Grass e l’uomo moderno

Da più parti bollata come sconclusionata e priva di un filo conduttore, l’opera del drammaturgo e scrittore Günter Grass (1927-2015) si presenta al pubblico odierno tutt’altro che come sentina di umori repressi. Fin dalla celebre Trilogia di Danza, il letterato cresciuto in una terra di confine ammette il valore aggiunto dell’ibridismo, dell’Alterità e della diversificazione culturale.

Attaccato dalla sinistra più bacchettona per il carattere invettivo e inconcludente della sua retorica, dagli ambienti clericali per il carattere pornografico della sua scrittura, dalla destra per i ditirambi fastidiosi contro i rigurgiti nazionalistici, Grass invoca la nemesi del personaggio più caro al suo Io onnisciente: l’Uno contro Tutti. Risalire la china dell’esistenza, tornare al grado zero dell’umanità è l’unica operazione in grado di restituire l’uomo al tempo presente, sottraendolo al vortice di alienazione e inconcludenza in cui versa oggi. Tale passivismo si scontra con quel progetto di trascrizione identitaria, di cui l’Europa pare tutt’oggi invocare il bisogno collettivo.

Il Tamburo di Latta è l’opera che meglio riassume lo spirito picaresco dell’avventura letteraria grassiana. Oskar, personaggio centrale del romanzo, scruta il reale con sguardo amaro e beffardo. Votato alla sconfitta, è l’unico in grado di appellarsi contro le storture del tempo presente e declinarle con il loro vero nome.

La carnevalizzazione della storia

In tale inconcludenza Grass riconosce la genesi del male odierno, in una società incapace di venire a patti con il dinamismo e il fervore culturale. Come si è giunti a tanto? Da un lato, il letterato tedesco ci apre gli occhi rispetto ad una sottomissione secolare al potere del più forte. Tale stratificazione ha posto gli uni contro gli altri, i detentori del potere contro gli inetti, colpevoli di non essere saliti sul carro del vincitore o avere occupato gli scranni del potere dopo la restaurazione postbellica.

Vi è di più. L’uomo medio ha accettato tale processo di carnevalizzazione della storia, non ha battuto ciglio contro il ripetersi goffo della storia, contro il patriarcato, la falsa morale borghese ipostatizzata nell’Ottocento e indottrinata poi in ogni giovane di buona famiglia. Per tale ragione, ognuno oggi si riconosce in un ruolo, nell’appartenenza settaria ad un gruppo, ad un partito, incapace com’è di generare un pensiero autonomo e vincente. Alla paura del confronto con l’Io è venuta a sommarsi l’ansia della socialità. In una comunità ove solo in apparenza si può aderire ad una manifestazione democratica del pensiero, statuire un’esistenza libera e indipendente è chimerico. Non si è qualcuno, si vive per qualcuno.

Per tale ragione, il personaggio goffo e bizzarro che per trenta anni Grass porta sulle scene, un diciassettenne leggermente deforme, astratto dal reale e intenzionato a fare la differenza, oggi resterebbe sepolto, nel migliore dei casi, sotto le ceneri dell’indifferenza, nel peggiore vittima della gogna mediatica. Fiaccato dall’apriorismo concettuale di una società avvezza ad inquadrare il reale in categorie astratte – danaro, successo, scalata sociale –, il vero abbindolato dalla storia è l’uomo medio, incapace come è stato di sottrarsi alla logica del gruppo in un’agora, poi del partito, infine del mondo social o virtuale.

Il picaro oggi: scomparsa e disillusione

Sessanta anni dopo il Tamburo di latta (1959), il picaro in grado di intrufolarsi nelle stanze del potere e criticare gli intrugli della loggia massonica, esce clamorosamente di scena per manifesta incapacità dell’uomo odierno di rendersi citoyen partecipe e responsabile della vita coeva. Con esso si infrange l’ultima speranza di Grass, ché la temperie neo-illuminista possa riscattare l’uomo dal sogno della ragione, riportarlo in mezzo ai propri pari e fronteggiare la tracotanza della storia, la hybris, e la logica inarrestabile dei corsi e dei ricorsi.

La scomparsa del picaro non è un fatto culturale privo di conseguenze. Per un verso, esso decreta il venir meno di una motrice sociale in grado di esercitare pressione o fungere da forza attrattiva nei confronti della cittadinanza dormiente. Il bizzarro uomo che veste i panni dello sfigato credulone è, d’altronde, colui che ha aperto gli occhi contro l’esasperazione di un nazionalismo risorgente. In più, sempre il goffo ometto in prima linea per i diritti dell’uomo ha insegnato il significato del rispetto e il valore aggiunto dell’Alterità. I tedeschi stessi hanno esercitato un’attenta opera di scavo psicologico, quel mea culpa in grado di renderli oggi più sensibili alla democrazia e allo stato di diritto di molti altri Europei.

Eppure, quella rivoluzione tanto attesa in Germania come nel resto del mondo si è assopita sotto i colpi del capitalismo imbonitore, della società multipolare e della globalizzazione. Per effetto diretto di questi sviluppi, il picaro, se esistesse oggi, faticherebbe a conquistarsi gli spazi concessi dalla società novecentesca. Faticherebbe a trovare un luogo e una cittadinanza pronta ad ascoltare la sua voce. Se il Novecento tenta di comprare il suo silenzio, il picaro del XXI finirebbe per rendersi un accattone dell’ascolto in mezzo ad una comunità silente.

Con la dipartita di Grass, si spegne la voce critica della Germania postbellica. Contrario al neoliberalismo, invoca il ritorno ai precetti della socialdemocrazia. Collaborerà con il Cancelliere Willy Brandt e con la SPD per attuare il sogno di una Germania più democratica, avversa al capitalismo dilagante e alla riunificazione graduale del paese.

La storia: una parabola discendente fino ai nostri giorni

La parabola storica discendente tracciata dal danzichiano si è compiuta. E nel peggiore dei modi. Grass aveva solo predetto taluni fenomeni collaterali rispetto alla chiusura di orizzonti ideologico-cultuali. Di certo, non poteva presagire quanto astio si sarebbe accumulato negli interstizi più bui della società odierna, né la sua lungimiranza avrebbe previsto il disgregarsi di una Europa dei popoli in una Europa contro i popoli. Ché il capitale avrebbe messo gli uni contro gli altri si era capito leggendo le opere composte a partire dalla fine degli anni Sessanta, ma ché la condizione umana sarebbe arretrata di secoli risulta, per chi ha coscienza di intendere, un fatto abnorme.

Emulando l’allure un po’ disfattista di Grass, questo articolo non prende di mira la politica, né la società o l’uomo. Esso ritrae tutto e tutti, rifiutando la categorizzazione del reale in entità dotate di vita autonoma. L’uomo è la società, vive la politica ed è infine molto più che un ruolo o una monade asservita a interessi settari. A tale intuizione Grass era arrivato alcuni decenni or sono; pertanto ha cercato di parteciparla con sconveniente lucidità, sicuro che un risveglio della coscienza globale avrebbe aiutato ad aborrire future guerre, slanci nazionalistici e l’apartheid culturale in cui ci dibattiamo oggi. E noi, uomini medi, abbiamo afferrato l’ennesima lezione della storia tracotante?