava un ulteriore fattore di contrasto con la visione filosofica e geopolitica di Niekisch.

Va da sé che, a causa di questa impostazione filosofica, Spengler venne abbondantemente criticato anche da molti esponenti di primo piano del nazionalsocialismo: uno su tutti, Johann von Leers che, non a caso, qualche anno dopo la distruzione del Reich, convertitosi all’Islam, trovò rifugio in Egitto dove collaborò con il governo degli Ufficiali Liberi guidato da Gamal Nasser.

Johann von Leers

Niekisch era ben consapevole che il nazionalsocialismo era composto da diverse anime e che molti dei suoi membri erano dei convinti rivoluzionari. Tuttavia questa positiva energia che avrebbe potuto distruggere l’Occidente venne dispersa nel nulla. Il mito della razza ariana, ad esempio, era una mera illusione volta ad instillare nelle masse una menzognera coscienza da dominatori anche se non ne avrebbero tratto alcun vantaggio.

Proprio su questo “mito” Niekisch concentra la maggior parte delle sue critiche al regime. Infatti, senza considerare il fatto che proprio il Terzo Reich rese al giudeo un servigio ed un onore che mai gli fu attribuito in passato (tanto da considerarlo come l’antitesi della propria stessa esistenza), è sulla costruzione del mito della “razza nordica” e sull’appartenenza del popolo tedesco a questa razza che Niekisch ebbe modo di impostare parte della sua opposizione all’ideologia ufficiale.

Alfred Rosenberg, uno dei principali ideologi del nazismo, nel suo libro Il mito del XX secolo, cercò di ricostruire una vera e propria genesi ideologico-razziale del popolo ariano. Questi, un tedesco del Baltico dalla discutibile preparazione culturale che ebbe modo di rovinare il lavoro di un grande studioso come Herman Wirth, impostò la sua opera con l’obiettivo di saldare un asse geopolitico tra i popoli del Nord Europa (Gran Bretagna compresa) volto a porre un freno all’espansionismo “russo-mongolico”.

Niekisch, pur apprezzando un certo rigetto della cultura romanico-latina che Rosenberg fece proprio, non poté che opporsi con tutte le sue forze ad un simile progetto. Questo particolare pensatore era infatti consapevole del fatto che il popolo tedesco non fosse altro che un groviglio di genti di origine eurasiatica. Così impostò la sua visione geopolitica verso un’unificazione con l’Oriente per difendere la “specificità tedesca” contro l’Occidente. Un’impostazione che ricorda da vicino quella di alcuni altri pensatori, come il romeno Ion Ghica ed il russo Konstantin Leont’ev, che, nel corso della seconda metà del XIX secolo, suggerirono alle élite politiche delle rispettive nazioni di unirsi all’Impero Ottomano, bastione anti-occidentale, al posto di combatterlo.

Alfred Rosenberg

Alla pari del suo amico Karl Haushofer, altro pensatore che ebbe alterne fortune nel Reich hitleriano, elaborò l’idea che la creazione di un blocco continentale russo-tedesco, capace di espandersi fino all’Estremo Oriente, sarebbe stato capace di mettere definitivamente in crisi l’egemonia talassocratica anglosassone sul globo. Niekisch, infatti, considerava la Rivoluzione bolscevica in Russia come una vera e propria rivolta contro il mondo occidentale. In Russia, dopo il caos rivoluzionario dei primi anni, Stalin era riuscito a ristabilire l’ordine e la gerarchia dando vita ad una vera e propria sintesi eurasiatica capace di attingere al contempo dalla tradizione marxista, dall’ortodossia bizantina, dai miti pagano-arcaici della Russia pre-cristiana e dalla poderosa influenza che l’epopea gengiskhanide esercitò sull’immenso spazio che dall’Europa orientale arriva fino all’Oceano Pacifico.

Dunque, l’antibolscevismo hitleriano era la più emblematica dimostrazione del fatto che questo, a prescindere dal conflitto con Francia e Gran Bretagna e dal boicottaggio ebraico del Terzo Reich, si fosse schierato con l’Occidente, seppur in una posizione radicale, e che il suo reale obiettivo fosse quello di espandere il “mondo occidentale” fino agli Urali. Allo stesso tempo, Niekisch, ammiratore dell’ordine staliniano e dello “Stato totale” creato dal leader sovietico, in pieno contrasto con un altro pensatore tedesco del periodo come Carl Schmitt, criticò aspramente la costruzione statale nazionalsocialista come “Stato d’arbitrio” in cui un singolo (il Führer), lungi dal costituire il vertice della struttura politica, si fece Stato a sé sostituendosi ad esso. Lo Stato, per l’appunto, nella dottrina nazionalsocialista, dovendo necessariamente impregnarsi dell’ideologia del Partito, rappresentava, a discapito di questo, il momento statico della politica. Mentre il Partito stesso, dovendo vigilare sull’intero apparato statale, ne costituiva il momento dinamico.

Il pensiero di Ernst Niekisch, oltre ai già citati nazionalbolscevichi russi degli anni ’90, ha ispirato innumerevoli pensatori europei. Jean Thiriart, ad esempio, tradusse il pensiero di Niekisch in chiave prettamente geopolitica. Così l’idea di un blocco continentale da Flessinga a Vladivostock venne riproposta nei termini di “impero euro-sovietico da Vladivostock a Dublino” nella consapevolezza che solo l’Oceano Atlantico avrebbe rappresentato un confine difendibile per l’Eurasia aggredita dalla nuova talassocrazia nordamericana.

In un’Europa dominata da élite politiche e intellettuali impregnate di sentimenti filo-atlantisti che guardano a Washington come ad una Mecca dalla quale trarre aiuto e ispirazione anche quando questa le disprezzi palesemente, riscoprire il sano anti-occidentalismo di Ernst Niekisch è una vera e propria boccata d’aria fresca e pulita. Ecco perché non si può che plaudire all’iniziativa editoriale della casa editrice NovaEuropa che, nel corposo volume, ha inserito anche un altro scritto di Niekisch, Una fatalità tedesca, arricchito dalle affascinanti illustrazioni di Andreas Paul Weber che ricordano i tenebrosi incubi metafisici del pittore e scrittore austriaco Alfred Kubin.