Se potessimo catapultarci indietro nel tempo e muoverci liberamente nello spazio, sul fiorire degli anni Trenta, nel bel mezzo della notte, in una città della Romania chiamata Sibiu potremmo trovare a passeggiare sul marciapiede, in compagnia di qualche puttana, un giovane insonne che vuole letteralmente far terra bruciata di ogni cosa: della filosofia, del mondo, della vita. Stiamo parlando di Emil Cioran, una delle personalità più sulfuree del Novecento romeno. Un po’ come il Papini del Crepuscolo dei filosofi, il giovane Cioran, abbeveratosi per anni alla fonte della conoscenza, e avendone avuta la pancia piena, ha voluto vomitare – nero su bianco – il suo disgusto per la filosofia, l’unica materia che fino ad allora lo aveva appassionato, voltandole le spalle una volta per tutte. Ma per comprendere questo suo repentino cambiamento bisognerebbe ripercorrere la sua vita, fin dalle origini.

A compiere questa operazione spazio-temporale è stato Gabriel Liiceanu che nel 1995, godendo del privilegio di essere stato l’editore di Cioran in Romania – oltre che uno dei suoi numerosi corrispondenti – ha voluto riassumere la vita del grande agitatore dei Carpazi in un breve libro. La scorsa primavera, grazie alla curatela di Antonio di Gennaro e alla traduzione di Francesco Testa, il libro è giunto fino a noi, uscendo per i tipi di Mimesis, Emil Cioran. Itinerari di una vita, un’opera che manca sì l’obiettivo principale di fare una biografia dell’autore transilvano, ma che, grazie al materiale inedito e al corposo apparato iconografico, è comunque la prima nel suo genere.

La copertina del libro di Gabriel Liiceanu, Itinerari di una vita (Mimesis, pp. 154, € 15,00)

La copertina del libro di Gabriel Liiceanu, Itinerari di una vita (Mimesis, pp. 154, € 15,00)

Ciò che l’autore vuole presentare ai lettori è quello che definisce un Nietzsche contemporaneo passato per la scuola dei francesi. Più che un saggio biografico (di cui si attende ancora la comparsa in Italia) questo è un lungo ritratto ad opera di un uomo che ha avuto la fortuna di avvicinare il grande epigrammista dei Balcani. Con l’ausilio di foto esclusive e la pubblicazione di stralci di lettere tra i due, Liiceanu ripercorre in tappe la vita del più discusso autore romeno del XX secolo. Dopo una iniziale ma brevissima incursione nella mansarda di rue de l’Odéon, nel Quartiere Latino di Parigi, Liiceanu porta il lettore agli albori della vita del piccolo Emil: nella maledetta, nella splendida Rășinari, uno dei più antichi insediamenti romeni della Transilvania. Attraverso le fotografie d’epoca ora a disposizione dei lettori, possiamo vedere la famiglia Cioran al completo: il padre Emilian (prete ortodosso), la madre Elvira (presidentessa dell’associazione donne ortodosse), insieme al giovane Emil e ai fratelli Aurel e Gica (la sorella che morirà suicida).

L’infanzia trascorsa a Rășinari sarà ricordata da Cioran come un paradiso perduto. I giorni felici, trascorsi a chiacchierare sui monti con pastori e contadini, hanno termine quando, all’età di dieci anni, deve lasciare il villaggio per andare a studiare alle scuole medie nella vicina Sibiu. Egli, come il Diavolo caduto, avrebbe potuto far suoi i versi del Paradise Lost di Milton:

Addio, felici campi; addio, soggiorno
D’eterna gioia. Salve, o Mondo inferno,
Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso,
Il tuo novello possessore accogli

Infanzia addio, l’adolescenza attende. Il tormento del giovane Emil ha così inizio. La vita, d’ora in poi, sarà per lui un inferno. Ripensando agli anni di Rășinari, confesserà a Branka Bogavac, in un’intervista del 1992 (tre anni prima della morte): Darei tutti i paesaggi del mondo per quello della mia infanzia. E in una lettera del 1° novembre 1987, scrive a Liiceanu:

Per dieci anni ho vagabondato dalla mattina alla sera in una sorta di paradiso. Quando dovetti abbandonarlo per andare a Sibiu, sulla carrozza ho avuto una crisi di disperazione, di cui ho memoria ancora oggi.

Un'immagine del villaggio di Rășinari

Un’immagine del villaggio di Rășinari.

Gli anni trascorsi a Sibiu, prima di trasferirsi a Bucarest per gli studi accademici, saranno quelli che l’autore del libro definisce le rivelazioni della notte. All’età di quindici anni cominciano le letture filosofiche che si protrarranno fino agli anni universitari: Schopenauer, Nietzsche, Simmel, Kant, Fitche, Hegel, Husserl, Bergson, Worringer… Questi sono solo alcuni degli autori che più lo hanno formato negli anni della filosofia, a cui poi volterà le spalle (grazie alla lettura di Šestov, a cui rimarrà legato per tutta la vita). Tra gli scrittori, spiccano su tutti i nomi di due classici per lui eterni: Shakespeare e Dostoevskij. Scrive a un punto l’autore del libro:

Al termine di questo percorso, la posizione di Cioran è chiara: contro tutti i formalismi, le sottigliezze logiche e le distinzioni astratte, prive di un’implicazione esistenziale, solo la scrittura nata dalle tensioni della vita, dalle ossessioni organiche, dalle intuizioni della solitudine della notte, possiede un valore.

L’ingresso nel mondo della conoscenza significa per Cioran il supplizio: l’insonnia, questo nulla senza sosta, l’aperitivo dell’inferno. Come fare a dormire, a prendersi una vacanza dall’umanità con tutti quei pensieri per la testa? È proprio a quel punto, all’età di ventidue anni, che scrive e pubblica il suo primo capolavoro Al culmine della disperazione.

La copertina della prima opera cioraniana Al culmine della disperazione.

La copertina della prima opera cioraniana Al culmine della disperazione.

Poi, quattro anni più tardi, nel 1936, avrà luogo la breve e unica esperienza professionale della sua vita: quella di insegnante presso il Liceo Andrei Șaguna di Brașov, esperienza da lui definita come la più catastrofica della sua esistenza. Quando ho lasciato Brașov, il preside del liceo si ubriacò per la gioia di essersi liberato di me, ricorda in un’intervista con Gabriel Liiceanu. Ma sul finire di quell’anno uscirà il libro di cui più si vergognerà in seguito, da cui più prenderà le distanze negli anni della maturità, tentando disperatamente di gettarlo nell’oblio: Schimbarea la față a României (Trasfigurazione della Romania). Il libro più filosofico e insieme più politico di Cioran. Chi lo ha letto (in Italia si attende da anni la sua pubblicazione) ne parla come di una sorta di Tramonto dell’Occidente in salsa romena, scritto in chiave nazionalista. Un libro “proibito” in quanto contenente alcune pagine antisemite e xenofobe, partorite durante gli anni febbrili dell’impegno politico, che vedono il giovane Emil infatuarsi del leader nazionalista Codreanu e simpatizzare per le idee politiche di Hitler e di Lenin. D’altronde, gli anni tra il ’33 e il ’35 li aveva trascorsi a Berlino. E aver potuto vedere da vicino gli effetti della politica totalitaria del nazionalsocialismo, in quel periodo travagliato della sua esistenza, lo ha esaltato non poco:

[…] ero giovane, orgoglioso e folle, in preda, come molti altri, a una specie di delirio. L’idea di fare la Storia mi mandava in trance. Che idiota che sono stato!” ricorderà in seguito, scrivendo ad un amico nei primi anni Settanta. E in una lettera del 1947 al fratello Aurel, aveva già dichiarato: “A volte mi sembra persino comico aver scritto La trasfigurazione; tutto ciò non mi interessa più.

Lettere al culmine della disperazione, una raccolta di lettere che raccontano gli "anni proibiti" del giovane Cioran.

Lettere al culmine della disperazione, una raccolta di lettere che raccontano gli “anni proibiti” del giovane Cioran.

Ma Cioran non sarebbe stato se stesso se, contraddittorio per temperamento, non avesse sconfessato, nello stesso anno, quel libro maledetto con Lacrime e santi, la sua opera più religiosa, più mistica in assoluto. Poi, nel 1937 iniziano gli anni parigini. Cioran vi arriva come borsista dell’istituto francese di Bucarest, dopo essersi laureato con una tesi su Bergson. La Francia sarà la sua ultima patria, seppure vi vivrà da apolide. La percorrerà in bicicletta quasi per intero: pedalando 100 km al giorno, sperando così di fiaccare il fisico e vincere l’insonnia che tanto lo tormenta. Avendo imparato un nuovo idioma, volge le spalle alla lingua madre. Dalla Francia, dopo aver scritto altri tre libri in romeno, non scriverà più un’opera nella sua lingua d’origine, esordendo in francese con quello che è solitamente ritenuto il suo capolavoro, che gli varrà il premio Rivarol: il Sommario di decomposizione. All’uscita del libro seguono infatti alcune recensioni entusiaste sui giornali nazionali. Scrive (profeticamente) Maurice Nadeau sul quotidiano Combat del 29 settembre 1949:

Ecco finalmente colui che aspettavamo, il profeta dei tempi concentrazionari e del suicidio collettivo, di cui tutti i filosofi del nulla e dell’assurdo preparavano la venuta, il messaggero autentico della mala novella. Salutiamolo e guardiamolo più da vicino: sarà il testimone della nostra epoca.

Questa brusca rottura con la terra natia (non metterà neanche più piede in Romania) è provocata da una violenza, scrive Liiceanu, la cui natura ci è ignota. Da questo momento in poi, osserva l’autore, è possibile parlare della piena coerenza di uno scetticismo radicale in Cioran. Col passaggio alla lingua francese, la sua scrittura si fa più ordinata e concisa: le acque si calmano, la tempesta si ritira, ma nessun sole è all’orizzonte. Il crepuscolo non avrà mai fine. Ma per chi ha abituato i propri occhi a scrutare nelle tenebre, lo sguardo appare più lucido che mai. Le pubblicazioni in francese segnano, oltre che all’evidente cambio di lingua, anche quello di stile. Una sorta di spartiacque nella sua produzione letteraria: quasi un passaggio alla maturità, o meglio, allo scetticismo che, seppure già presente ai suoi esordi, ora si fa più assoluto. Il cinismo e l’ironia capeggiano tra le sue righe, tenendo da parte passioni e livori di un tempo. Cioran – scrive Liiceanu – dopo esser divenuto straniero a se stesso, non si sente legato agli altri. E il Rivarol, che il passaggio alla lingua francese gli è valso, sarà infatti l’unico premio che si degnerà di ritirare, rifiutandone in seguito altri tre: Sainte-Beuve, Combat e Nimier. Ha paura di diventare una celebrità. Chiede quindi di essere lasciato nell’ombra. Trascorrerà la sua vita in povertà scrivendo libri, vivendo in una mansarda parigina in compagnia di Simone Boué, la donna conosciuta ai tempi della cacciata dalla mensa della Sorbona per raggiunti limiti d’età.

Emil Cioran e Simone Boué ritratti insieme in una foto.

Emil Cioran e Simone Boué ritratti insieme in una foto.

Dopo aver abbandonato la filosofia, la propria lingua natia e il suo Paese d’origine, Cioran si congeda dalla scrittura. Nel 1987 esce la sua ultima opera Confessioni e anatemi. Poi, il commiato più doloroso: l’addio al verbo. Il morbo di Alzheimer lo ha colpito. La memoria lo abbandonerà. Pian piano dimenticherà gli atti fondamentali della vita: parlare, camminare, mangiare. La malattia era cominciata nel 1990, quando, dopo un’intervista, dimentica la strada di casa. L’ultimo domicilio di Cioran sarà sì a Parigi, ma non nella bella mansarda di rue de l’Odeon, dove il libro si apre, bensì all’ospedale di rue Pascal 54, dove sarà ricoverato.

Il vecchio Cioran mentre legge nella sua mansarda.

Il vecchio Cioran mentre legge nella sua mansarda.

Seppure sfugge al rigore della biografia, il libro di Liiceanu è fondamentale per conoscere alcuni particolari relativi agli ultimi anni di vita, e le due interviste che vi fanno da appendice sono di un’utilità straordinaria per gli appassionati del grande iconoclasta romeno. L’autore ricorda nelle ultime pagine che quando Cioran poteva ancora camminare, aveva l’abitudine di attraversare i corridoi dell’ospedale per poi sedersi sui letti e osservare tutti con attenzione e stupore, incutendo il panico nei pazienti.

Ma un giorno Cioran sparì. Le infermiere lo cercarono a lungo, trovandolo poi chiuso nell’armadio della sua camera. Confessò di essere sfinito, per aver passeggiato ore intere, nel pieno della notte, in una città sconosciuta. L’ho visto un’ultima volta in ospedale, nell’estate del 1994 […]. Nel frattempo aveva perso la capacità motoria e sedeva su una sedia a rotelle. Quando aprii la porta della camera, mi colpì la sua espressione: una faccia scavata, coi tratti del viso mutati. Un Cioran spezzato. Vedendomi […] tornò in sé […]. Gli avevo portato l’ultima edizione del suo primo libro in lingua romena: Al culmine della disperazione. Lo prese con garbo e cominciò a scorrere le righe con estrema concentrazione, portando il libro molto vicino agli occhi. Lo reggeva al contrario. Dopo un po’ […] chiese in francese; ‘Chi lo ha scritto?’ – ‘ È il suo libro d’esordio’, gli risposi. ‘Lo ha scritto a ventidue anni’. Proprio allora, con uno slancio inaspettato – come se il suo spirito si fosse all’improvviso ridestato […] – mi domandò a fatica: ‘E prima di questo cosa facevo?’- Poi rise.

L’ironia non lo aveva mai abbandonato.

C’è però un fatto amaro da ricordare. Un passo dei Quaderni (usciti postumi grazie al lavoro di Simone) pare scongiurare un futuro che Cioran stesso sembra prevedere decenni prima che la malattia lo colpisca:

Potenze del Cielo, aiutatemi a non dissolvermi, non lasciate che scompaia sotto i miei occhi, fate che non debba assistere da spettatore alla mia rovina, ma che invece possa combatterla, o altrimenti assumerla interamente, correrle incontro senza rimpianti.

La sua preghiera non è stata accolta. Il funesto demiurgo non è stato clemente. Con l’Alzheimer, la sua battaglia contro la coscienza, contro il Tempo, è stata vinta; ma nella maniera più brutale. Pochi giorni prima di morire, Cioran rivolge un’ultima (inesaudibile) richiesta a Simone: supprime-moi!

Emil Cioran morirà il 20 giugno 1995 (e non il 1° giugno come scritto nel libro) verso le 09:00 del mattino. Simone Boué, dopo esser stata con lui tutta la notte, andò a casa all’alba, con l’idea di ritornare in ospedale quasi subito, per timore che Emil potesse morire in sua assenza. Al suo ritorno in clinica, un’ora dopo il decesso, apprese la notizia. Simone, ha raccontato a Liiceanu che, il giorno prima, lei e Cioran erano rimasti per lunghi minuti a guardarsi negli occhi, compiendo insieme il rito di un prolungato addio. Due anni più tardi, l’11 settembre 1997, il corpo di Simone verrà restituito dalle acque dell’Oceano. Morirà dopo aver consegnato all’editore Gallimard le novecento pagine da lei battute a macchina dei Quaderni. Verrà sepolta assieme al compagno di una vita, restandogli accanto anche nella morte. Riposano insieme nel cimitero di Montparnasse.

La tomba di Cioran e Simone al cimitero di Montparnasse

La tomba di Cioran e Simone al cimitero di Montparnasse.